Università e ricerca, dopo la pandemia: «nuovi saperi» e lauree abilitanti

15 miliardi da destinare a università e ricerca nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, col rischio di creare «feudi dorati». I finanziamenti dei privati sono inevitabili, a condizione che siano garantite massima trasparenza e libertà di ricerca. Dal prossimo anno accademico partiranno nuovi corsi di laurea nei settori «strategici», transizione ecologica e competenze digitali. Le lauree abilitanti faranno “risparmiare” ai giovani due anni. Si consolidano le nuove lauree professionalizzanti con 26 corsi in più


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

Manifestazione a Roma di giovani laureati in Legge

Il nuovo scenario socio-economico sta accelerando la trasformazione delle università. Anche gli atenei italiani, come quelli stranieri, si preparano a competere a livello globale. La sfida sarà quella di offrire «formazione avanzata» altrimenti non saremo in grado di affrontare le nuove sfide. Una gara che nei Paesi di lingua inglese è già iniziata. Una competizione globale che non sarà priva di rischi. Da tempo anche da noi stanno nascendo partnership tra banche, atenei e vertici di importanti industrie. Gruppi portatori di interessi che in molti casi spingono verso logiche di mercato. Ma per la drammatica scarsità degli investimenti pubblici, i finanziamenti dei privati sono inevitabili, a condizione che siano garantite la massima trasparenza e libertà di ricerca. Cose davvero non facili. Ora il principale nodo da sciogliere sono i criteri di distribuzione delle risorse comunitarie. 

Nel Pnrr ci sono 15 miliardi da destinare a università e ricerca. Una partita tutta politica, che si giocherà nelle commissioni parlamentari e all’interno del governo, su cui c’è già un acceso dibattito. Se i fondi si concentreranno prevalentemente negli atenei eccellenti, trascurando realtà non meno preziose distribuite nei territori, potrebbero crearsi «feudi dorati» come paventato dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, farmacologa e accademica, nota per le sue ricerche sulle staminali. Timore espresso anche dai sindacati, mentre il mondo accademico appare diviso. C’è chi difende principi di uguaglianza temendo sperequazioni territoriali e concentrazione dei fondi nelle università migliori, e chi sostiene che non si potrà prescindere dalla valutazione della qualità, pena l’appiattimento dei livelli. 

Ma ora una cosa è chiara. Il covid ha fatto capire quanto sia centrale il ruolo della ricerca e quanto siano importanti i «nuovi saperi». Tutela del territorio, scelte energetiche e climatiche, fonti rinnovabili, sostenibilità, sviluppo del digitale, economia green, scienze e tecnologia per l’ambiente, per fare solo qualche esempio, sono contenuti nell’agenda Draghi ma già da anni sono priorità per gli atenei di mezza Italia. Dal prossimo anno accademico, nei settori considerati «strategici» partiranno nuovi corsi di laurea. Il Consiglio universitario nazionale ne ha approvati 201. Ora sono all’esame dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione, per poi avere il via libera definitivo dal ministero dell’Università. Ben 27 puntano sulla transizione ecologica e 20 sulle competenze digitali, in un’ottica di trasversalità tra aree scientifiche e umanistiche. L’altra novità sono le lauree abilitanti. Faranno “risparmiare” ai giovani circa due anni. Riguarderanno solo alcune professioni. Odontoiatri, farmacisti, veterinari e psicologi (per i medici il provvedimento era già approvato) entreranno direttamente nel mondo del lavoro, saltando l’esame di Stato e inglobando il tirocinio negli anni di corso. 

Cerimonia neo laureati

E ci sono anche altre novità. A quasi tre anni dall’avvio si mette fine alla sperimentazione e si consolida l’impianto delle nuove lauree professionalizzanti, per rispondere alla richiesta di nuove figure, con più 26 corsi: edilizia e territorio, analisi del rischio, valutazione dell’impatto in termini di sostenibilità, assistenza nel campo delle scienze agrarie e forestali, questi alcuni degli ambiti. «Sono percorsi di alta formazione tecnica, di durata triennale, anch’essi strutturati per un ingresso diretto nel mondo del lavoro», dichiara a Italia Libera Giovanni Betta, delegato per la didattica della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), e rettore dell’ateneo di Cassino e Lazio meridionale. «L’obiettivo è quello di preparare figure altamente qualificate, con un bagaglio di competenze operative, pronte per un inserimento diretto e immediato nel mondo del lavoro (diversamente da quanto prevede il sistema del 3+2). Vengono valorizzate le attività di laboratorio e i tirocini formativi, anche con stage presso aziende, industrie, studi professionali o amministrazioni pubbliche. In questo modo ci avviciniamo al modello tedesco, che ha una grande tradizione, utilissimo in un Paese manifatturiero come il nostro».

Nei nuovi corsi sono presenti i temi dell’ambiente, della sostenibilità e del digitale, quest’ultimo in forma multidisciplinare. «Agli atenei − aggiunge il professor Betta − è stata concessa una certa flessibilità nel costruire i percorsi formativi. Così è più facile adattarsi ai cambiamenti, considerando la rapidità con cui evolve il mercato del lavoro. Questo principio vale per tutte le lauree. Se progetto oggi in modo rigido un laureato, tra sette-otto anni, dopo avere completato il ciclo di studi, rischia di essere già “vecchio”. Ovviamente le materie di base e quelle caratterizzanti dell’indirizzo non si toccano, ma sul resto, sulle materie affini, dobbiamo aggiornare di anno in anno, adattando il profilo del giovane laureando». 

Le università sono davvero pronte alle sfide del cambiamento? «Lo sono da tempo − afferma il rettore Betta −. In questa fase pandemica hanno dimostrato di essere un interlocutore indispensabile, da cui attingere le soluzioni ai problemi. Inoltre, c’è una iniziativa che contribuisce all’innovazione. La Conferenza dei rettori, anni fa, ha creato la Rete delle università italiane per lo sviluppo sostenibile. La prima esperienza di coordinamento e condivisione tra tutti gli Atenei impegnati sui temi della sostenibilità ambientale e della responsabilità sociale, ponendosi come modello di buona pratica, che ha finora coinvolto oltre 80 atenei». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.