Allievo di Giuseppe Rotunno e Vittorio Storaro, ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e, dopo aver lasciato la Rai (dov’era entrato per concorso), l’ex “ragazzo di bottega” di Giovinazzo ha lasciato la Puglia e ha deciso di vivere negli Stati Uniti il suo sogno di entrare nel mondo del cinema, facendo prima tanti cortometraggi e poi molta pubblicità per potersi permettere di rimanere in America: «Ora vivo a New York da anni e ancora ci sto bene. Questo nuovo sindaco, Zohran Mamdani, ha dato una bella ventata di fiducia per il futuro. E poi l’America è enorme, fatta di tanti Stati, di cui alcuni continuano a resistere al ciclone Trump». Lavora alla direzione della fotografia in un film co-prodotto tra Italia e Francia, e in Marocco nel docufilm su un artista molto legato all’Italia. Di più non ci dice: «Il cinema è fatto anche di attese e segreti»


Le foto della pagina sono della Gallery di Giuseppe Mottola che qui ringraziamo vivamente

L’intervista di ANNALISA ADAMO AYMONE con GIUSEPPE MOTTOLA, direttore della fotografia

Dallo studio fotografico di suo padre nella piccola provincia pugliese al cinema americano, passando dal centro sperimentale di Roma, dopo una breve sosta di qualche anno in Rai. Questa è l’avventura senza frontiere di Giuseppe Mottola, oggi direttore della fotografia in produzioni cinematografiche internazionali, che lasciò Giovinazzo spinto dal padre a studiare fotografia sin da giovanissimo presso l’Istituto tecnico superiore Roberto Rossellini di Roma e, successivamente, a tentare il concorso al Centro sperimentale dove fu allievo di Giuseppe Rotunno e Vittorio Storaro. 

L’ex ragazzo di bottega Giuseppe Mottola, li ricorda con affetto e stima infinita, sin dai primi momenti di questa intervista in terra pugliese: «Rotunno è stato il primo direttore della fotografia non americano ammesso all’American Society of Cinematographers e nella sua carriera vinse numerosi premi e partecipò alla realizzazione di grandi capolavori del cinema collaborando a lungo, fra gli altri, con Luchino Visconti e Federico Fellini. Vittorio Storaro ha vinto 3 premi Oscar “Apocalypse Now” (1979) di Francis Ford Coppola, “Reds” (1981) di Warren Beatty, “L’ultimo imperatore” (1987) di Bernardo Bertolucci. Due grandissimi, che mi hanno formato ed ai quali devo tanto per questo».  

Come mai hai deciso di lasciare la Rai e di trasferirti in America? In questo momento poi la scelta sembra ancora più ardua. 

Sorride e scuote la testa. «Ero entrato in Rai dopo aver concluso il Centro Sperimentale. Vinsi il concorso e divenni finalmente indipendente da mio padre che mi aveva sostenuto negli studi fuori sede fin da giovanissimo, ma non era esattamente ciò che volevo fare perché il mio sogno era sempre e comunque il cinema. Successivamente mi sono sposato con una donna americana e dopo alcuni anni ho deciso di trasferirmi e dedicarmi al cinema facendo prima tanti cortometraggi e anche molta pubblicità per potermi permettere di rimanere in America. Ora vivo a New York ormai da anni e ancora ci sto bene. Questo nuovo sindaco, Zohran Mamdani, ha dato una bella ventata di fiducia per il futuro. E poi l’America è enorme, fatta di tanti Stati, di cui alcuni continuano a resistere al ciclone Trump». 

Esiste ancora il sogno americano allora, perlomeno nel mondo del cinema? Che cosa pensi del sistema che governa il cinema italiano? E cosa cambieresti? 

«In America hai l’impressione che tutto possa essere realizzato, soprattutto grazie allo scarico fiscale totale che incoraggia la spesa dei privati. Ti faccio un esempio banale. La tessera del Moma costa 150 dollari e anch’io ne ho una, come molti newyorkesi. Lo scarico fiscale è totale e, quindi, anche se capita di usarla poco ci investi ugualmente. Ti dico questo per trasmettere l’idea che in America chiunque può decidere di investire in un film, tanto in ogni caso ogni esborso sarà scaricabile. In Italia non è così, pertanto l’intervento privato è molto residuale. Ecco cosa cambierei. Renderei totalmente scaricabili, fiscalmente parlando, ogni tipo d’investimento nel cinema». 

Nel 2021 hai lavorato al docufilm “Frank Miller, American Genius”. Com’è stato?

«Lo considero uno dei film più belli che ho fatto. Lavorare con Frank è stato entusiasmante non solo perché si tratta di uno dei fumettisti e sceneggiatori americani più importanti e influenti dell’epoca contemporanea ma anche perché è una delle persone migliori che abbia conosciuto in questo ambiente. Le sue vicende professionali e personali mi hanno molto colpito, mi sento un suo grande amico». 

Progetti per il futuro? 

«Non posso svelare nel dettaglio ma sono molto impegnato sia in un film co-prodotto tra Italia e Francia, sia in Marocco per un docufilm su un artista che in qualche modo è stato molto legato all’Italia. Di più non posso dire. Il cinema è fatto anche di attese e segreti. Intanto la mia vita e il mio lavoro continua a svolgersi sempre in viaggio da un punto all’altro della terra. Tornare in Puglia mi rende estremamente felice ma non riuscirei più a restarvi di continuo. A Giovinazzo ci sono i miei fratelli e mia madre che ormai è molto anziana. Mio fratello porta avanti lo studio fotografico di mio padre. Anche se sento tutta la nostalgia delle mie radici, resto profondamente un giramondo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È stata dirigente degli Affari Generali, Istituzionali e Legali, dell’Archivio Storico, del Patrimonio e dei servizi Appalti e Contratti del Comune di Taranto, occupandosi di una delle più complesse macchine amministrative pubbliche nel periodo successivo al dissesto dell’ente, curandone altresì i rapporti istituzionali ed i rapporti interni. È stata successivamente vicepresidente di una delle più grandi aziende pubbliche di rifiuti ed altresì assessore agli Affari Generali, all’Ambiente e alla Legalità, alle Risorse umane dello stesso Comune di Taranto. Formatrice e docente, attualmente scrive per la testata nazionale “Italia Libera” di cultura, ambiente, politiche pubbliche e democrazia.

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