Il racconto commovente e disperato del fratello della più piccola vittima di uno dei più famosi e controversi disastri marittimi della storia. Il 26 luglio 1956 Ermanno Di Sandro non era a bordo del transatlantico — orgoglio della flotta italiana di linea — speronato nella nebbia, per errore, da una nave svedese davanti alla costa atlantica degli Stati Uniti. Fra le 53 vittime provocate dall’impatto violento tra il panfilo rompighiaccio “Stockholm” e le cabine di prua del transatlantico italiano, c’era la sorellina di tre anni. Quando ci fu il disastro lui non era ancora nato e solo anni dopo riuscì a convincere la mamma — che aveva deciso di tenerla chiusa per sempre, insieme al suo dolore — a farsi consegnare la cassettina dolorosa dei ricordi con ritagli di giornale, lettere e documenti relativi a quella tragedia. Ne è nato il libro “Insorgenze del cuore” che Cesare Protettì ha riaperto per “Italia Libera”. Questa la ricostruzione di quegli anni — quando i migranti eravamo noi — e della scomparsa della bimba finita fra i dispersi. I responsabili dell’ospedale fecero girare la foto della bellissima bambina dall’identità sconosciuta su giornali e televisione per trovare i suoi genitori e portarli al suo capezzale prima che morisse. “Un sonno senza risveglio”, scriverà il fratello
◆ L’articolo di CESARE A. PROTETTÌ
► Luglio, tempo di letture: sotto l’ombrellone, ma anche no. Dalla biblioteca di famiglia, per le letture estive, tiro fuori un libro che avevo dimenticato di avere, anche se si apriva con una bella dedica per me. Si intitola “Le insorgenze del cuore” ed è stato scritto da Ermanno Di Sandro, fratello di Norma, la più piccola vittima del naufragio dell’Andrea Doria, uno dei più famosi e controversi disastri marittimi della storia. Le sue fotografie corredano il libro nelle pagine finali e commuovono ancora. Le altre 52 vittime morirono non nel naufragio, avvenuto alle 10:15 di giovedì 26 luglio 1956, settant’anni fa, ma nell’impatto violento tra il panfilo rompighiaccio Stockholm e le cabine di prua del transatlantico italiano. Morirono cinque passeggeri della Stockholm e 47 dell’Andrea Doria.
Norma aveva tre anni, dieci mesi e ventisei giorni. I suoi genitori, Tullio e Filomena (detta Filina), avevano deciso, come tanti, di affrontare la scommessa americana per uscire dalle ristrettezze di un’Italia dove la povertà, specie al Sud, era tale – raccontava Filina – che per accendere i fornelli della cucina si usava, fino all’esaurimento, sempre lo stesso cerino. Forse era un’esagerazione, ma di sicuro tra il 1951 e il 1956 l’Italia era ancora coperta, non in piccola parte, dalle macerie della guerra. Anche Marzano Appio, il paese campano da dove parte la storia della famiglia Di Sandro, era un agglomerato semidiroccato dopo che i tedeschi avevano abbattuto o minato decine di abitazioni nel tentativo di arginare l’avanzata degli anglo-americani. L’Italia del Sud appariva ancora in ginocchio, incapace di mettersi in moto nonostante il Piano Marshall. L’emigrazione restava l’unica via per cambiare la propria vita, anche a costo di rischi, privazioni, sofferenze.
L’opportunità per emigrare giunse nel 1955, quando si aprì una finestra con gli Usa per una quota di 60.000 emigranti italiani (comprensiva di lavoratori e relativi familiari) «e mio padre non esitò a coglierla – scrive Ermanno – nonostante lo scarso entusiasmo di mia madre». Provvidenziale fu l’aiuto dello zio Mariano, il fratello di Tullio che si diede da fare per ottenere i documenti necessari, superare le rigidità burocratiche, le visite mediche e gli interrogatori presso il consolato. Mariano fu anche incaricato di prenotare un posto su una nave della Società di Navigazione Italia. Solo l’Andrea Doria aveva ancora disponibile qualche cabina in classe turistica (la terza classe), ai prezzi che la famiglia si poteva permettere di sostenere. Del resto c’era poco da scegliere perché alla metà d’agosto i Di Sandro dovevano assolutamente trovarsi negli Stati Uniti, pena la decadenza di tutti i documenti faticosamente acquisiti. Così, in quell’estate del 1956 la piccola Norma, col suo vestitino bianco, saltellava felice per i corridoi e per le sale della grande nave ormeggiata al Molo Beverello in attesa della partenza.
