In Italia si vogliono collocare in un unico sito sia i rifiuti di bassa-media attività radioattiva, sia lo stoccaggio ‘temporaneo’ dei rifiuti di alta attività, i più pericolosi. «Dichiarare che vanno bene per lo stoccaggio ‘temporaneo’ i criteri stabiliti per il Deposito nazionale significa non aver imparato nulla dalla ribellione lucana a Scanzano Jonico, e scherzare con la sicurezza», afferma la Commissione scientifica sul decommissioning degli impianti nucleari italiani presieduta da Massimo Scalia


¶¶¶ Roma, 15 aprile (Red) − «La pubblicazione della Cnapi (Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee per il deposito dei rifiuti radioattivi) è un primo passo per rispondere alle osservazioni europee, ma se non è seguita da altre iniziative, anche normative, non è sufficiente per evitare la procedura di infrazione Ue; soprattutto, non è sufficiente per mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi italiani», afferma la Commissione scientifica sul decommissioning, presieduta dal professor Massimo Scalia.

La Commissione scientifica pubblicherà entro aprile le Osservazioni sulla Carta dei siti potenzialmente idonei da inviare alla Sogin, ma anticipa alcune delle motivazioni per una valutazione così grave. Quali le cose ‘necessarie’ che invece mancano, secondo la Commissione scientifica? «In Italia si vogliono collocare in un unico sito sia i rifiuti di bassa-media attività, nel costruendo Deposito nazionale, sia lo stoccaggio ‘temporaneo’ dei rifiuti di alta attività, i più pericolosi; ma non sono stati forniti i criteri di sicurezza per poter gestire questa duplice destinazione nello stesso sito, né dalla guida tecnica dell’Ispra (Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale, GT 29, 2014), né, successivamente, dall’Isin, l’Ispettorato costituito proprio per la sicurezza nucleare», osserva la Commissione. «Letteratura scientifica e prassi internazionale tengono invece ben separata la gestione di queste due tipologie di scorie nucleari».

Sul punto è necessario specificare bene come stanno effettivamente le cose: a) il Deposito nazionale è ‘definitivo’, è cioè una custodia che si esercita sull’arco di circa trecento anni, per consentire alla radioattività dei rifiuti che ospita di ridursi a quella presente naturalmente nel suolo (il sito può essere portato a quel punto, come si dice in gergo, a “prato verde”); b) lo stoccaggio ‘temporaneo’ è invece un vero e proprio impianto nucleare, come richiede la stessa Isin, in esercizio per i decenni che serviranno a trovare, si spera, una soluzione soddisfacente alla custodia dei rifiuti più pericolosi e a vita media di migliaia/milioni di anni. E ben diverse sono, ovviamente, le conseguenze in caso di incidente nel deposito ‘definitivo’ o in quello ‘temporaneo’.

Gli esperti della Commissione scientifica aggiungono: «Siamo liberi, come Paese, di scegliere quale via seguire; ma se si pensa di liberarsi di quelli più pericolosi ‘esportandoli’ all’estero, anche in questo caso a nostro giudizio assai aleatorio si deve seguire una procedura molto ben definita. E, nonostante rappresentino una quantità relativamente piccola, e si parli di questa ipotesi da anni soprattutto in sede politica, non c’è traccia né di accordi con un Paese disposto ad ‘accoglierli’, né dell’ormai mitico sito comunitario», annota la Commissione.

«Stando così le cose, è necessaria una Valutazione ambientale strategica (Vas) per verificare la compatibilità di un unico sito sia per i rifiuti di bassa e media attività (Deposito nazionale) che per lo stoccaggio ‘temporaneo’ dell’alta attività», chiede la Commissione. E aggiunge: «Fare i ‘furbi’, dichiarando che vanno bene per lo stoccaggio ‘temporaneo’ i criteri stabiliti per il Deposito nazionale, come hanno fatto sia l’Ispra che l’Isin (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare), vuol dire che non si è imparato nulla dalla ribellione lucana a Scanzano Jonico. Si incorre in una sicura infrazione – la Ue ci ha già richiamato proprio per gli inadempimenti sull’alta attività – ma, soprattutto, si scherza con la sicurezza». 

La Commissione scientifica sul decommissioning avanza un’altra ‘pregiudiziale’: «Tra le norme da varare, si deve assolutamente prevedere per legge il diritto di recesso della popolazione coinvolta, come già si è fatto in Francia, il Paese più ‘nucleare’, dove però si è proceduto con molta maggior attenzione al consenso informato». ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, rimozione del quarto pozzo di rifiuti radioattivi dall’impianto Itrec di Rotondella (Matera); in alto e al centro, bidoni con scorie nucleari

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