Sugli schermi dei ragazzi e delle ragazze scorre ogni giorno un mondo in fiamme. Ma, a chi oggi ha vent’anni, va detta una cosa semplice: nei momenti più bui le generazioni nuove hanno saputo cambiare il corso degli eventi. Secondo il rapporto Oxfam 2026, l’1% più ricco del pianeta controlla in media il 43,8% della ricchezza globale, mentre una dozzina di individui possiede più ricchezza della metà dell’umanità. Per la prima volta, i miliardari nel mondo sono oltre 3.000. Il risultato lo paghiamo tutti: bollette, carburanti, carrello della spesa, inflazione che erode salari già poveri. I ragazzi e le ragazze del 2026 lo sanno: ogni euro speso in armi è un euro sottratto a case, scuole, sanità e transizione ecologica. Lo sanno anche perché la guerra non resta più un’astrazione lontana. In Russia e in Ucraina i giovani vengono mandati al fronte con la forza. Una generazione cresciuta sui social sfida governi percepiti come autoritari, corrotti e distanti. In contesti diversissimi si diffonde la stessa sensazione: si è giunti al limite. Sono movimenti ancora frammentati, ma la convergenza è il primo passo verso la forza. Bisogna proteggerli e respingere ogni provocazione dei gruppi violenti che, consapevolmente o no, fanno il gioco delle forze autoritarie
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
► «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni cruenti più svariati». Antonio Gramsci scriveva queste righe dal carcere, mentre l’Europa scivolava verso la catastrofe. Un secolo dopo sembrano scritte per noi. Guerre che si moltiplicano, prezzi che salgono, salari che non bastano, democrazie che si svuotano. Sugli schermi dei ragazzi e delle ragazze scorre ogni giorno un mondo in fiamme. Eppure, proprio nell’interregno, qualcosa si muove. E a chi oggi ha vent’anni va detta una cosa semplice: non abbiate paura. La storia insegna che i momenti più bui sono anche quelli in cui le generazioni nuove hanno saputo cambiare il corso degli eventi.
Gaza, il Vietnam di questa generazione
Negli anni Sessanta furono le immagini del Vietnam, portate per la prima volta nelle case dalla televisione, a scuotere la coscienza di milioni di giovani. Oggi è Gaza, che entra ogni giorno nelle chat e nei feed di una generazione cresciuta con lo smartphone in mano. Bambini sotto le macerie, ospedali distrutti, la fame usata come arma:
per molti ragazzi il genocidio dei gazawi è diventato il simbolo della tracotanza di un potere che non risponde a nessuno.
Un potere che ha volti precisi. Donald Trump e Benjamin Netanyahu sul piano politico e militare; Jeff Bezos ed Elon Musk su quello economico e tecnologico. Uomini a cui è stato permesso perfino di colonizzare il bene comune per eccellenza: lo spazio. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 lo definiva «patrimonio di tutta l’umanità»; oggi l’orbita terrestre è affollata di satelliti privati che decidono chi è connesso e chi no, persino in guerra. È la rappresentazione plastica di un’epoca in cui ciò che è di tutti diventa proprietà di pochissimi.
L’iperliberismo è un modello di potere
L’iperliberismo non riguarda solo affitti impossibili e buste paga leggere. È un modello di potere, e sempre più spesso di guerra, che si allarga a macchia d’olio. La ricchezza si concentra in pochi patrimoni legati alla finanza, alle piattaforme digitali, all’energia fossile e all’estrazione mineraria. I numeri sono impressionanti: secondo il rapporto Oxfam 2026, l’1% più ricco del pianeta controlla in media il 43,8% della ricchezza globale, mentre una dozzina di individui possiede più ricchezza della metà dell’umanità. Per la prima volta, i miliardari nel mondo sono oltre 3.000. A quei livelli il confine tra potere economico e potere politico diventa poroso. Chi possiede le piattaforme su cui si forma l’opinione pubblica, chi finanzia le campagne elettorali, chi controlla le infrastrutture critiche, siede di fatto al tavolo dove si decide il destino di miliardi di persone. Intanto, il lavoro resta mal retribuito, precario, frammentato. Il salto tecnologico, che potrebbe liberare tempo e generare benessere diffuso, produce invece rendite per una ristretta cerchia di nuovi “benefattori” e insicurezza per tutti gli altri. La ricchezza dei miliardari è più che raddoppiata dal 2020 rispetto ai salari medi. È la conseguenza di scelte politiche.
La guerra che entra nelle nostre tasche
A questo divario si somma la crisi prodotta dalle guerre. L’ultima, la più scellerata, è quella aperta contro l’Iran dai nostri stessi “alleati”. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di attacchi contro l’Iran, e da allora Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, attaccando navi, posando mine e imponendo pedaggi per il transito. Da quel braccio di mare transita di solito un quinto del petrolio mondiale in uscita dal Golfo. A settembre la tensione si è estesa a Bab el-Mandeb, con gli Houthi che minacciano le rotte saudite nel Mar Rosso e il greggio tornato sopra i 100 dollari al barile. Il risultato lo paghiamo tutti: bollette, carburanti, carrello della spesa, inflazione che erode salari già poveri. E mentre l’economia reale soffre, la spesa per le armi corre. Secondo il Sipri, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita, e il suo peso sul Pil globale è salito al 2,5%, il livello più alto dal 2009. La spesa dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953, e l’Alleanza ha fissato l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035. L’Italia non fa eccezione: è dodicesima al mondo, con un incremento del 20% in un solo anno. È una corsa insensata. I ragazzi e le ragazze del ‘26 lo sanno: ogni euro speso in armi è un euro sottratto a case, scuole, sanità e transizione ecologica. Lo sanno anche perché la guerra non resta più un’astrazione lontana. In Russia e in Ucraina i giovani vengono mandati al fronte con la forza. In Europa si parla apertamente di “mentalità di guerra” e di ritorno della leva. Non a caso ha fatto discutere la segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, quando dal palco della Festa dell’Unità ha detto: «non saremo noi i soldati delle vostre guerre». Ha dato voce a un sentimento diffuso: l’idea che sia normale pensare di poter andare in guerra domani non va giù a nessuno.
