Velocità o buoni progetti? Transizione ecologica e Recovery Plan alla prova dei fatti 

Il ministro Cingolani invoca lo snellimento attraverso il “metodo Genova” seguito per il nuovo ponte, in deroga alla legge sugli appalti. Il ministro Giovannini non sembra ritenerla la procedura giusta per rispettare i principi europei, a cominciare dalle gare e dalle valutazioni di merito. I progetti arretrati sottoposti alla Valutazione ambientale sono intanto 644, compresi quelli ritenuti inaccettabili. E la Commissione, anziché rigettare progetti di bassissima qualità, collabora alla loro integrazione, per poi approvarli con decine di prescrizioni. Attività che durano mesi se non anni, allungando i ritardi


L’analisi di SAURO TURRONI

¶¶¶ È l’eterno mantra sulle opere pubbliche, stavolta un po’ più polifonico. Il ministro Cingolani, così come i suoi colleghi Giovannini e Franceschini, intende riformare il sistema delle autorizzazioni delle opere del Recovery Plan per consentire la loro realizzazione entro il 2026, come richiesto dalla Ue. Dalle sue dichiarazioni sembra che, in realtà, si voglia sposare – ancora una volta – la vulgata confindustriale secondo la quale i tempi lunghissimi delle autorizzazioni in campo ambientale sarebbero in gran parte colpa della burocrazia. È la litania che dura da anni e denota convinzioni sbagliate o superficiali. Esse non vengono certo fugate dalle pur apprezzabili dichiarazioni del ministro Giovannini secondo cui «qui non si tratta soltanto di imboccare qualche scorciatoia, ma di re-ingegnerizzare l’intero meccanismo».

In realtà la prima cosa che serve sono progetti fatti meglio, in grado di essere valutati compiutamente ed appaltati senza le mille sorprese dovute alla loro cronica insufficienza. Se Giovannini vuole “re-ingegnerizzare”, il suo collega Cingolani nella audizione delle commissioni Ambiente e Attività produttive di Camera e Senato propone la «transizione burocratica», sostenendo che «la transizione ecologica rischia di avvenire troppo lentamente a causa delle enormi difficoltà burocratiche e autorizzative che riguardano le infrastrutture in Italia». Ed ha anche aggiunto: «Con il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità faremo proposte e interventi normativi per rendere le procedure più spedite e, con il ministro per la Cultura, per realizzare un sistema di permessi che offra procedure, tempi e soluzioni certe che si attenga a parametri oggettivi nella valutazioni dell’impatto degli impianti di energie rinnovabili…».

In realtà, i Piani Paesaggistici consentirebbero procedure, tempi, soluzioni certe e parametri oggettivi. Però nessuno si è preoccupato di predisporli, preferendo indebolire quasi fino alla impotenza le Soprintendenze, per ottenerne comunque, alla fine, un placet. Le parole d’ordine mostrano l’intenzione di cambiare, ma nessuno sembra disposto ad occuparsi della qualità dei progetti. Ciò che sembra emergere è la prosecuzione dell’opera di demolizione del sistema autorizzativo e di scardinamento dei controlli, messi alla base degli interventi cosiddetti “riformatori” nell’ultimo decennio. Culminati nella trasformazione della Commissione di Valutazione di impatto ambientale e di Valutazione strategica in una sorta di dopolavoro per persone pagate a cottimo, sulla base del numero delle autorizzazioni rilasciate. Come veri e propri cottimisti.

C’è da chiedersi se Cingolani e gli altri due ministri coinvolti in ciò che egli ha definito “permitting abbiano esaminato davvero le ragioni e le responsabilità dei ritardi. Non pare vi sia stata, tanto per capirci, alcuna valutazione su come operano i soggetti coinvolti nel processo autorizzativo: proponenti, progettisti, commissioni di valutazione, strutture istruttorie, direzioni ministeriali. E quali siano i limiti dell’azione di ciascuno. Pochi giorni fa, ben 200 associazioni e comitati impegnati nella tutela dell’ambiente, allarmate da taluni articoli apparsi sul Sole 24 Ore, hanno inviato una dura lettera aperta sulla Valutazione di impatto ambientale e strategico ad una amplissimo elenco di istituzioni: dal Presidente del Consiglio dei ministri, alla Commissione europea, ai ministeri.

