◆ La recensore di GIULIA FAZIO
► Ambientato nell’ardente costa andalusa, Hot Milk esplora le dinamiche conflittuali nel rapporto tra madre e figlia. Il film è un adattamento del romanzo di Deborah Levy del 2016 scritto e diretto dalla prolifica scrittrice teatrale e cinematografica Rebecca Lenkiewicz. Emma Mackey interpreta Sofia, studentessa venticinquenne di antropologia perennemente tesa tra i doveri filiali e la necessità di liberazione, costretta dalla madre Rose (Fiona Shaw) a partire dall’Inghilterra alla volta di Almería per dei trattamenti presso il Dr Gómez (Vincent Perez). La malattia di Rose è di difficile diagnosi, possibilmente psicosomatica, rendendola incapace di camminare da quando la figlia aveva quattro anni, bloccata sulla sedia a rotelle con le sue continue richieste ed esigenze. Sofia è un vulcano silente. Mackey riesce a esplorare il linguaggio del corpo del proprio personaggio, consegnandole sguardi e movimenti impercettibili di contenuta rabbia, serpeggiando per tutta la narrazione graduali manifestazioni di risentimento.
La regista britannica punta la cinepresa verso gli ambigui confini del rapporto tra le due donne: Sofia è costretta al conforto materno e Rose si lascia andare all’irragionevolezza dell’infanzia. Rose è fragile e manipolatoria, si sente vittima della sua condizione, ignorando lo stato d’animo di Sofia. La ragazza è dunque posta dalle circostanze in una zona di confine immaginario, spesso in bilico tra la labile linea che separa la calma imposta all’esplosione improvvisa di un sentimento soffocato. Lenkiewicz costruisce la narrazione come uno specchio crepato e, con il procedere della storia, le incrinature celano sempre più risentimento e desiderio di autodistruzione. La condizione delle due protagoniste è speculare: entrambe sono indissolubilmente legate da un vincolo non detto di necessità. Una morsa che avvolge e rende incapaci di progredire, scegliere e scappare a causa del legame parentale. Sebbene bloccata nel suo stato d’inerzia, tuttavia la ragazza tenta di fuggire dalla realtà attraverso il legame romantico intessuto con Ingrid – l’affascinante Vicky Krieps, enigmatica figura ammaliatrice e salvifica, ma al contempo problematica.
In Hot Milk si manifesta la ripetitività dei gesti quotidiani nei rapporti di codipendenza e le conseguenti simmetrie dei movimenti e degli umori delle due personalità coinvolte. Tale approccio è reso ancor più evidente dal paesaggio sonoro del film, caratterizzato da suoni reiterati. L’abbaiare perenne del cane dei vicini legato sul tetto è insieme stato nel quale Sofia si rispecchia e suono che martella. La “selvaggia” e indomita costa diviene così l’ambientazione ideale per un dramma che punta sullo stato d’animo dei protagonisti, dove il luogo è anch’esso simbolo di liberazione e al contempo estensione di una rabbia primordiale. Sarà la calma del gesto finale di Sofia a offrire una risoluzione del picco di pressione che esplode liberandosi. Il confine viene valicato e il futuro dell’atto è incerto, ma catartico. © RIPRODUZIONE RISERVATA
