Il futuro è una questione politica: lo hanno capito, prima di molti adulti, i ragazzi di Friday for Future che scenderanno in piazza a Roma venerdì 16 ottobre. Il giorno dopo saranno sulle strade della Capitale oltre cento associazioni, sindacati, comitati e movimenti uniti da cinque parole d’ordine: “Lavoro”, “Pace”, “Ambiente”, “Welfare”, “Costituzione”. Seppure in due giorni e con linguaggi diversi, non sono eventi separati, se prevarranno lungimiranza sociale e saggezza politica. Chi scende in piazza il 16 chiede che gli adulti, i sindacati, le istituzioni smettano di considerare il clima un tema per giovani idealisti. Chi scende in piazza il 17 ha l’occasione di rispondere: non siete soli, perché la vostra battaglia è anche la nostra. Chi tratta guerra, impoverimento e crisi climatica come emergenze separate, da gestire una alla volta con ministeri diversi e bilanci in competizione, “ha già perso la partita prima di giocarla”. Giustizia climatica e giustizia sociale sono concatenate. Dopo il 16 e il 17 ottobre serve un metodo che trasformi la convergenza di due giorni in un’alleanza stabile, plurale e radicata: è questa la condizione stessa per vincere


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

► Il 16 ottobre le giovani generazioni dei Fridays for Future torneranno a riempire le piazze per gridare che non si rassegnano. Il giorno dopo, il 17 ottobre, a Roma, oltre cento associazioni, sindacati, comitati e movimenti sfileranno da Piazza della Repubblica a Piazza del Popolo sotto un’unica insegna: Lavoro, Pace, Ambiente, Welfare, Costituzione. Insieme sulla Via Maestra. Due appuntamenti distinti, due linguaggi diversi, ma un’unica crisi da affrontare. Da una parte ragazze e ragazzi che hanno capito prima di molti adulti che il futuro è una questione politica. Dall’altra il lavoro organizzato, l’associazionismo, i comitati territoriali, il pacifismo laico e cattolico. Sarebbe un errore leggere queste due date come eventi separati, ciascuno con il proprio pubblico e la propria agenda. Sono, piuttosto, due tappe dello stesso cammino.

Non viviamo tre crisi parallele: la guerra, l’impoverimento e il collasso climatico, ma una sola crisi che si mostra con tre volti. E come scrivono le ragazze e i ragazzi di Fridays for Future, non possiamo più accettare di essere “lasciati soli ad affrontare questa emergenza”. Quelle due frasi si parlano. La prima è una diagnosi; la seconda è una richiesta di compagnia. Chi scende in piazza il 16 chiede che gli adulti, i sindacati, le istituzioni smettano di considerare il clima un tema per giovani idealisti. Chi scende in piazza il 17 ha l’occasione di rispondere: non siete soli, perché la vostra battaglia è anche la nostra. “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”, dice il manifesto, sono cinque parole che non formano un elenco, ma un’unica frase.

Voglio che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è. Greta Thunberg, World Economic Forum di Davos, (2019).

Greta Thumberg al World Economic Forum di Davos nel 2019 (credit foto Afp)

Sono passati quasi otto anni da quelle parole, e la casa brucia ancora: per questo la richiesta dei Fridays di non essere lasciati soli è rivolta a tutti, non solo ai governi.

Un circuito chiuso

Il manifesto è netto: chi tratta guerra, impoverimento e crisi climatica come emergenze separate, da gestire una alla volta con ministeri diversi e bilanci in competizione, “ha già perso la partita prima di giocarla”. La guerra divora le risorse che servirebbero al welfare e alla transizione ecologica. La crisi economica alimenta la paura, e la paura chiede muri, armi, uomini forti. La crisi climatica moltiplica la scarsità, e la scarsità diventa conflitto per l’acqua, per l’energia, per la terra. È un circuito chiuso: ogni volto della crisi nutre gli altri due. All’origine c’è un modello di sviluppo predatorio ed estrattivo, che tratta il lavoro come costo da comprimere, la natura come miniera da svuotare e la democrazia come intralcio da aggirare.

Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Papa Francesco, enciclica Laudato si’, 

Città del Vaticano 2015, Papa Francesco firma l’enciclica Laudato si’

È la stessa diagnosi del manifesto, pronunciata più di dieci anni prima da una voce che parla ben oltre il mondo cattolico. I Fridays for Future lo ripetono da anni con un linguaggio diverso: non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale. Il manifesto lo conferma con la sua diagnosi. Il riscaldamento globale non colpisce tutti allo stesso modo. Ondate di calore, alluvioni e siccità si abbattono prima sui quartieri densi e senza alberi, sugli anziani soli, sui braccianti nei campi, sui lavoratori dei cantieri. La povertà energetica è la forma quotidiana dell’ingiustizia climatica: chi inquina meno, paga di più. Intanto i salari reali sono fermi da trent’anni, il carrello della spesa, l’affitto e le bollette assorbono quote crescenti di redditi e pensioni e migliaia di giovani scelgono l’emigrazione come unica forma di futuro. Sono gli stessi giovani che il 16 ottobre chiederanno di poter restare, in un Paese vivibile. La loro domanda di futuro è la stessa domanda di chi il 17 rivendica salari dignitosi e servizi pubblici: non due lotte, ma una.

