Usa, le elezioni dell’incertezza. Una persona un voto? Sì, potendolo esercitare…

Un sistema-rompicapo: cinquanta (+1) Stati con sistemi elettorali diversi. Per ottenere i risultati dai 230 mila seggi elettorali sparsi nel Paese bisogna aspettare giorni, se non ci saranno contestazioni legali. Quando saranno conteggiati i 120 milioni di voti già espressi? Temuti disordini e violenze


L’analisi di STEFANO RIZZO, docente di Relazioni internazionali

L’interminabile tormentone delle elezioni presidenziali americane sta per arrivare alla fine. Tra meno di un giorno inizieranno le votazioni sulla costa orientale degli Stati Uniti e poi, via via seguendo i fusi orari, in tutto il paese. La sera di martedì sapremo come è andata a finire, chi ha vinto la presidenza, chi controllerà il Congresso? Normalmente in tutti i paesi democratici è così: in un dato giorno si vota, si scrutinano i voti e la sera stessa o al più la mattina dopo si sa chi ha vinto.  

Non nella più antica democrazia del mondo, gli Stati Uniti. Lì le cose sono molto più complicate e non solo per le modalità di votazione. Ricordate quando nel 2000 le macchinette per lo scrutinio non riuscivano a leggere le linguette mal punzonate? E quelle più moderne elettroniche non riuscivano a funzionare anche quando gli hacker non le sabotavano? E la mancanza di copie cartacee per potere verificare il voto? Da più di 20 anni, da quando hanno decretato che carta e penna (o matita copiativa) erano residui del passato, gli americani hanno avuto problemi con i sistemi di votazione – e continuano ad averli. 

Ma il problema vero è un altro e consiste nel bizzarro sistema elettorale, unico al mondo, che riesce a rendere complicata quella che dovrebbe essere una procedura estremamente semplice: una persona un voto. La ragione sta nel fatto che non si tratta di un solo sistema elettorale, ma di 50 (quanti sono gli Stati), anzi di 50 più il Distretto di Columbia (Washington) che Stato non è. E non solo gli Stati, ma le 3141 Contee in cui sono suddivisi. Sono queste che organizzano le elezioni sulla base delle diverse norme approvate da ogni Stato, cioè dal parlamentino statale, e attuate dal governatore. E qui sta il primo serio problema: i parlamenti statali possono decidere in piena autonomia non solo i confini dei distretti elettorali (e lo fanno spesso in modo da favorire il partito al potere), ma anche il numero delle sezioni elettorali e le procedure di voto. Il risultato è che l’intero processo elettorale è nelle mani della maggioranza politica di turno e non di un organo imparziale come un giudice o un’autorità indipendente. La magistratura interviene solo ex post e lo fa in risposta a contestazioni di questo o quel partito creando ad ogni elezione infiniti strascichi legali. 

Il punto è che, non essendoci un’unica legge elettorale, valida almeno per le cariche federali, ogni stato si fa la sua legge e gli elettori da uno Stato all’altro e perfino da una Contea all’altra devono barcamenarsi in un ginepraio di norme che in modo diverso regolano il diritto al voto (elettorato passivo). In alcuni Stati i felons, cioè coloro che hanno subito una condanna penale, anche se espiata, non possono votare, in altri sì; in alcuni Stati i documenti di identità per farsi riconoscere devono avere una fotografia, in altri no; in ogni caso per votare bisogna iscriversi alle liste elettorali perché lo Stato o la Contea non sanno chi sei e in alcuni Stati devi farlo ad ogni tornata elettorale. Un non piccolo problema lo creano i seggi elettorali, 230.000 in tutto il paese, che teoricamente sarebbero anche sufficienti, eccetto che non sono distribuiti uniformemente in base alla popolazione residente, ma vengono spostati o soppressi dal partito al potere per danneggiare il partito avverso. Il quale, naturalmente, non sta a guardare e attraverso i suoi attivisti e legali intenta cause infinite.

