I giovani sbagliano quando rompono le vetrine, devastano le strade e trasformano la protesta in uno scontro. La violenza non è mai una soluzione. Ma gli adulti, prima di redarguirli, dovrebbero avere il coraggio di interrogarsi sulle ragioni di quella rabbia e, soprattutto, sulle responsabilità di chi ha contribuito a generarla. Che cosa dovrebbero pensare quando da anni centinaia di migliaia di loro sono costretti a lasciare il Paese per cercare altrove un lavoro, una retribuzione dignitosa e opportunità di realizzazione? Quando l’accesso all’istruzione dipende dalle condizioni economiche, la promessa costituzionale di uguaglianza rischia di restare incompiuta. Occorre cambiare rotta. Una classe dirigente si misura non dalla severità con cui condanna chi protesta, ma dalla capacità di ascoltare le domande che salgono dalla società e di trasformarle in risposte concrete
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► Prima di condannare la rabbia delle nuove generazioni, la politica abbia il coraggio di interrogarsi sulle proprie responsabilità. I giovani sbagliano quando rompono le vetrine, devastano le strade e trasformano la protesta in uno scontro. La violenza non è mai una soluzione. Ma gli adulti, prima di redarguirli, dovrebbero avere il coraggio di interrogarsi sulle ragioni di quella rabbia e, soprattutto, sulle responsabilità di chi ha contribuito a generarla. Che cosa dovrebbero fare i giovani quando dicono di non avere prospettive, quando guardano al futuro con insicurezza e si scontrano con una classe politica che appare sorda alle istanze più profonde della società? Che cosa dovrebbero pensare quando da anni centinaia di migliaia di loro sono costretti a lasciare il Paese per cercare altrove un lavoro, una retribuzione dignitosa e opportunità di realizzazione? L’emigrazione giovanile non è soltanto una perdita demografica o economica: è la denuncia di un sistema che troppo spesso non riesce a offrire ai propri figli un futuro all’altezza delle loro aspettative.
E come rispondere a chi vede avvicinarsi il punto di non ritorno della crisi climatica e assiste a politiche energetiche ancora fortemente legate alle fonti fossili, mentre la transizione ecologica procede con una lentezza incompatibile con l’urgenza della sfida? I giovani chiedono di poter abitare un pianeta vivibile, non di dover pagare il prezzo delle omissioni delle generazioni che li hanno preceduti. C’è poi il diritto allo studio, che dovrebbe rappresentare uno strumento di emancipazione e mobilità sociale. Eppure, tra il costo della vita, gli affitti proibitivi nelle grandi città universitarie e le insufficienti possibilità di sostegno, studiare lontano da casa diventa per troppe famiglie un lusso. Quando l’accesso all’istruzione dipende dalle condizioni economiche, la promessa costituzionale di uguaglianza rischia di restare incompiuta. E che cosa dire ai giovani che manifestano contro il massacro di Gaza, che denunciano la sofferenza della popolazione palestinese e chiedono ai governi di agire concretamente per fermare le violenze e tutelare i civili? Non si può liquidare la loro indignazione come una manifestazione di immaturità. La richiesta di giustizia, di rispetto del diritto internazionale umanitario e di protezione della vita umana interpella le coscienze e chiama le istituzioni alle proprie responsabilità. L’inerzia politica, quando viene percepita come indifferenza davanti a una tragedia umanitaria, alimenta sfiducia e indignazione.
Sono queste alcune delle domande alle quali la politica dovrebbe rispondere, invece di limitarsi a condannare le forme, talvolta inaccettabili, con cui il disagio si manifesta. Naturalmente, rompere una vetrina non crea lavoro, non rende accessibile l’università, non arresta il cambiamento climatico e non salva le vittime delle guerre. Ma sarebbe altrettanto sbagliato credere che basti reprimere la protesta per cancellare i problemi che la alimentano. Qui emerge la responsabilità degli adulti. Non si tratta di giustificare la violenza, ma di riconoscere che non si può invocare il senso di responsabilità delle nuove generazioni senza esercitare il proprio. Non si può chiedere moderazione a chi teme di non avere un futuro, mentre si rinuncia a costruire le condizioni perché quel futuro sia possibile. E non è credibile invocare la nonviolenza se, contemporaneamente, si ignorano le conseguenze sociali delle proprie decisioni, si restringono gli spazi di partecipazione e si risponde al dissenso prevalentemente con nuove misure repressive. La sicurezza è un diritto, ma lo sono anche la libertà di manifestare, la critica e la partecipazione democratica. Una democrazia matura deve saper garantire entrambe.
Forse è arrivato il momento che gli adulti, prima di chiedere ai giovani di fare un passo indietro, abbiano il coraggio di fare un passo avanti e chiedere loro scusa. Non per ogni errore commesso dalle generazioni precedenti, ma per le occasioni perdute, le promesse disattese e l’incapacità di affrontare problemi che si trascinano da troppo tempo. Chiedere scusa, tuttavia, non basta. Occorre assumersi la responsabilità di cambiare rotta. Una classe dirigente si misura non dalla severità con cui condanna chi protesta, ma dalla capacità di ascoltare le domande che salgono dalla società e di trasformarle in risposte concrete. Lavoro dignitoso, diritto allo studio, giustizia sociale, transizione ecologica e difesa dei diritti umani non sono concessioni: sono condizioni essenziali per una società democratica. I giovani hanno il dovere di rispettare le regole della convivenza civile. Gli adulti hanno il dovere, altrettanto imprescindibile, di non consegnare loro un mondo senza prospettive. Perché non si può chiedere ai giovani di credere nel futuro se chi governa continua a sottrarre loro le ragioni per farlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA
