Trivelle e Co2 in Adriatico: il Giano bifronte della rivoluzione verde promessa e contraddetta

Il progetto dell’Eni di immagazzinare anidride carbonica nel sottosuolo miete consensi: dal Comune di Ravenna, dove si voterà quest’anno, alla Regione Emilia Romagna. «L’idea dello stoccaggio della Co2 nell’Alto Adriatico è, però, fuori dal tempo», spiega il professor Balzani (chimico dell’Università di Bologna), non offre garanzie di fattibilità tecnica di lungo periodo e nemmeno economica. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha riaperto anche la nuova stagione delle trivelle, dando l’okay a 11 nuovi pozzi di idrocarburi tra Emilia, Veneto, Marche, Abruzzo e Canale di Sicilia


L’inchiesta di LILLI MANDARA

Impianto upstream dell’Eni al largo di Ravenna

LA RIVOLUZIONE VERDE rischia di restare uno slogan, un titolone acchiappa like, un contenitore vuoto persino di buone intenzioni. E il Pnrr segue a ruota, un Giano bifronte che minaccia di bucare l’obiettivo della neutralità climatica per il 2050 e di rivelarsi un’occasione persa per il futuro del Paese, con tanti saluti alla tanto decantata transizione ecologica. Reputazione (e soldi) a parte, l’Italia corre quindi un rischio ancora più serio: di vedersi rispedire al mittente il Piano nazionale di ripresa e resilienza e l’European Green Deal sulla tutela del territorio e sulle scelte energetiche e climatiche. 

Che sta succedendo? Incongruenze, scelte farlocche, stanziamenti irrisori. E una politica del governo ambigua e contraddittoria che, a dispetto di un rilancio del Paese in chiave sostenibile, fa i conti con progetti e fondi di segno opposto come inceneritori, gasdotti, riconversione di raffinerie, impianti di stoccaggio e, per completare, una Valutazione di impatto ambientale (Via) velocissima e a misura d’impresa:  i primi a lanciare l’allarme sono i veterani dell’energia verde Massimo Scalia, Gianni Silvestrini, Gianni Mattioli ed Enzo Naso che in una lettera aperta al presidente del Consiglio Mario Draghi hanno puntato il dito sul progetto dell’Eni, che nei mesi passati ha comprato in Emilia Romagna pagine e pagine di giornali, come racconta Lorenzo Frattini di Legambiente, per sponsorizzare il  deposito di stoccaggio di CO2 a Ravenna.

Che razza di transizione ecologica è mai quella che autorizza l’utilizzo della tecnologia Ccs (Carbon capture and sequestration) oppure le nuove trivellazioni nel mare Adriatico? «In questo modo l’Italia resta nell’era dei fossili», denunciano i quattro veterani verdi. «In Emilia le recenti dichiarazioni del ministro Cingolani ci hanno un po’ rassicurato − spiega Frattini − ma noi ambientalisti restiamo vigili rispetto a un progetto che allarma: l’idea dello stoccaggio della Co2 è fuori dal tempo, non offre garanzie di fattibilità tecnica di lungo periodo oltre che economica». 

Manifestazione in Piazza Kennedy a Ravenna contro l’impianto Ccs di stoccaggio della Co2

Per il resto, tutti o quasi tutti allineati e coperti: dal Comune di Ravenna, dove si voterà quest’anno, alla Regione Emilia Romagna. Tranne un gruppo di ragazzi che al grido “Io non mi stocco” ha manifestato nella piazza di Ravenna e con altoparlanti e cartelli scritti a mano hanno sensibilizzato i passanti spiegando che finanziare il progetto Eni significa togliere fondi alle energie rinnovabili. Il punto però non è solo questo, il punto sono le cifre: nei primi giorni del 2020, spiegano Scalia & C, le sette maggiori compagnie petrolifere hanno ridotto le loro attività per 87 miliardi di dollari e le principali compagnie europee Oil&Gas si sono date importanti obiettivi sulle rinnovabili al 2030: 100 Gw per Total, 50 Gw per Bp mentre il target dell’Eni è di soli 15 Gw.

Per questo il ruolo dell’Eni è strategico e dovrebbe, a detta degli ambientalisti, avviare una correzione di rotta. Invece no, invece secondo il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli, l’Eni continua a dettare l’agenda del governo quando dovrebbe essere il contrario. È vero che nel Pnrr non c’è un esplicito riferimento al centro di stoccaggio di Ravenna ma il colosso dell’energia potrebbe decidere di finanziarlo con altri fondi.

Nave per prospezioni geofisiche nei fondali marini; nel riquadro, un air gun ha “sparato” l’aria compressa

A parte Eni, il ministro della Transizione ecologica ha riaperto anche la stagione delle trivelle, dando l’okay  a 11 nuovi pozzi di idrocarburi tra Emilia, Veneto, Marche, Abruzzo e nel canale di Sicilia. Percorsi amministrativi avviati anni fa, hanno fatto sapere dal ministero, per spiegare che Cingolani non poteva far altro che firmare. Come Franceschini del resto. Ma non c’era alcun obbligo a chiudere prima di un piano (Pitesai) che individui i siti potenzialmente idonei, atteso per l’autunno. Ed ecco il “genio” della decisione politica di Cingolani e Franceschini: a questo punto, i titolari dei permessi potranno chiedere il risarcimento per i diritti acquisiti, nel caso in cui il Pitesai definisse alcune delle zone autorizzate come aree inibite alle trivellazioni. Un “diritto” che i petrolieri non avrebbero potuto accampare senza le autorizzazioni intempestive dei due ministri.

Ma ci sono anche gli scarsi investimenti del budget green: con 60 miliardi (68,6 per la precisione) a mala pena si può cominciare a parlare di innovazione. «Continuare a usare i combustibili fossili e poi catturare e sotterrare l’anidride carbonica prodotta (Ccs) − spiega il professor Vincenzo Balzani, chimico e professore emerito all’Università di Bologna − è un progetto fuori da ogni logica, caratterizzato da una tecnologia non ancora collaudata, dagli alti costi e dai forti pericoli ambientali, soprattutto se lo storage avviene in zone sismiche o con forte subsidenza come la costa di Ravenna. Questa strategia è semplicemente un escamotage per continuare a produrre ed utilizzare i combustibili fossili».

Vincenzo Balzani, chimico Università di Bologna [credit Mario Carlini/Eikon]

Per invertire la rotta, aggiunge Balzani, bisognerebbe quindi ridurre gradualmente l’uso dei combustibili fossili e puntare sulle energie rinnovabili. E di verde in questo governo c’è poco, pochissimo, a dispetto degli intenti e delle dichiarazioni altisonanti. Non va in questa direzione neppure il decreto semplificazioni. «Niente di nuovo − commenta Sauro Turroni, architetto e urbanista −, cosa volevamo che facessero in così poco tempo? Hanno rovistato nei cassetti, saccheggiato quello che c’era e aggiunto qualche nome in inglese».

Il progetto dell’Eni? In realtà parte da lontano, dice Turroni: «Da quando i 5 stelle fecero il primo regalo al colosso dell’energia, consentendogli di non smantellare le piattaforme esistenti, intervento che sarebbe risultato costosissimo ma di riutilizzarle per un parco eolico in mezzo al mare». Con i barconi che dalla riva fanno rotta sulle piattaforme con frotte di turisti felici di mangiare pesce fritto vista mare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.