La lezione di Taranto

Se la crisi è una, anche la risposta deve esserlo. L’unico modo per rompere il circuito è riconoscere che una condizione comune, dipendere dal proprio lavoro e dal proprio territorio per vivere, unisce figure che spesso non si riconoscono tra loro: il lavoro organizzato e quello frammentato, i braccianti migranti e le lavoratrici della cura, le generazioni del clima e i comitati territoriali, il femminismo e i saperi critici, il mondo della pace e del disarmo. Nessuno di questi soggetti, da solo, è abbastanza forte. Il sindacato senza i movimenti rischia di difendere l’esistente; i movimenti senza il lavoro organizzato rischiano di restare minoritari e intermittenti; i comitati senza una visione generale rischiano di chiudersi nella difesa del proprio pezzo di territorio.

Manifestazione a Taranto contro l’inquinamento dell’Ilva

La lezione del conflitto di Taranto, tra lavoro e salute, vale per tutti: quando lavoratori e ambientalisti vengono messi l’uno contro l’altro, vincono sempre i proprietari. Per anni a Taranto si è chiesto di scegliere tra il salario e i polmoni dei propri figli. È il ricatto più antico, e funziona finché chi lo subisce resta diviso. Per questo il 16 e il 17 ottobre devono parlarsi. Le studentesse e gli studenti dei Fridays for Future non sono un’avanguardia da applaudire e poi lasciare sola; sono una parte essenziale dello stesso blocco sociale che sfila sulla Via Maestra. E i lavoratori non sono un ostacolo alla transizione, ma la sua condizione: senza chi costruisce pannelli, reti, treni e case efficienti, la riconversione resta uno slogan. L’alleanza non è un’aggiunta tattica. È la condizione stessa per vincere.

Dalla piazza al progetto

Una manifestazione mostra una forza; solo un’organizzazione la rende durevole. I Fridays for Future lo sanno bene: dopo le grandi ondate di mobilitazione, il rischio è sempre che l’energia si disperda. Dopo il 16 e il 17 ottobre serve un metodo che trasformi la convergenza di due giorni in un’alleanza stabile, plurale e radicata. Dotiamoci di strumenti concreti:

  1. Le Case della Via Maestra in ogni città: luoghi aperti, Camere del lavoro, circoli, spazi sociali, biblioteche, dove sindacato, associazioni, comitati e movimenti si incontrano stabilmente. Anche i collettivi studenteschi e i gruppi locali dei Fridays possono trovarvi casa.
  2. Le inchieste sociali di quartiere, per ascoltare prima di scrivere programmi: salari, affitti, bollette, servizi, calore, inquinamento.
  3. Le vertenze di riconversione, perché ogni crisi industriale o bonifica diventi un tavolo comune tra lavoratori, residenti, ambientalisti ed enti locali, senza mai scegliere tra lavoro e salute.
  4. Il mutualismo conflittuale: sportelli per casa, bollette e lavoro, gruppi d’acquisto solidali, comunità energetiche popolari, doposcuola e ambulatori sociali.
  5. Gli strumenti di democrazia diretta: leggi di iniziativa popolare, referendum, petizioni, bilanci partecipativi.
  6. Una Carta comune sottoposta a tutte le forze politiche, con misure verificabili e tempi certi.

Tre regole tengono insieme questo metodo. Autonomia: l’alleanza sociale non è il serbatoio di nessun partito. Pluralità: si decide per consenso sulle priorità comuni, lasciando a ciascuno la propria identità e i Fridays il proprio linguaggio, la propria creatività, la propria radicalità. Continuità: un calendario di mobilitazioni e di appuntamenti territoriali, perché il cambiamento è un processo, non un evento. Il 16 e il 17 ottobre possono essere le prime due date di quel calendario.

Un’altra sicurezza

Mentre si tagliano salari, sanità, scuola e servizi per investire decine di miliardi nel riarmo, con l’obiettivo di portare la spesa militare verso il 5% del Pil; mentre si evoca il nucleare, già bocciato due volte dai cittadini con i referendum; mentre l’autonomia differenziata rischia di spaccare l’Italia in cittadinanze di serie diverse e i decreti sicurezza restringono lo spazio del dissenso, le piazze del 16 e del 17 ottobre chiedono un’altra sicurezza. Sul nucleare vale ancora la risposta di Massimo Scalia: «Fanfaluche quelle del ministro sul basso costo. Sicurezza? Bisognerebbe ripensare la fisica del reattore».

La sicurezza vera è un lavoro stabile, una casa accessibile, un ospedale vicino, un territorio messo in sicurezza, un clima vivibile. È la sicurezza di chi non deve emigrare per costruirsi un futuro. È la sicurezza di chi non muore sul lavoro perché la sicurezza è considerata un costo. È la sicurezza di chi respira aria pulita in un quartiere senza alberi, e di chi non vede la propria città finire sott’acqua a ogni autunno. Ogni euro speso in armi è un euro tolto a questa sicurezza. E la guerra è anche il primo fattore di devastazione ambientale, con emissioni che nessun inventario conteggia: pace ed ecologia sono la stessa battaglia. È qui che le ragioni dei Fridays e quelle della Via Maestra coincidono senza residui.

La pace non è assenza di guerra, ma costruzione di condizioni di vita dignitose per tutti. E la ricchezza di un Paese non si misura con il Pil, ma con la salute delle persone e dei luoghi. Questo orizzonte ha già un testo: la Costituzione, che ripudia la guerra e, dopo la riforma dell’articolo 9, tutela l’ambiente e la biodiversità «anche nell’interesse delle future generazioni». Le future generazioni, il 16 ottobre, saranno in piazza a ricordarcelo. Il 17 il corteo partirà da Piazza della Repubblica per arrivare a Piazza del Popolo: dalla Repubblica al popolo, e ritorno. Il giorno dopo comincia il lavoro più lungo: portare quelle due piazze in ogni quartiere, in ogni luogo di lavoro, in ogni scuola. Nessuno deve più sentirsi lasciato solo. Insieme, sulla Via Maestra. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.

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