Il Darwish Poetry Day ha riproposto a Torino il poeta del celebre inno alla resilienza e alla bellezza del quotidiano in Palestina. Per concretizzare la speranza di un domani, Mahamoud Darwish ha sempre ritenuto che la pace passasse da un futuro condiviso e da un perdono reciproco: «Noi siamo i due popoli più stupidi del mondo. Siamo così piccoli, bistrattati, come due che odiano i loro stessi fratelli. L’ideologia dello Stato e delle carte d’identità è ciò che ha creato il conflitto… Noi siamo veramente noi?». Parallelamente all’evento di Torino, una trentina di altri luoghi in tutto il mondo hanno reso omaggio ad uno dei più grandi poeti arabi contemporanei, ciascuno con la propria programmazione artistica, in collaborazione con il Centre Pompidou e il sostegno di “L’Orient-Le Jour”, dell’Institut français du Liban e del museo Sursock, con il patrocinio del ministero della Cultura d’oltralpe. Ha scritto Mahmoud Darwish in “Come gli altri viaggiamo”: «E abbiamo un paese senza confini, come la nostra idea dell’ignoto, largo e stretto. Abbiamo un paese fatto di parole. E tu parla, parla. Così sapremo dove avrà termine questo viaggio»
◆ La recensione di ANNALISA ADAMO AYMONE
► “I Don’t Want This Poem to End” di Mahmoud Darwish è stato il punto di partenza nelle due giornate tenutesi qualche giorno fa negli spazi di Paint It Black a Torino per interrogare la capacità della poesia di continuare a circolare oltre la vita dell’autore, attraverso altre voci, lingue e forme espressive, in un momento in cui il mondo è afflitto dalle guerre. L’evento Darwish Poetry Day di Torino, curato da Lilou Vidal, in collaborazione con Centre Pompidou e Institut du Monde Arabe, ha celebrato quello che può essere considerato uno dei più grandi poeti arabi contemporanei. Parallelamente, una trentina di luoghi in tutto il mondo hanno reso omaggio a Mahmoud Darwish, ciascuno con la propria programmazione artistica. Le celebrazioni sono state tenute anche a Beirut nell’auditorium del museo Sursock con l’organizzazione della Maison internationale des écrivains (“Beyt El Kottab”), sotto la direzione artistica di Charif Majdalani e Rima Abdul Malak, sempre in collaborazione con il Centre Pompidou e con il sostegno di “L’Orient-Le Jour”, dell’Institut français du Liban e del museo Sursock, sotto il patrocinio del ministero della Cultura.
Dopo la storica stretta di mano nel 1993, tra Rabin e Arafat, che sanciva la fragile pace a cui seguì l’uccisione di Rabin a Tel Aviv appena due anni dopo – precisamente nel novembre del 1995 – il poeta, dopo quasi trent’anni di esilio, si stabiliva tra Ramallah in Cisgiordania, e Amman, in Giordania, per collaborare alla costruzione dello Stato di Palestina. Dal 1994 divenne membro del Parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese ed è stata l’unica personalità palestinese, dopo Arafat, alla quale sono stati concessi i funerali di stato. Darwish ha sempre ritenuto che la pace passasse da un futuro condiviso, da un perdono reciproco, come ha più volte sottolineato. «Noi siamo i due popoli più stupidi del mondo. Siamo così piccoli, bistrattati, come due che odiano i loro stessi fratelli. L’ideologia dello Stato e delle carte d’identità è ciò che ha creato il conflitto… Noi siamo veramente noi?… Proviamo invece a essere normali, è così necessario, per ognuno di noi, andare oltre alle varie storie e ai miti, altrimenti questo luogo finirà per inghiottirci» aveva detto in “Con la lingua dell’Altro” saggio pubblicato in Italia da Portatori d’acqua nel 2024.
Ad aprile scorso Feltrinelli ha pubblicato in Italia la raccolta di testi fondamentali di Mahmoud Darwish dal titolo “Una trilogia palestinese”, che contiene il suo ultimo poema scritto prima di morire. Un vero e proprio testamento della voce più visionaria della letteratura palestinese contemporanea, che riunisce le suggestioni di una vita e le coagula in poche parole contro il silenzio che lo attende, confermando di essere un simbolo universale di identità e appartenenza in un Novecento in fiamme. © RIPRODUZIONE RISERVATA