Quel 1956 sarebbe stato funestato da altri avvenimenti traumatici. Due settimane dopo l’affondamento dell’Andrea Doria si sarebbe verificato il disastro della miniera di Marcinelle, in Belgio, nel quale sarebbero morti 262 minatori di dodici nazionalità diverse, ma la maggior parte italiana. L’anno era stato percorso da forti preoccupazioni per la crisi di Suez e il 4 novembre l’Unione Sovietica avrebbe invaso l’Ungheria, occupando Budapest. Ma nonostante questi eventi di rilevanza storica, la tragedia della nave italiana tenne banco per mesi e ne nacque un mito. In quel 1956 erano nati, in positivo, altri miti italiani, come la Vespa della Piaggio, che aveva “motorizzato” anche le famiglie meno abbienti. E per le famiglie più numerose era nata anche la Fiat 600 Multipla, che assomigliava a un siluro e accoglieva ben sei persone.
Il libro di Ermanno Di Sandro è un racconto commovente e disperato di un uomo che non era a bordo di quel transatlantico orgoglio della flotta italiana di linea, ma che, anni dopo, riuscì a convincere la madre ad aprire il cassetto doloroso dei ricordi e a farsi consegnare la cassettina con i ritagli di giornale, lettere e documenti relativi a quella tragedia. Una cassettina che comunque la mamma aveva deciso di tenere chiusa per sempre, insieme al suo dolore. Ermanno sarebbe nato due anni dopo lo sbarco dei suoi genitori in terra americana, a Providence, dove la famiglia avrebbe iniziato la sua nuova vita. Una vita piena di promesse, ma ipotecata da una pesantissima ombra: la morte della piccola Norma di cui Tullio si sentiva responsabile.
Alcuni bambini furono lanciati da circa sei metri di altezza dai genitori impazziti, nel tentativo di centrare le scialuppe che si stavano caricando di naufraghi. Quelle scialuppe provenivano dalla Stockholm, i cui marinari si stavano dando un gran da fare nelle operazioni di salvataggio. […] I marinai svedesi avevano portato delle grandi coperte per evitare la caduta in mare dei più piccini, riuscendo a salvarli tutti. Una bimba cadde in mare ma fu ripescata subito, piangente e fradicia, da un marinaio: uno strazio. Ma era viva. Poi fu la volta di Norma. Tullio, solo nella sua disperazione, mentre le onde sballottavano violentemente quei piccoli natanti di soccorso, prese la sua decisione e urlò dall’alto del ponte di poppa, a dritta, che stava per lanciare la figlia sulla scialuppa. Si trovava a circa cinque metri dal pelo dell’acqua e la coperta non era ancora stata stesa per raccogliere la piccina, ma lui tentò ugualmente, convinto che lanciarsi in mare con la bimba avrebbe significato affogare in due. Calcolò la traiettoria del lancio e la gettò sulla lancia di salvataggio… Norma, però, piombò con la testa contro il parapetto di legno della scialuppa. Lui non se ne avvide, frastornato dalla confusione e dai pianti e dalle grida che lo circondavano.
Intanto il medico della Stockholm aveva diagnosticato chiaramente una frattura del cranio, raccomandando il ricovero urgente nella più vicina clinica chirurgica. Arrivò un elicottero della Guardia costiera che impiegò solo 13 minuti per il recupero di Norma. Al Nantucket Cottage Hospital giudicarono disperate le condizioni della bambina. Allora dall’isola del Massachussetts partì un piccolo aereo anfibio che arrivò all’ospedale di Boston, senza che la bambina fosse ancora identificata. Il resto della storia è raccontata da Ermanno Di Sandro in un drammatico capitolo, intitolato “Sonno senza risveglio”. I responsabili dell’ospedale fecero girare la foto della bellissima bambina su giornali e televisione nello sforzo di trovare i suoi genitori per portarli al suo capezzale prima che morisse. Lo sforzo ebbe successo e Tullio e Filina arrivarono all’ospedale di Boston il 27 luglio alle 15. Alle 21, dopo essere stata operata da un grande specialista, Norma morì.
«Quelle immagini ebbero la capacità di commuovere il generoso popolo americano, spingendolo a una gara di solidarietà. Attorno ai miei sfortunati genitori – scriveva Ermanno – si strinsero l’Italia e l’America. Mamma e papà rimasero sorpresi da tanto affetto e dalle spontanee dimostrazioni di solidarietà». Norma fu sepolta “nella terra che non vide mai”, come scrisse il Providence Journal, citando il fatto che Ruth Renwick Smart, dopo aver letto un articolo sulla vicenda diffuso dall’Associated Press, aveva scritto sulla vicenda una ballata. E una certa Miranda, da Roma, aveva inviato una poesia:
… a cavallo delle alghe / la morte nel ventre della nave si è tuffata. / Perché tu non la possa vedere / gli angeli, con trombe arcobaleno, / l’incenso soffiano dai comignoli del paradiso…
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