Venezia alla prova del Mose: la città all’asciutto e le grandi navi lontane da Piazza San Marco

Ieri di nuovo acqua alta e barriere alzate, ma dietro la grande festa delle buone prove non c’è chiarezza su funzionamento e manutenzione del sistema mobile costato 6 miliardi di euro. Le paratie tengono lontane le grandi navi dalla laguna. Dove andranno è tutto da capire: San Nicolò, Chioggia, Santa Maria del Mare? Per adesso ormeggiano a Marghera, e non è una bella soluzione


 L’analisi di ALBERTO VITUCCI, da Venezia 

Grandi navi fuori dalla laguna. Nove anni dopo il naufragio della Costa Concordia e il divieto − mai messo in pratica − del decreto Clini-Passera, il governo finalmente indica una nuova strada. Le navi da crociera, sempre più grandi, non sono compatibili con la laguna. Dunque, la scelta strategica è quella di spostare gli arrivi in mare. Ambientalisti e comitati lo sostengono inascoltati da anni. Ma adesso è successo qualcosa di nuovo. Per la prima volta, il 3 ottobre scorso, è entrato in funzione il Mose.

La grande opera di cui si parla da 40 anni, travolta dai ritardi, dagli aumenti di prezzo, dagli scandali e dalle tangenti, ha dato finalmente una notizia positiva. Prove e test effettuati durante i giorni di acqua alta. Città all’asciutto. E porto bloccato per molte ore. Lo si sapeva, ma adesso si tocca con mano l’incompatibilità evidente tra salvaguardia e mantenimento del porto in laguna. I cambiamenti climatici e l’aumento del livello del mare fanno sì che le acque alte siano più frequenti. Il Mose dovrà essere chiuso sempre più spesso. E con lui il porto. Dal 3 ottobre scorso, con una serie nera impressionante di acque alte, sono state ben 13 le chiusure delle barriere. L’ultima ieri per 24 ore.

I test si sono moltiplicati. E hanno convinto ad aprire un capitolo che era rimasto chiuso per troppo tempo. In tutti i porti del mondo le navi si ormeggiano vicino al mare. Non così a Venezia, dove la laguna ha costituito da sempre un ambiente particolare e protetto, adatto alla navigazione interna. Ma adesso si cambia.

Le grandi navi, sempre più grandi, non dovranno più passare davanti a San Marco, come chiede da anni l’opinione pubblica mondiale. Un mantra fatto proprio adesso anche dalle stesse compagnie armatrici, che temono di subire danni di immagine insistendo a passare nel cuore della città storica. Le navi andranno in mare. Ma dove? Un’alternativa ci sarebbe. Il terminal a San Nicolò di Lido, davanti all’isola artificiale del Mose, progettato della società Duferco e dall’ex viceministro del Pd Cesare De Piccoli. Ma il porto non lo vuole. Oppure una nuova Stazione davanti a Chioggia, con un ponte che colleghi il terminal alla terraferma. Ma qui sono i sindaci a dire di «no». Oppure a Santa Maria del Mare, nelle strutture in cemento armato utilizzate per costruire i cassoni del Mose.

Tutti progetti per cui ci vorranno anni. Nel frattempo, pur di non perdere le crociere − quando e se riprenderanno dopo la pandemia − il Comitatone (organismo interministeriale istituito dalla Legge Speciale per decidere sulla laguna), ha indicato scelte “provvisorie”, con ormeggi a Marghera, nelle banchine delle società terminaliste Tiv e Vecon. E nel 2022 altri ormeggi sempre a Marghera, canale Nord sponda Nord. Anche qui strada difficile. E tra i comitati si sparge il dubbio: forse si vuole lasciare tutto come prima. Cambiare tutto per non cambiare niente.

Le soluzioni provvisorie allontanano
da San Marco meno di metà delle navi (80 in un anno), la scelta finale di Marghera resta problematica, perché contrasta con l’attività mercantile del porto. E perché le navi dovrebbero entrare da Malamocco.

Ma come? Per eliminare il problema, nel 2002, il Comune allora guidato da Paolo Costa − poi diventato presidente del Porto − aveva chiesto al Consorzio Venezia Nuova di realizzare una conca di navigazione accanto alle barriere del Mose. Detto fatto. La conca è stata costruita (costo 330 milioni di euro) ma è troppo piccola e con diversi «errori progettuali». Il giorno dopo il collaudo, nell’autunno del 2015, è stata danneggiata da una mareggiata e non ha più funzionato. Per ripararla ci vogliono altri 31 milioni. E probabilmente non basterà. E adesso si ripesca il progetto del terminal off shore, lanciato da Costa qualche anno fa: un’opera da 2 miliardi e 200 milioni.

Chi pagherà questi errori di strategia
e di progettazione? Accanto a quelli che davano l’aumento del livello del mare intorno ai 18-20 centimetri. Mentre saranno entro il 2100 almeno 80? O i costi di manutenzione del Mose, stimati in 20 milioni , ma in realtà superiori ai 100? Dietro la grande festa dei test andati bene non si vede chiarezza sul funzionamento a lungo termine e sulla manutenzione del sistema ideato per vivere sott’acqua e costato fin qui quasi 6 miliardi di euro. È questo il vero nodo del problema Mose.
 

____

Foto: sotto il titolo, nave da crociera nel centro storico; in alto, piazza San Marco asciutta col Mose in funzione; al centro, la localizzazione delle bocche di porto; in basso, control room del Mose

About Author

Alberto Vitucci

Racconta da trent’anni per la "Nuova Venezia" le vicende del Mose, vincendo il Premio giornalistico Saint Vincent nel 1999 e, nel 2012, il Premio Bassani per le opere «in difesa del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese». Esperto di temi veneziani, ambiente e laguna. Scrive per "L’Espresso" e i giornali del Gruppo Gedi ("La Stampa" e "Venerdì di Repubblica"). Collabora con radio e tv italiane ed estere (Bbc, Rai, Sky, Euronews e La7)