Vietnam-Seveso: il gemellaggio dell’orrore e l’eredità dell’agente arancio, 50 anni dopo

Malformazioni provocate dall’agente arancio

Si avvicina il 45esimo anniversario della nube tossica di Seveso: 40.000 persone colpite e 700 intossicati con disturbi durati anni; centinaia di donne decisero di abortire per il rischio di malformazioni dei feti. L’Organizzazione mondiale della sanità classificò quella di Seveso tra le dieci peggiori catastrofi ambientali nel mondo. L’anno prima, il 30 giugno del 1975, gli ultimi soldati americani lasciarono il Vietnam ponendo fine alla “guerra che non cessava mai di finire”. Cosa hanno in comune Seveso e il Vietnam? L’agente arancio, noto come diossina, dopo 50 anni fa nascere ancora bambini malformati. Anticipazione del numero 8 del magazine quindicinale in uscita il primo giugno


L’analisi di STEFANO RIZZO / 

IL 10 LUGLIO DEL 1976, quasi 45 anni fa, a seguito di un’esplosione in un impianto chimico nel comune di Seveso si sparse nell’atmosfera una nube di diossina, una sostanza altamente tossica. Non si è mai saputo esattamente quanta diossina sia finita nell’aria e poi al suolo e nelle falde acquifere, ma una stima attendibile parla di circa 10 kg. L’area coinvolta fu di circa 18 km quadrati. Tra le circa 40.000 persone colpite ci furono circa 700 intossicati con disturbi anche gravi che durarono anni; centinaia di donne decisero di abortire per il rischio di malformazioni dei feti. L’Organizzazione mondiale della sanità classificò quella di Seveso tra le dieci peggiori catastrofi ambientali nel mondo.

L’anno prima, il 30 giugno del 1975 gli ultimi soldati americani lasciarono il Vietnam ponendo così fine alla “guerra che non cessava mai di finire”. Era iniziata formalmente nel 1964, ma di fatto i soldati americani combattevano nel Vietnam del Sud già da svariati anni. Allora si disse che era stata la guerra più lunga della storia americana, non prevedendo che nel secolo successivo sarebbe stata superata da quella irachena (17 anni) e da quella afgana (20 anni − se finirà, come promesso da Biden − il prossimo settembre).

Le conseguenze dell’esplosione all’Icmesa di Seveso

Cosa hanno in comune la tragedia di Seveso e la guerra del Vietnam? Prima di spiegarlo facciamo un passo indietro. La guerra del Vietnam andava male fin dall’inizio. I guerriglieri Vietcong, agli ordini del generale Giap, l’eroe di Dien Bien Phu che nel 1948 aveva sconfitto i francesi costringendoli alla resa, dilagavano in tutto il Vietnam del Sud conquistando aree sempre più grandi di territorio con i loro attacchi spregiudicati e anche terrorizzando la popolazione che non solidarizzava con loro. Colpivano in forze dove il nemico era più debole e poi si ritiravano nelle foreste dove era impossibile inseguirli e tantomeno bombardarli dall’alto. Sotto la fitta coltre di alberi erano anche nascosti i depositi di munizioni e i campi di addestramento per i miliziani che arrivavano dal nord attraverso il “sentiero di Ho Chi Minh” (in realtà un intreccio di strade sterrate che passava lungo la frontiera con il Laos).

Gli americani le avevano provate tutte per sconfiggere la guerriglia: deportazione della popolazione “al sicuro” nei cosiddetti Villaggi strategici, creazione di Zone di libero fuoco (Ffz) dove era lecito sparare e bombardare qualunque cosa si muovesse − uomo, donna, bambini, animali; stragi di interi villaggi (tristemente famosa quella di My Lai), le torture e le esecuzioni sommarie − insomma tutte le consuete tecniche antiguerriglia già sperimentate nei decenni precedenti da tutti i regimi coloniali contro i movimenti di indipendenza. E tuttavia, nonostante l’impegno repressivo, nonostante i milioni di tonnellate di bombe rovesciate sul suolo vietnamita (più che in tutti i teatri di guerra nel corso della seconda guerra mondiale), nonostante le perdite americane, che a fine guerra superarono i 50.000 morti, i Vietcong continuavano ad essere invisibili e inafferrabili, e a vincere.

Fu a questo punto che al Pentagono guidato da uno dei “migliori e più brillanti” (the best and the brightest) uomini di Kennedy, Robert McNamara, venne un’idea geniale: se non possiamo vedere i Vietcong perché sono nascosti dalle foreste, la soluzione c’è: distruggiamo le foreste! Tagliando gli alberi? No, troppo lungo e pericoloso. Facendoli seccare. Senza la copertura delle foglie i guerriglieri non potranno più nascondersi e noi potremo ucciderli a piacimento. Semplice. Tanto più che lo strumento per raggiungere questo brillante obbiettivo “tattico” era già a disposizione: un pesticida prodotto dalla Dow Chemical (la stessa che fabbricava il napalm) e dalla Monsanto (il colosso delle sementi) con un nome accattivante − agente arancio − meglio noto ai chimici come Tcdd, diossina.

In Vietnam continuano a nascere, dopo 50 anni, bambini malformati

Il gemellaggio tra il Vietnam e la futura catastrofe di Seveso è a questo punto evidente. Con una differenza: che gli americani − secondo il loro costume − fecero le cose molto più in grande. Tra il 1961 e 1l 1971 riversarono su Vietnam, Laos e Cambogia 75.000.000 di litri di agente arancio coprendo una superficie ampia quanto tutta la Lombardia. Le persone esposte furono 4.000.000, gli animali morti un numero incalcolabile. Le conseguenze tra gli abitanti, sottoposti ad altissime concentrazioni di diossina furono − e sono nonostante i decenni trascorsi − enormi: tumori, malformazioni dei feti, ulcere cutanee, danni al sistema immunitario, diabete. E inoltre 20.000 km quadrati di terreno reso inabitabile e non coltivabile per decenni.

Da un punto di vista militare l’operazione fu un successo: dovunque l’agente arancio era stato spruzzato la vegetazione era scomparsa producendo un paesaggio lunare di cenere (per buona misura era anche stato bruciato col napalm) e alberi stecchiti, senza segni di vita. Qualunque cosa si fosse mossa laggiù avrebbe potuto essere obliterata con una bomba di precisione. Ma, nonostante tutto, in qualche modo e da qualche altra parte, i Vietcong continuavano ad arrivare e a colpire. Ancora qualche anno e poi, di vittoria in vittoria, ci fu la conquista finale di Saigon (1973) e due anni dopo l’ultima precipitosa fuga degli americani e dei loro alleati sudvietnamiti.

Con la pace, dell’agente arancio non si parlò più. Solo 16 anni dopo, nel 1991, il Congresso americano approvò una legge per indennizzare i reduci dal Vietnam − e i loro figli − per i danni da diossina. Per i circa 3.000.000 di vietnamiti che avevano subito danni ben più gravi niente: non solo non ci fu alcun risarcimento, ma nemmeno un’ammissione di responsabilità. Alcuni cercarono di fare causa alla Dow Chemical e alla Monsanto negli Stati Uniti, ma i giudici americani la respinsero perché, scrissero, «la diossina non è classificata come arma chimica e il suo uso in guerra non è proibito». L’anno scorso una causa analoga contro le due multinazionali è stata presentata in Francia e se ne attende l’esito. Intanto in Vietnam continuano a nascere, dopo 50 anni, bambini malformati. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)