Le preoccupazioni delle associazioni sono assai fondate e molteplici. Dovute, principalmente, all’unica misura costantemente invocata da un larghissimo schieramento politico e imprenditoriale: la riduzione dei tempi. Sapere che magistrati amministrativi e della Corte dei Conti, Anac, dirigenti ed esperti sono al lavoro per ridisegnare l’intero percorso delle opere pubbliche per potersi concludere in 5 anni − riscrivendo regole, procedure e ricreando competenze − è positivo. Se si vuole fare presto per aprire cantieri di opere utili e necessarie occorre capire, però, le ragioni reali dei ritardi, e dell’arretrato che ammonta a ben 644 progetti sottoposti a valutazione.

Il presidente Massimiliano Atelli, nel denunciare la pessima qualità dei progetti e delle valutazioni, ha informato, ad esempio, che la Direzione ministeriale e la Commissione Via non rigettano immediatamente i progetti ritenuti inaccettabili. Se ne fanno, anzi, carico e collaborano alla loro integrazione e implementazione, per poi approvarli con decine di prescrizioni. Attività che durano mesi se non anni. Occorre allora chiedere qualità e completezza delle progettazioni, coinvolgere cittadini e associazioni nel dibattito pubblico, ridefinire ruolo, funzionamento, composizione delle commissioni di valutazione Via e Vas, garantendone indipendenza e terzietà. La stessa Commissione Europea ha chiesto che sia garantita una qualità “minima” dei progetti, precisando che «studi molto carenti non dovrebbero essere “riscritti” dall’Ente Valutatore o essere approvati con un eccessivo numero di prescrizioni, ma dovrebbero essere considerati irricevibili o bocciati». 

Cingolani, nell’invocare la velocizzazione e lo snellimento, ha fatto riferimento all’altro mantra di costruttori e politici: il “metodo ponte di Genova” in deroga alla legge sugli appalti e al sistema autorizzativo. Giovannini invece non sembra ritenere che la procedura del “modello Genova” sia perseguibile per rispettare i principi europei, a cominciare dalle gare e dalle valutazioni ambientali. Se la visione di Cingolani sembra ispirarsi al sistema delle Grandi Opere varato dalla accoppiata Berlusconi-Lunardi dal 2001, quella del suo collega delle Infrastrutture pare voglia incidere su altri gangli. Vedremo quale sarà la sintesi. Ciò che preoccupa è il lungo elenco di interventi ritenuti prioritari, senza che si intraveda un reale cambio di prospettiva rispetto al passato. Ciò è confermato dal ritorno del sempiterno ponte sullo Stretto di Messina, posto − per l’ennesima volta − all’attenzione di una commissione ad esso dedicata dal ministro Giovannini.

Inutile nascondere che se la sintesi non sarà coerente con gli obiettivi del Next Generation Eu c’è oggi una preoccupazione in più: prima i danni potevano essere limitati dalla mancanza dei soldi per realizzare le opere peggiori, ora di soldi sembrano essercene in abbondanza. Anche per sbagliare. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sauro Turroni

Architetto e urbanista, dal 1972 ha svolto la propria attività professionale pubblica in qualità di dirigente presso i Comuni di Cervia e Cesena; dal 1986 è stato dirigente all’urbanistica, servizio tutela e valorizzazione del territorio, della Regione Emilia Romagna. Ha progettato, fra l’altro, il Piano Territoriale Paesistico dell’Emilia Romagna, ed è stato responsabile del laboratorio regionale per la sperimentazione della pianificazione ecologica. Dal 1992 e per quattro legislature consecutive è stato deputato e senatore dei Verdi. È stato anche il primo parlamentare italiano a recarsi in Antartide e in Artide per le ricerche sul clima. Dal 2007, per otto anni è stato membro della Commissione scientifica nazionale per l’Antartide (Csna). Nel settembre del 1995 è stato a Mururoa con Greenpeace contro gli esperimenti nucleari e nel ’96 a Cernobyl per il decennale della catastrofe. Dal 1994 al 1996 ha fatto parte della delegazione italiana presso l’Osce. È presidente di una Fondazione con scopi di solidarietà sociale.