La lezione del primo Novecento
Il primo Novecento offre una lezione, anche se non consente facili sovrapposizioni. Fascismo e nazismo non furono semplicemente “creati” dal grande capitale. Nacquero da crisi profonde, da guerre, inflazione, disoccupazione e paura. Ma nei momenti decisivi beneficiarono del sostegno o dell’acquiescenza di settori delle élite economiche e agrarie, che vedevano nel movimento operaio e contadino una minaccia alla proprietà. La democrazia, dunque, può essere indebolita non solo da chi vuole abbatterla, ma anche da chi è disposto a sacrificarne le garanzie quando contrastano con i propri interessi. È ciò che rischia di accadere oggi, quando gli uomini più ricchi del pianeta si circondano di piccoli politici, vestali di un nuovo ordine fondato sul riarmo, sul taglio dello Stato sociale e su una retorica identitaria che trova già uomini e donne pronti a mettersi sugli attenti e giurare su «Dio, patria e famiglia».
Il ’68 ci dice che si può vincere
Ma la storia non insegna solo pericoli. Insegna anche che si può vincere. Nel ’68 i movimenti studenteschi incalzavano vecchie classi dirigenti e incrociavano sindacati forti e partiti di massa. Insieme seppero trasformare la protesta in riforme: lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, il diritto allo studio, un welfare che ha garantito dignità a intere generazioni, lo stesso che oggi le destre stanno smontando pezzo dopo pezzo. E fu in quegli anni che il rifiuto della guerra si saldò con la battaglia contro l’atomica: proprio nel 1968 veniva firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Oggi, con gli arsenali che tornano a crescere e le minacce nucleari pronunciate con leggerezza, la messa al bando delle armi atomiche è più attuale che mai. Anche oggi i movimenti esistono, e cominciano a parlarsi. Quelli per la casa dialogano con quelli contro l’overtourism. Le mobilitazioni per il clima si intrecciano con quelle per la pace e per Gaza. Le lotte per salari più alti e contro l’inflazione incontrano quelle per la scuola e la sanità pubblica. Dagli Stati Uniti al Nepal, dal Marocco al Madagascar all’Indonesia, una generazione cresciuta sui social sfida governi percepiti come autoritari, corrotti e distanti. In contesti diversissimi si diffonde la stessa sensazione: si è giunti al limite. Sono movimenti ancora frammentati, ma la convergenza è il primo passo verso la forza.
Non cadere nella trappola
Proprio perché questi movimenti crescono, bisogna proteggerli. Occorre respingere ogni provocazione dei gruppi violenti che, consapevolmente o no, fanno il gioco delle forze autoritarie: quelle che aspettano solo un pretesto per reprimere il dissenso, in Italia come in Francia, in Iran come negli Stati Uniti e in Russia.
Le bande che hanno razziato negozi nel centro di Milano non hanno nulla a che fare con chi lotta contro l’ingiustizia: ne sono, semmai, la controprova.
E incombe un rischio che la memoria italiana conosce bene: il rischio “Giorgiana Masi”. Il 12 maggio 1977 una studentessa di diciannove anni venne uccisa a Roma durante una manifestazione, mentre Francesco Cossiga era ministro dell’Interno. Immagini e fotografie mostrarono agenti in borghese armati tra i manifestanti; la verità giudiziaria su chi sparò non è mai stata accertata. Ma fu lo stesso Cossiga, trent’anni dopo, a teorizzare pubblicamente l’uso di infiltrati per provocare scontri e legittimare la repressione. La lezione è chiara: la nonviolenza non è debolezza, è la difesa più efficace di un movimento.
L’alleanza tra i popoli
Gramsci parlava dei “fenomeni morbosi” dell’interregno. Ma l’interregno non dura per sempre: prima o poi il nuovo nasce. Quale nuovo dipenderà da noi. Dipenderà dalla capacità di unire le lotte nei singoli Paesi e nel mondo, di trasformare la rabbia in organizzazione e l’organizzazione in proposte: tassare i grandi patrimoni, fermare la corsa al riarmo, mettere al bando le armi nucleari, rilanciare il welfare e la transizione ecologica. La pace si costruisce nell’alleanza tra i popoli, non nelle alleanze militari. E nei comuni obiettivi globali si sconfigge l’ingiustizia climatica e sociale. Ai ragazzi e alle ragazze di oggi non serve la paura. Serve la consapevolezza che, come nel ’68, il futuro non è ancora scritto. E che tocca a loro scriverlo.
Ce n’est qu’un debut continuons le combat…
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