Quasi 14 miliardi per un’opera che deve ancora dimostrare sicurezza, utilità e sostenibilità. Il parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici non è il “via libera” annunciato da Salvini: è l’inventario delle conoscenze mancanti e dei rischi scaricati sulla collettività. Le mappe predisposte dalla società hanno coinvolto almeno 450 famiglie, circa 300 sul versante siciliano e 150 su quello calabrese, oltre a terreni e fabbricati produttivi. Non sono numeri astratti: sono comunità sospese, immobili svalutati, progetti di vita congelati. L’“urgenza” proclamata dal governo opera in una sola direzione: è rapidissima quando deve comprimere diritti ed espropriare; diventa elastica quando occorre fornire dati sismici, verifiche strutturali e garanzie economiche. L’alternativa non è tra Ponte e isolamento, ma tra politica simbolica e politica territoriale. Una frazione dei 13,5 miliardi consentirebbe di completare doppio binario ed elettrificazione, rinnovare il trasporto regionale, modernizzare porti e traghetti a basse emissioni, mettere in sicurezza strade e versanti, rafforzare reti idriche, ospedali, scuole e servizi di cura
◆ L’analisi di AURELIO AGELINI
Un parere tecnico trasformato in comizio
Il parere dell’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici, trasmesso il 6 agosto 2026 dopo il lavoro di 76 tecnici, è stato venduto da Matteo Salvini come un “via libera”. Il dispositivo dice altro: il processo progettuale “possa proseguire” nel rispetto delle prescrizioni, delle considerazioni conclusive e delle raccomandazioni. Non certifica che il progetto sia esecutivo né autorizza a considerare imminenti i cantieri dell’opera principale. La distinzione è giuridicamente decisiva. Il Consiglio impone una Fase A del progetto esecutivo, una verifica di ottemperanza e soltanto dopo la valutazione delle condizioni per la Fase B. Definisce questa interfaccia “fondamentale quanto ineludibile” e prescrive passaggi successivi e verifiche intermedie. Il condizionale tecnico è stato trasformato in indicativo ministeriale. Si può consentire di continuare a progettare; non si può fingere che gli accertamenti mancanti siano stati compiuti.
Sisma, vento e corrosione: la sicurezza ancora da dimostrare
Nell’area dello Stretto sono censite 24 faglie attive e capaci, sulle quali persistono rilevanti incertezze. Il progetto definitivo risale al 2011; gli aggiornamenti bibliografici non apportano sufficienti dati acquisiti ad hoc. Il Consiglio chiede nuove indagini sul terreno, moderni studi geo-sismotettonici e simulazioni fisiche dello scuotimento. Non è accademia: dislocazioni e variazioni altimetriche possono interessare i terreni destinati alle torri, alte circa 399 metri, nell’area del terremoto e maremoto del 1908. Il parere rileva inoltre che non sono esplicitati compiutamente i criteri della domanda sismica, l’affidabilità perseguita e conseguita e il comportamento post-elastico. Chiede nuove verifiche sugli effetti combinati di sisma, vento, temperatura e traffico; sulla stabilità dell’impalcato e del sistema di sospensione; sulla perdita di pendini; su incendi ed esplosioni. Manca una dimostrazione adeguata della tolleranza a fenomeni di corrosione estesi o localizzati. Per una struttura senza precedenti per luce della campata, la sicurezza va provata, non proclamata sui social.
Il mare sale, le navi crescono
Paesaggio e biodiversità non sono materiale di risulta
Torri, cavi, svincoli, gallerie e opere di adduzione incidono su coste, fondali, aree protette, rotte migratorie dell’avifauna e su uno dei paesaggi più identitari del Mediterraneo. L’articolo 9 tutela ambiente, biodiversità, ecosistemi e future generazioni: non è una clausola ornamentale da compensare a cantiere deciso. Le osservazioni VIA avevano già segnalato impatti cumulativi e carenze che oggi riemergono nel parere tecnico. Un governo che invoca l’identità nazionale dovrebbe ricordare che anche lo Stretto è patrimonio nazionale, non uno spazio vuoto consegnato al cemento.
