Invece di parlare del proprio progetto per il Paese, il progressismo italiano reagisce alle parole della destra, ai suoi slogan, alle sue provocazioni e alle cosiddette guerre culturali. Il woke è un esempio evidente: è una copia importata delle guerre culturali americane. Ma l’Italia non è una provincia degli Stati Uniti. Abbiamo problemi nostri: salari insufficienti, disoccupazione e precarietà, giovani che emigrano, denatalità, difficoltà di accesso alla casa, disuguaglianze, sanità e scuola sotto pressione, un Mezzogiorno ancora distante dal resto del Paese, un enorme debito pubblico e ritardi nella transizione digitale ed ecologica. Una persona è più libera quando può autodeterminarsi, ma anche quando ha un lavoro dignitoso, una casa, una scuola di qualità, una sanità accessibile e la possibilità di costruire una famiglia. È qui che il progressismo rischia di aver smarrito una parte della propria ragione sociale. Ed è qui che una forza progressista deve recuperare autonomia culturale e politica
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
C’è poi un problema ulteriore: il dibattito sul woke arriva in Italia con ritardo e rischia di essere una copia delle guerre culturali americane, nate dentro una storia politica e sociale profondamente diversa dalla nostra. L’Italia non è una provincia culturale degli Stati Uniti. Abbiamo problemi nostri: salari insufficienti, disoccupazione e precarietà, giovani che emigrano, denatalità, difficoltà di accesso alla casa, disuguaglianze, sanità e scuola sotto pressione, un Mezzogiorno ancora distante dal resto del Paese, un enorme debito pubblico e ritardi nella transizione digitale ed ecologica. È su questi problemi che una forza progressista dovrebbe misurare la propria capacità di governo. La questione decisiva non è dunque se una battaglia culturale sia di destra o di sinistra. È chiedersi: migliora concretamente la vita delle persone? Se sì, va perseguita. Se diventa invece soprattutto una battaglia identitaria, occorre avere il coraggio di cambiare terreno. Questo non significa rinunciare ai diritti. Significa ricondurli dentro una visione universale.
Anche sulla sicurezza occorre una parola nuova. La paura non può diventare il nuovo contratto sociale. La sicurezza progressista deve fondarsi sullo Stato di diritto, sulla prevenzione, sulla credibilità delle istituzioni e su una polizia messa nelle condizioni di lavorare meglio e di sbagliare meno. Lo stesso vale per l’immigrazione. Per l’accoglienza può bastare il cuore. Per l’integrazione ci vuole la politica. Servono scuola, formazione, lavoro regolare, casa, diritti e doveri. E l’Italia deve smettere di considerare gli immigrati soltanto come forza lavoro a basso costo: ha bisogno anche di studenti, ricercatori, tecnici e professionisti. Il progressismo deve inoltre tornare a parlare ai giovani che già oggi costruiscono solidarietà, partecipano, si mobilitano per la pace e si impegnano nelle emergenze. Sono una riserva straordinaria di intelligenza e partecipazione. Non lasciamoli spegnere. Perché il problema vero non è il woke. È una politica progressista che rischia di accettare le domande degli altri invece di formulare le proprie.
