Tutte le donne di Biden (e quelle di Trump): al via la nuova Casa Bianca

“Karen” è il modello dell’elettrice trumpiana: bianca, benestante, relativamente giovane, tutta casa e chiesa (evangelica di destra), cripto-razzista, con la pistola pronta all’uso. Si fa largo la donna democratica: di tutte le etnie, di aree geografiche e background culturali diversi; di tutte le età: belle, brutte, eleganti, trascurate, professioniste, imprenditrici, politiche; tutte serie e preparate. Non corrispondono ad alcuno stereotipo: sono uno spaccato di tutte le donne americane. Si mette in moto l’«amministrazione più diversificata e inclusiva di tutti i tempi», come da promessa elettorale


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

¶¶¶ C’è un meme che circola da qualche tempo sui social. Si chiama Karen. Non è una persona specifica, è il modello dell’elettrice tipo di Trump (e repubblicana): bianca, benestante, relativamente giovane, vive nei suburbs tutta casa e chiesa (evangelica di destra), cripto-razzista, ha una pistola (almeno una) nell’armadio ed è intenzionata ad usarla per difendere i valori americani, con il che intende la razza bianca minacciata dagli stranieri e dai neri. Nel meme Karen ha anche i capelli biondi e corti, ma non necessariamente. I suoi modelli nella vita reale sono Melania, Ivanka e le bionde conduttrici di Fox News. 

Personalmente Trump predilige un meme più antico che condivide con molti maschi della sua generazione (e non solo), quello della donna alta, formosa, bionda o mora: la bomba sessuale pronta a concedersi, tutta da palpare, perché intanto, sotto sotto, è quello che vuole. Qualcuna, che almeno all’apparenza corrispondeva a questo stereotipo, se l’è portata alla Casa Bianca: come Hope Hicks che fino al 20 gennaio svolgeva il ruolo di Direttrice della comunicazione strategica. Nel governo Trump ci sono state anche alcune donne (tre o quattro) che non corrispondevano a questi stereotipi, donne d’affari, spesso ricchissime imprenditrici, convintamente di destra e repubblicane, che prima o poi si dimettevano o venivano licenziate (come molti maschi peraltro) con un  tweet del presidente-padrone.

Per Biden è tutta un’altra storia. A parte la moglie Jill, una insegnante schiva che non ha mai fatto parlare di sé, non si conoscono (né interessano) le predilezioni di genere femminile del nuovo presidente. Eppure Biden le donne le ama, seppure in modo diametralmente opposto dal suo predecessore. Il suo governo ne contiene ai massimi livelli almeno una dozzina, per la prima volta quanto i maschi. Per fare un confronto, nel governo Obama, fino ad oggi il più femminista presidente della storia, ce ne erano “soltanto” otto. Sono donne di tutte le età, belle, brutte, eleganti, trascurate, professioniste, imprenditrici, politiche, tutte serie e preparate, che non corrispondono ad alcuno stereotipo perché sono uno spaccato di tutte le donne americane, delle tante donne della vita reale che nulla hanno a che vedere con le fantasie infantili di maschi viziati, come l’ormai ex presidente.

E non solo: sono donne di tutte le etnie, di aree geografiche e background culturali diversi. Le ho contate: tra queste magnifiche 12 ministre (più il capo dell’ufficio stampa della Casa Bianca) ci sono: quattro afroamericane, due ebree, una nativa americana, una italiana, una canadese, una cinese, una indiana, una messicana, una greca (intendendo con l’aggettivo della nazionalità che sono figlie di immigrati). Per origini nessuna di loro può essere considerata una Wasp (White Anglosaxon Protestant), cioè una bianca appartenente alla etnia e religione dominante negli Stati Uniti fino a pochi decenni fa (e certamente ancora nei quattro anni di presidenza Trump). Nella seconda metà del ‘900 nessuna di loro avrebbe potuto studiare a Harvard o a Yale, che non ammettevano né afroamericani né ebrei e guardavano storto anche le altre minoranze, né avrebbero potuto ambire a fare parte della buona società, e tanto meno ad occupare posizioni ai massimi livelli del governo federale.

Anche per quel che riguarda la parte maschile dell’Amministrazione Biden neri e messicani e altre minoranze sono bene rappresentate; tra i maschi ci sono anche almeno 2 gay dichiarati, di cui uno felicemente sposato. In base alle statistiche prontamente elaborate, nel governo Obama a livello di ministri le donne erano il 32%, nel governo Trump il 15%, nel governo Biden il 48%. Le minoranze erano rappresentate al 41% con Obama, al 15% con Trump, al 50% con Biden. 

Il neopresidente l’aveva promesso: «la mia sarà l’amministrazione più diversificata e inclusiva di tutti i tempi», aveva detto in campagna elettorale. E ha mantenuto la promessa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Janet Yellen (n. 1946), ebrea di Brooklyn, economista, prima membro e poi presidente della Federal reserve. Nominata segretaria al Tesoro

Cecilia Rouse (n. 1963), afroamericana, economista, preside della facoltà di scienze politiche a Princeton. Nominata presidente del Consiglio economico della Casa Bianca

Neera Tanden (n. 1970), Massachussetts, genitori immigrati dall’India, dottorato in diritto a Yale. Nominata a capo dell’Ufficio del Bilancio e Affari generali

Susan Rice (n. 1964), afroamericana di Washington D.C., laureata a Stanford e Oxford, ambasciatrice all’Onu e consigliere per la sicurezza con Obama. Nominata direttrice del Consiglio per la politica interna

Isabella Casillas Guzman, texana di origine messicana, economista. Nominata capo dell’Amministrazione per le piccole imprese

Marcia Fudge (n. 1952), afroamericana, deputata dell’Ohio, presidente dell’intergruppo afroamericano della Camera (Black Caucus). Nominata segretaria per lo Sviluppo urbano e l’edilizia

Gina Raimondo (n. 1971), di origini italiane, esponente politico e poi governatrice dello Stato di Rhode Island. Nominata segretaria al Commercio

Katherine Chi Tai (n. 1974), figlia di immigrati cinesi, si è laureata prima a Yale e poi ha conseguito il dottorato a Harvard. Nominata segretaria al Commercio con l’estero.

Linda Thomas-Greenfield (n. 1952), afroamericana della Louisiana, diplomatica di carriera, già segretario generale del Dipartimento di Stato. Nominata ambasciatrice permanente alle Nazioni Unite

Jennifer Grandholm (n. 1959), canadese di origini svedesi, procuratore del Michigan e poi governatrice dello Stato. Nominata segretaria all’Energia

Deb Haaland (n. 1960), indiana d’America, esponente della tribù Laguna Pueblo e deputata del Nuovo Messico. Nominata segretaria dell’Interno

Avril Haines (n. 1969), ebrea newyorkese, già vicedirettrice della Cia. Nominata direttore dell’Intelligence nazionale con coordinamento su tutte le agenzie di intelligence

Jen Psaki (n. 1978), nata nel Connecticut, di origini greche per parte di padre e polacche per parte di madre. Già direttrice della comunicazione con Obama. Nominata capo Ufficio stampa della Casa Bianca

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)