A metà agosto parte il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi e i relativi rifiuti. La diffusione incontrollata della plastica, oggi presente in maniera esagerata negli oceani, nei terreni, nell’aria e persino nel nostro organismo ha reso necessario questo cambio di rotta. La gran parte dei divieti scatteranno però solo tra il 2030 e il 2040. Ma se l’emergenza esiste oggi perché rinviare cosi a lungo i provvedimenti più incisivi, come il divieto del monouso utilizzato nei bar, nei ristoranti e negli alberghi per il consumo sul posto? Se aspettiamo il 2030/40 per cambiare le nostre abitudini, continueremo per decenni ad alimentare un modello di consumo che la stessa Europa ha deciso di correggere. Ogni bottiglia monouso acquistata quando esiste un’alternativa, ogni contenitore usa e getta evitabile, ogni imballaggio superfluo continua ad alimentare quel ‘pozzo di San Patrizio’ dal quale estraiamo risorse naturali e nel quale riversiamo rifiuti
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA
L’Unione europea ha deciso di intervenire perché ritiene necessario ridurre le confezioni inutili, renderle più sicure, e limitare l’impiego di alcune sostanze in quelli destinati al contatto con gli alimenti dove la plastica è magna pars. Ma c’è una domanda che tutti dovremmo porci: se l’Ue ha ritenuto necessario intervenire con un regolamento così ambizioso riconoscendo che l’attuale sistema degli imballaggi, rappresenta un problema sanitario e ambientale, perché attendere fino al 2030 e, per alcune misure, il 2040? Se l’emergenza esiste oggi perché rinviare cosi a lungo i provvedimenti più incisivi, come il divieto del monouso utilizzato nei bar, nei ristoranti e negli alberghi per il consumo sul posto? Nel frattempo continueremo a riempire i carrelli di bottiglie di acqua minerale, vaschette dei cibi pronti, contenitori del delivery, confezioni alimentari, imballaggi dei cosmetici. E altre confezioni destinate a diventare rifiuti. Continueremo, cioè, ad alimentare quello che potremmo definire un moderno ‘pozzo di San Patrizio della plastica e dei suoi annessi ‘: un sistema che ogni giorno produce nuovi rifiuti, nuovi consumi di materie prime e nuove emissioni, mentre aspettiamo che le norme completino il loro percorso a tappe.
Per questo il nuovo regolamento europeo rappresenta un segnale importante, ma da solo non basta. Le leggi certo hanno bisogno di tempo ma la salute e l’ambiente no. Se aspettiamo il 2030/40 per cambiare le nostre abitudini, continueremo per decenni ad alimentare un modello di consumo che la stessa Europa ha deciso di correggere. Ogni bottiglia monouso acquistata quando esiste un’alternativa, ogni contenitore usa e getta evitabile, ogni imballaggio superfluo continua ad alimentare quel ‘pozzo di San Patrizio’ dal quale estraiamo risorse naturali e nel quale riversiamo rifiuti. La vera sfida non è soltanto normativa: è soprattutto culturale. La consapevolezza può arrivare molto prima delle scadenze previste dalla legge, e spesso sono i cittadini a spingere il mercato e le istituzioni ad accelerare il cambiamento perché la salute e l’ambiente non dovrebbero attendere i tempi della burocrazia, ma quelli della responsabilità. Nei fatti, senza attendere il 2040 ciascuno può contribuire da subito a ridurre la produzione di rifiuti e l’esposizione alle plastiche monouso, attraverso scelte quotidiane semplice ma efficaci; preferire quando possibile prodotti con meno imballaggi, utilizzare contenitori riutilizzabili e scegliere l’acqua del rubinetto quando sicura, sono comportamenti che riducono immediatamente l’impatto ambientale e tutelano la salute.