Approvazione a salamino, garanzie pubbliche e rendita privata
Il punto politicamente più grave è il metodo. La possibilità di sviluppare e approvare il progetto esecutivo per “fasi costruttive” spezza l’unità dell’opera: si possono avviare segmenti, attività preliminari ed espropri prima che sia dimostrata la fattibilità complessiva. È un’approvazione a salamino: una fetta dopo l’altra, ogni decisione crea costi irrecuperabili, aspettative contrattuali e pressioni per procedere. Quando emergerà un ostacolo decisivo, lo Stato sentirà ripetere che fermarsi costerebbe più che continuare. È il classico meccanismo con cui un progetto dubbio diventa inevitabile non perché sia utile, ma perché è già costato troppo. Questa frammentazione avvantaggia la Stretto di Messina S.p.A., che governa tempi e passaggi, e soprattutto il contraente generale Eurolink, guidato da Webuild. Il decreto-legge n. 35 del 2023, convertito dalla legge n. 58, ha resuscitato per via legislativa rapporti caducati ex lege nel 2013 e derivanti dalla gara del 2005, invece di ricorrere a una nuova procedura competitiva. L’Anac aveva segnalato i vincoli europei, i rischi finanziari e la necessità di evitare un eccessivo rafforzamento della parte privata. Il beneficiario non è emerso da una gara aggiornata ai costi, alle tecnologie e alle condizioni di oggi: è stato rimesso in sella dalla legge. È capitalismo senza mercato, con il rischio pubblico e la posizione contrattuale privata protetta. Gli espropri possono intanto colpire centinaia di famiglie e attività, mentre la realizzabilità dell’intero ponte resta da provare. Il cittadino perde casa, terreno o prospettiva; il contraente consolida la commessa. Questa asimmetria è socialmente intollerabile e giuridicamente pericolosa, perché converte l’incertezza progettuale in danno certo per i territori.
Costi certi, benefici ipotetici
Un’analisi costi-benefici è attendibile solo se include ritardi, varianti, extracosti, manutenzione, limitazioni operative, domanda reale e alternative. Se il traffico è sovrastimato e i costi sottostimati, il beneficio attualizzato evapora. Pedaggi elevati riducono gli utenti; pedaggi bassi non coprono gestione e capitale. In entrambi i casi il rischio torna allo Stato. I contribuenti pagano società, progettazione e apparato amministrativo; potrebbero poi pagare revisioni dei prezzi, contenziosi, varianti e deficit di esercizio. La macchina produce costi certi mentre l’opera e i benefici restano eventuali. La Corte dei conti, con la deliberazione n. 19/2025, ha negato visto e registrazione alla delibera Cipess n. 41/2025, contestando passaggi rilevanti sotto i profili europeo, ambientale e procedurale. Il controllo contabile non invade la politica: ricorda che la politica è soggetta alla legge. Il principio di precauzione, l’obbligo di motivazione e la valutazione ambientale effettiva non sono intralci burocratici da aggirare per decreto. Il danno sociale comincia oggi: il Ponte assorbe anche risorse di coesione destinate a ridurre i divari, mentre prestazioni essenziali e infrastrutture diffuse restano indietro.
Spezzare la maledizione
L’alternativa non è tra Ponte e isolamento, ma tra politica simbolica e politica territoriale. Una frazione dei 13,5 miliardi consentirebbe di completare doppio binario ed elettrificazione, rinnovare il trasporto regionale, modernizzare porti e traghetti a basse emissioni, mettere in sicurezza strade e versanti, rafforzare reti idriche, ospedali, scuole e servizi di cura. Interventi meno fotogenici, ma capaci di distribuire accessibilità, lavoro e diritti. Il Ponte è il dispositivo con cui il centro promette al Sud una scorciatoia e rinvia l’eguaglianza sostanziale. La sua maledizione consiste nel far credere che al Mezzogiorno manchi una campata, quando mancano investimenti continui, servizi universali e manutenzione. Fermare l’approvazione a salamino non significa rifiutare la modernità: significa impedire che l’incertezza privata diventi debito pubblico e danno sociale. Prima si dimostrino sicurezza, utilità, sostenibilità e compatibilità paesaggistica; soltanto dopo si decida se costruire. Il resto non è politico infrastrutturale: è un azzardo di Stato. © RIPRODUZIONE RISERVATA
