Qual è il nostro posto nel mondo naturale dell’unico pianeta abitato da umani a noi noto? La seconda parte della conversazione tra Fabio Balocco e Elisabetta Corrà si sofferma sui processi con cui avanza la distruzione della biodiversità sul nostro Pianeta e l’estinzione progressiva delle comunità animali. Dal punto di vista ecologico è lo sfoltimento numerico delle popolazioni che compongono una specie, che conta sempre meno individui. Una specie si assottiglia, finché scompare. E mentre tutto ciò avviene, dal momento che quegli animali sono ancora visibili, sembra che vada tutto bene. In realtà è una lenta inerzia verso ecosistemi svuotati che procede in silenzio fino al punto di non ritorno. E, paradossalmente, i documentari naturalistici a budget stellare che la maggior parte delle persone guarda avidamente finiscono per essere parte del problema. Queste produzioni vendono l’immagine di una natura spettacolare, immobile nel tempo, eterna ed eterea. Non dicono mai che quei posti sono francobolli in un oceano di agricoltura e men che meno fanno riferimento a come erano quei luoghi solo un secolo fa, quanti di quegli animali c’erano allora. Un processo che si potrebbe rallentare con la realizzazione di aree protette su scala continentale

Giaguaro (Pantera onca) che nuota; sotto il titolo, credit foto Pavan Pixabay

◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con ELISABETTA CORRÀ, giornalista e scrittrice ambientale

Nell’analisi della fase geologica dell’Antropocene (di cui abbiamo ragionato nella puntata precedente, clicca qui) c’è un fenomeno ad esso collegato. È la defaunazione. Ci puoi dire quali specie sono interessate e quali sono le cause e le prospettive future?

«La defaunazione è il backstage dell’estinzione, perché è tutto quello che succede alle comunità animali prima che l’estinzione sia conclamata. È il processo storico vero e proprio che porta all’estinzione. Dal punto di vista ecologico è lo sfoltimento numerico delle popolazioni che compongono una specie, che conta sempre meno individui. Una specie si assottiglia, finché scompare. E mentre tutto ciò avviene, dal momento che quegli animali sono ancora visibili, sembra che vada tutto bene, e che sia naturale vederne sempre meno, di quegli animali specifici, poiché le attività umane si allargano e chiedono il loro prezzo, per l’appunto, “in natura”.  Questa lenta inerzia verso ecosistemi svuotati, quelli che già nei rampanti anni ’80 di Reagan alcuni ecologi osarono ribattezzare “sindrome della foresta vuota”, procede silenziosamente, ed è qui che si nasconde la sua pericolosità intrinseca. Non è una eruzione vulcanica, è un fenomeno spalmato su decenni. Una misura del tempo ecologico che non siamo assolutamente attrezzati a cogliere, né dal punto di vista cognitivo né dal punto di vista filosofico e spirituale». 

Giovane rinoceronte

Siamo come dentro degli iperoggetti. E in compenso i media ci inondano di documentari rassicurati sulla natura.

«Infatti, sono parte del problema anche i documentari naturalistici a budget stellare che la maggior parte delle persone guarda avidamente. Queste produzioni vendono l’immagine di una natura spettacolare, immobile nel tempo, eterna ed eterea. Non dicono mai che quei posti sono francobolli in un oceano di agricoltura e men che meno fanno riferimento a come erano quei luoghi solo un secolo fa, quanti di quegli animali c’erano allora. Il punto di riferimento storico, invece, è essenziale. Intanto, per dare una informazione corretta, non per fornire un idillio bucolico. E in secondo luogo per avere una percezione netta di cosa è andato perduto e in quanto tempo. È lo sforzo di confronto storico che io cerco sempre di tenere saldo e presente sul mio blog. Gli animali prendono commiato dal Mondo, e da noi, progressivamente, inesorabilmente. Per questo io dico sempre che la defaunazione ha un fondamentale significato storico: è la voce in sottofondo della storia umana ufficiale, del passare del tempo, delle nostre “res gestae”. Tutti i continenti attuali sono defaunizzati, per il semplice fatto che l’intera biosfera è stata cooptata dentro il disegno umano».  

— Puoi farci degli esempi?

