Urge banca genetica dell’Ursus arctos marsicanus: prima che sia troppo tardi

Con decine di orsi marsicani catturati, manipolati e rilasciati non si riesce a raccogliere e conservare materiale genetico. Se a rischio ci fosse la stabilità del Colosseo, del Duomo di Milano o di Rialto, il Paese si mobiliterebbe. Eppure, sono tutti “valori” paragonabili a quello della specie animale più carismatica del patrimonio faunistico italiano. Dal 2018 un documentato check up del Wwf giace nei cassetti del ministero dell’Ambiente


L’analisi di GIORGIO BOSCAGLI, Società italiana per la storia della fauna

Ci siamo diffusi, nella prima parte di questo articolo, sugli orsi problematici e sulle esigenze di dissuasione degli esemplari troppo confidenti. Ragioniamo, ora, su come mettere mano, prima che sia troppo tardi, alla banca genetica dell’orso marsicano. È questo il tema-principe che mi ha spinto a scrivere. Sull’Ursus arctos marsicanus sono state realizzate ricerche che prevedono catture e manipolazioni da almeno trent’anni e fino ad oggi. Praticamente senza interruzione. Ad adiuvandum, al Centro Visite di Pescasseroli e in altre Aree faunistiche del Parco sono vissuti in cattività, per diversi anni, alcuni esemplari recuperati (cuccioli) malridotti in natura, sia maschi che femmine [1]. 

Ricordo con lucida chiarezza – inizio anni ’90, all’epoca biologo-ispettore di sorveglianza del Parco – gli scambi di idee sull’argomento che si infrangevano contro le difficoltà economiche e l’incertezza di un supporto ministeriale. Ministero dell’Ambiente a sua volta afflitto dall’avvicendamento continuo di titolari. Quindi grandi difficoltà ad aver garantito in modo stabile il sostegno politico-economico degli organi centrali per un’avventura così affascinante e difficile. Ma possibile che ad oggi, 2020, trent’anni dopo, con decine e decine di orsi marsicani catturati, manipolati e rilasciati, e con le competenze tecnico-scientifiche oggi disponibili, non si riesca a pianificare raccolta e conservazione di materiale genomico della specie-simbolo della fauna italica? Così da costituire una sorta di assicurazione sul futuro laddove la situazione dell’orso marsicano dovesse avvicinarsi all’“allarme acuto”? Appare inverosimile.

La Società Italiana per la Storia della Fauna (che ho co-fondata assieme a pochi altri forsennati) lanciò nel 2013 una ipotesi di lavoro – reiterata più volte nel tempo in varie sedi – affinché l’argomento “banca genetica” venisse almeno preso in considerazione [2]. Ma la proposta deve aver dato fastidio a consolidate posizioni accademiche e nomenklature para-accademiche. E il Parco d’Abruzzo, reso partecipe, non ebbe il coraggio di abbracciarla facendone un cavallo di battaglia come avevamo sperato. Il ministero per l’Ambiente era …in letargo!

Veniamo, dunque, alle considerazioni conclusive. Gli argomenti che abbiamo toccato hanno un minimo comun denominatore: la politica e le risorse economiche che ruotano attorno ai Parchi appenninici. Dove qualunque operazione di sostegno alla popolazione di Ursus arctos marsicanus dovrebbe svilupparsi. La domanda delle cento pistole è: “ce la faremo?”  

Partiamo dagli orsi problematici: se si riuscisse ad ampliare, con un grande (grande!) impegno organizzativo e finanziario, gli sforzi per la costituzione di molte (molte!) fonti alimentari orso-friendly diffuse − in modo strategicamente pianificato, distanti dai centri abitati − con ogni probabilità la frequentazione dei paesi tornerebbe ad essere episodica. Alcune private Associazioni hanno già sviluppato localmente queste iniziative e gliene va reso merito, ma è evidente che programmi del genere devono articolarsi su scale territorialmente ben più vaste e durature nel tempo. Nella logica del “prevenire meglio che curare”. Altrimenti chi convince orsi affamati a tenersi lontani dalle stimolanti fonti alimentari che si concentrano nell’immediato circondario e dentro i paesi? [3]

Anche il tema “banca genetica prima che sia troppo tardi” è sicuramente urgente per la conservazione nel lontano futuro. E da mantenere del tutto indipendente dagli sforzi che si devono continuare a fare per garantire agli orsi un habitat degno (per loro) di essere vissuto. Ma certamente sarebbe impensabile tentare recuperi in extremis (speriamo mai!) in assenza di una banca genetica già pienamente operativa e con la maggiore diversità genomica possibile.

Sono, queste, riflessioni da cittadino di un Paese di ricca cultura umanistica e povera cultura naturalistica: se ad essere posta in discussione invece che la sopravvivenza dell’orso marsicano fosse la stabilità del Colosseo o del Duomo di Milano, oppure del Ponte di Rialto – tutti “valori” paragonabili a quello della specie animale più carismatica del patrimonio faunistico italiano – probabilmente vedremmo mobilitare il Paese. Abbiamo un quadro politico, a livello sia locale (Parchi) che centrale, in grado di garantire tutto questo? 

Se la risposta fosse (come credo) “No”, allora si dovrà lavorare affinché questo venga a costituirsi. Una domanda da ex-direttore di parchi appenninici e attento osservatore della loro gestione: quale percentuale dei bilanci dei Parchi viene destinata al management della conservazione, in particolare dell’orso? Da un esame di questi strumenti di programmazione finanziaria rapportati alla mission dei parchi questa percentuale appare risibile. 

Il Wwf Italia presentò al ministro per l’Ambiente (nel 2018), un documentato check up sui Parchi italiani [4]. Ne emerse con assoluta chiarezza l’esigenza di un forte e circostanziato indirizzo che il ministero dovrebbe dare agli Enti Parco circa la costruzione dei bilanci. In particolare, riguardo alla percentuale di spesa che dovrebbe essere destinata alle attività – vere! – di conservazione e ripristino degli equilibri ecologici. Può sembrare la scoperta dell’acqua calda? Eppure, incredibilmente, questo indirizzo nella nostra normativa non esiste. Come neppure esiste quello sulle competenze professionali che dovrebbero essere obbligatorie negli staff degli Enti Parco.

(2 – Fine; la prima parte è stata pubblicata domenica 15 novembre)

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Foto: in basso, mamma orsa l’orsa Amarena si arrampica su un albero di mele a San Sebastiano dei Marsi [credit Mancori]

About Author

Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.