E poi c’è la giungla, inestricabile anche per gli specialisti, delle modalità di voto. Si vota di persona solo il martedì dopo il primo lunedì di novembre (e già questa è una norma curiosa che richiederebbe una troppo lunga spiegazione); e la conseguenza è che chi deve lavorare spesso rinuncia a votare perché non può permettersi di perdere la giornata facendo la fila ai seggi. Oltre che di persona però si può anche votare per posta, voto in absentia viene chiamato, e perfino “di persona ma assenti” (in-person absentee). Si può anche votare prima del primo martedì… ecc., da 45 a 3 giorni prima di persona nei luoghi (non i seggi) appositamente predisposti e (talvolta vagamente) indicati dalle norme statali. Alcuni Stati (16) richiedono una giustificazione per votare per posta, altri 34 ne fanno a meno, ma bisogna comunque richiedere la scheda elettorale per iscritto, altri 5 consentono solo il voto per corrispondenza e inviano direttamente la scheda all’elettore (se registrato); che poi deve restituirla per posta oppure depositarla in apposite urne sparse nella contea, che ovviamente variano in numero e luogo a seconda delle convenienze politiche. 

Ma non è finita perché poi c’è lo scrutinio. La questione si è fatta particolarmente seria quest’anno che, come risulta a Michael McDonnell dell’università della Florida, a domenica sera 93.000.000 di elettori avevano già votato o con il voto anticipato o per posta, mentre altre 32.000.000 di schede risultano votate e non ancora pervenute. Si tratta di numeri senza precedenti se si considera che nel 2016 il totale di tutti i voti validi fu di 136.670.000 e che nello stato del Texas, ad esempio, i voti a tutt’oggi pervenuti (9.650.000) hanno superato il totale dei voti del 2016 – come se ci fossero già state le elezioni! Il voto anticipato, in persona o per posta, è fin qui più che raddoppiato e, oltre ad indicare un netto aumento dei votanti – che potrebbe arrivare a un senza precedenti 65% degli aventi diritto – ci si domanda come e quando e chi riuscirà a scrutinare questa valanga di voti che già giacciono da qualche parte negli uffici elettorali di ogni Contea. Perché anche su questo le norme divergono: 17 Stati prevedono che lo scrutinio possa iniziare prima del 3 novembre (e sarebbe stato un grande vantaggio), ma 16 solo dopo l’apertura dei seggi e altri 17 solo alla chiusura. Inoltre, mentre la maggior parte degli Stati prevede che siano considerate valide le schede pervenute entro la data delle elezioni, alcuni le accettano purché spedite (e timbrate) entro quella data. 

Naturalmente ad ogni passo si prevedono contestazioni. Ma anche ad escludere quello che in molti temono e cioè disordini provocati dai più accesi sostenitori degli opposti campi, che potrebbero degenerare in tumultui con conseguenze drammatiche per il paese, è sicuramente impossibile che questo imponente lavoro di validazione, scrutinio e certificazione delle schede in absentia possa essere svolto nella nottata di martedì o nei giorni successivi. Molti specialisti e funzionari direttamente responsabili intervistati dal “New York Times” dicono che ci vorrà almeno una settimana e forse più per completare lo scrutinio. La previsione trova conferma nel fatto che molti degli Stati “in bilico”, che sono la chiave per la vittoria in questa tornata elettorale (Florida, Texas, Pennsylvania, Wisconsin, Michigan, Arizona), sono quelli in cui i voti per posta sono i più alti di sempre e in cui le norme non consentono di iniziare lo scrutinio prima del 3 novembre.

Quindi, a meno di una sfolgorante vittoria di Biden, che da subito chiuda la partita in modo inequivocabile, non aspettatevi di sapere come andrà a finire martedì notte e neppure mercoledì. Non funziona così negli Stati Uniti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)