L’originale ma incompiuto tentativo di Ėjzenštejn e del suo fidato direttore della fotografia Éduard Tissé di coniugare fiction e documentario per celebrare la rivoluzione messicana è distribuito, quasi inosservato, in streaming. Per rientrare dalle spese di un anno di riprese, i produttori americani ricavarono dal girato quattro spezzoni, e soltanto nel 1978 l’ultimo superstite della troupe di Ėjzenštejn, il regista Grigori Aleksandrov, si mise al lavoro a Mosca sul materiale recuperato per ricomporre l’opera nel rispetto dell’impostazione originaria. È emerso un film in quattro episodi e un epilogo dedicato al culto dei morti. Di “Soldadera”, l’episodio, che avrebbe dovuto celebrare la vittoria delle rivoluzione, sono purtroppo rimaste solo poche foto di scena. Ed è un gran peccato
◆ La recensione di BATTISTA GARDONCINI *
► Il cinema è un’arte giovane. Gli strumenti si sono evoluti, e l’irruzione della computer grafica ha aperto orizzonti nuovi, ma il linguaggio cinematografico, dal modo di comporre le inquadrature al montaggio delle immagini, è sempre quello inventato oltre cent’anni fa da pionieri come l’americano David Wark Griffith, l’italiano Giovanni Pastrone e il sovietico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Con buona pace di Paolo Villaggio, che in uno dei suoi Fantozzi strappò facili risate definendo una “cagata pazzesca“ la Corazzata Potemkin, i film di Ėjzenštejn sono dei capolavori, e ancora oggi guardarli è un piacere per gli occhi e per la mente.
Quasi inosservato, su Prime Video è approdato “Que viva Mexico”, l’originale ma incompiuto tentativo di Ėjzenštejn e del suo fidato direttore della fotografia Éduard Tissé di coniugare fiction e documentario per celebrare la rivoluzione messicana. Le riprese si svolsero tra il 1931 e il 1932, poi i fondi finirono, e il regista, che nel frattempo era caduto in disgrazia con Stalin, fu richiamato in patria, dove morì nel 1948. Per rientrare dalle spese i produttori americani ricavarono dal girato quattro spezzoni, e soltanto nel 1978 l’ultimo superstite della troupe di Ėjzenštejn, il regista Grigori Aleksandrov, si mise al lavoro a Mosca sul materiale recuperato per ricomporre l’opera nel rispetto dell’impostazione originaria.
Il film è suddiviso in quattro episodi e in un epilogo dedicato al culto dei morti. Il commento sonoro è ricavato dalla sceneggiatura scritta da Ėjzenštejn, mentre Aleksandrov interviene in prima persona per colmare le lacune. Di “Soldadera”, l’episodio, che avrebbe dovuto celebrare la vittoria delle rivoluzione, sono purtroppo rimaste solo poche foto di scena. Ed è un gran peccato, perché “Que viva Mexico”, nonostante un bianco e nero deteriorato dal tempo e qualche lungaggine di troppo, merita davvero di essere visto. © RIPRODUZIONE RISERVATA
(*) L’autore dirige oltreilponte.org