«Le foreste millenarie della costa del nord-ovest, sul Pacifico, nella attuale British Columbia, sono state abbattute al 95% in un solo secolo, il Novecento. Nel Nord America (stati Uniti ed Alaska) ci sono 1500 orsi grizzly, confinati in parchi nazionali. Poco più di un secolo fa erano almeno 50mila. Il giaguaro fino agli anni ’60 aveva un home range che raggiungeva Texas e Arizona; gli ultimi due furono uccisi in Arizona nel 1963 e nel New Mexico nel 1986. Negli anni’70, mentre Kohmeini era in esilio a Parigi, c’erano i ghepardi appena fuori Teheran e le tigri attorno al Mar Caspio. Pensiamo alla lince in Europa. Pensiamo al leopardo di Amur, nelle Russia siberiana raccontata da Cecov. Dal momento che tutti gli ecosistemi funzionalmente integri (non intonsi, integri, cioè habitat di predatori di vertice, onnivori, carnivori, erbivori in comunità altamente diversificate) sono minacciati dall’espansione delle terre coltivabili, delle strade, degli insediamenti umani, e dal cambiamento climatico, possiamo dire che la defaunazione coinvolge l’intero Pianeta. È l’epoca storica che stiamo attraversando. È fondamentale sottolineare che neppure il cambiamento climatico in sé costituisce una strada senza uscita, anche se sappiamo che sconvolgimenti climatici come la fine del Pleistocene hanno ovviamente implicato una riscrittura globale delle comunità animali e vegetali». 

— Possiamo ipotizzare un futuro non catastrofico?

Una coppia di tigri

«Se potessimo contare su aree protette su scala continentale (la vera misura della protezione della natura, che comincia ad essere ammessa, anche se sottovoce, nella stessa governance internazionale, cioè in seno alla Convenzione Mondiale per la Biodiversità), le specie avrebbero spazio per modificare il proprio areale, per esprimere cioè una risposta adattativa. Questo non vuol dire che non ci sarebbero perdite molto dolorose, ma che il patrimonio biologico della Terra avrebbe occasione di ricostituire sé stesso. Dobbiamo abituarci a vedere la defaunzione in una doppia prospettiva storica. Guardando al passato archeologico e poi agli ultimi cinque secoli, quelli in cui abbiamo costruito la Modernità, quelli decisivi perché l’estinzione diventasse uno strumento di affermazione della civiltà. Di recente Nicole L. Boivin, che insegna archeologia a Oxford e al dipartimento di storia umana del Max Planck di Jena, ha scritto cose importantissime, sostenendo che la defaunazione può essere intesa come l’esito finale della costruzione di nicchia.  Quindi qui possiamo tranquillamente riagganciarci a quanto dicevamo poco fa sul significato dell’Antropocene».

— Cosa dice Boivin?

Specie in via di estinzione

«Secondo Boivin, ben prima dell’Età delle Scoperte, ossia da metà del ‘400 in poi, le attività umane accumulatesi per millenni avevano già impresso cambiamenti massicci nell’abbondanza e nella estensione dei range geografici di moltissime specie. Ma va detto con chiarezza: è la modernità capitalista ad avere avuto i mezzi per estrarre dagli esseri viventi e dai loro habitat morte e risorse, materia grezza e spazio. La defaunazione è l’atmosfera di commiato degli animali del mondo che sembra non suscitare il nostro interesse collettivo, come se un Mondo popolato solo da umani non fosse disperatamente solo, omologato, ripetitivo. A mio parere questo trend storico-ecologico racchiude ed esprime anche una figura di civiltà ancora più impressionante. Senza sapere nulla, suppongo, di ecologia, l’ha capita Aime Césaire, un padre dell’Umanità, scrittore nero anticoloniale, che disse una cosa pazzesca: “gli Europei hanno voluto fare del mondo un monologo”. Monologo è la parola chiave, che io intendo in senso non solo razziale, per quanto concerne la messa in schiavitù dei neri, ma in senso ontologico».

Delimitata nel 1985, la Terra Indigena Sararé rimane sotto assedio da parte di migliaia di minatori che giocano al gatto e al topo con le forze di sicurezza e di tutela ambientale. Territorio del popolo Nambikwara, questa area di 67.000 ettari è stata sistematicamente devastata dall’azione di centinaia di escavatori idraulici che, giorno e notte, aggravano il dramma di un popolo tenuto in ostaggio a casa propria. L’attività mineraria continua a espandersi, impedendo ai Nambikwara a vivere secondo i propri usi e costumi

— Cosa intendi dire?

«La nostra civiltà europea tende da secoli a semplificare e risucchiare l’Altro (animale, nero, africano, musulmano, Nativo) in un Übereinstimmung, una parola tedesca bellissima che potremo tradurre con “intimo accordo di tutte le parti”. È una riduzione del fenomeno vivente ad una sola misura, ad una sola legge, ad un solo diritto. Ad una presunta armonia in cui tutto funziona, una armonia di tasti invio, crescita economica, burocrazie e commerci continentali che nasconde una violenza spaventosa. Questa figura secondo me è una delle caratteristiche più preoccupanti del nostro pensiero in quanto occidentali ed è anche una definizione filosofica della defaunazione. Ridurre la diversità di specie ad una unica specie, noi. Tutto è appianato, ordinato, ripulito dagli intrusi. C’è stato chi, come Zygmunt Bauman e più di recente Dan Stone, hanno ascritto al nazismo tedesco questa “volontà di omologazione totale”».

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.

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