Sull’orso bruno marsicano c’è una scommessa da vincere: la sua sopravvivenza

Come fronteggiare la presenza degli orsi “problematici” e troppo confidenti con l’habitat umano? L’equilibrio ecologico è sempre dinamico, e gli animali presenti nel Parco nazionale d’Abruzzo (tra 40 e 80 esemplari) non sono ancora al sicuro. Il massimo esperto italiano di Ursus arctos marsicanus ci aiuta a capire come rapportarsi alla specie più importante della fauna italiana


L’analisi di GIORGIO BOSCAGLI, Società italiana per la storia della fauna 

Non c’è dubbio che “sull’orso, per l’orso e dell’orso” si sia scritto e si stia scrivendo molto, però… Facciamo qualche riflessione sulle decisioni – sempre più urgenti – da prendere per la conservazione a lungo termine della specie più importante della fauna italiana: l’orso bruno marsicano, battezzato dallo zoologo molisano Giuseppe Altobello nel 1921 col nome scientifico Ursus arctos marsicanus

Cosa si può desumere, in estrema sintesi, dal quadro delle segnalazioni storiche in Italia centrale di questo vero e proprio monumento naturale? Fondamentalmente due cose: 1) l’orso marsicano in realtà non si è mai “ridotto” a vivere solo nell’ambito ristretto del Parco nazionale d’Abruzzo, anche se questa è storicamente l’area di maggior densità; 2) le stime scientificamente attendibili del cosiddetto “numero minimo certo” da quasi un secolo sono comprese fra 40 e 80. Orso più, orso meno.

Però, se non fosse esistito il Parco nazionale d’Abruzzo (oggi Pnalm), adesso parleremmo di orsi marsicani come si parlava di orsi bruni (nome scientifico Ursus arctos arctos) in Trentino nella seconda metà del XX secolo, ovvero da contare sulle dita di una mano. Indiscutibile conferma che la presenza di una istituzione preposta alla tutela rigorosa dei valori ambientali sia stata di importanza strategica. Stanti i piccoli numeri in gioco e i problemi connessi (antropizzazione del territorio, perdita di diversità genetica, etc.) non sfuggirà a nessuno che per Ursus arctos marsicanus si stia facendo una vera e propria corsa contro il tempo. La speranza, non sempre confortata, è che tutti (tutti!) gli attori ne abbiano consapevolezza.

Qualche picchetto attorno ai ragionamenti. Per condividere e concordare sulle dimensioni del ring dove si svolge il combattimento, mi sembra utile lanciare un primo spunto su cosa debba intendersi per “conservazione”. Senza entrare in un dibattito filosofico ma per dare attuazione agli articoli 9 e 32 della Costituzione, presi a fondamento della Legge Quadro sulle Aree Protette. Crediamo che il termine debba riferirsi a un ampio quadro di attività finalizzate a garantire alle generazioni future il mantenimento dei valori naturali del nostro Paese. Ora, masticando un po’ di concetti come “equilibrio ecologico”, sappiamo che questo non è mai statico, bensì dinamico. Soggetto a continue fluttuazioni, anche numeriche, frutto delle più diverse pressioni ambientali.

Applicando il ragionamento ai nostri orsi appenninici, come non notare che queste fluttuazioni – banalizzando – in pratica non ci sono o sono limitatissime? Allora, cosa dobbiamo intendere per: «applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale… omissis» (come recita l’Art. 1, comma 3b, della Legge 394/91 sulle Aree protette)? Perché non parte, dietro forte e concreto impulso del ministero per l’Ambiente e dei Parchi territorialmente interessati, un programma di ripopolamento verso le aree protette dell’Appennino centrale? Così come fatto – con successo – negli ultimi trent’anni per il camoscio d’Abruzzo (Rupicapra pyrenaica ornata)? Troppo costoso? Tecnicamente difficile? O, più probabilmente, perché “poco remunerativo” sul piano elettorale?

Non sarà un articolo di stampa a determinare svolte decisive nelle politiche di conservazione dell’orso dell’Appennino, però potrebbe essere l’occasione per evidenziare alcuni snodi “intermedi” che è necessario affrontare. Per esempio temi come: a) i cosiddetti “orsi problematici” e le esigenze di dissuasione; b) una “banca genetica” da costituire prima che sia troppo tardi, seppure auspicando che non serva mai?

Cominciamo dagli orsi problematici (della banca genetica ci occuperemo nella seconda parte dell’articolo che sarà pubblicato da Italia Libera nei prossimi giorni). È questo un modo onnicomprensivo per definire esemplari che, superata una consolidata ritrosia nei confronti degli agglomerati umani, tendono a sfruttare le opportunità alimentari delle attività agricole/zootecniche. In parole povere, l’orso marsicano non trova più, distribuite in modo ampio e diffuso sul territorio, le risorse che era “normalmente” abituato a trovare da secoli e “si adatta” a cercarle là dove riesce a superare la sua naturale antropofobia. 

Il problema un tempo era molto più “diluito” sul territorio e risultava meno percepibile. Più tollerato perché raro [1], oltre che meno presente nell’opinione pubblica per scarsità degli strumenti di divulgazione. A questo si deve aggiungere (per fortuna) il martellante lavoro del Parco d’Abruzzo (sorveglianza + ricerca +educazione), almeno negli ultimi 5-6 decenni, per la tutela dell’orso. Un tempo l’orso “malintenzionato” che si fosse avvicinato ai paesi veniva preso cordialmente a fucilate (all’esterno del Parco accade tuttora: Pettorano sul Gizio, settembre 2014 [2]. Qualche volta la Magistratura (quando ci si arriva) aiuta! Non sempre.

I metodi di prevenzione e dissuasione adottati finora non sembrano produrre risultati di grande effetto. Specialmente quando si deve gestire in simultanea comportamenti troppo confidenti di diversi esemplari con orti e frutteti. Scorrendo gli articoli di stampa che fra estate e autunno riportano casi di orsi “problematici” [3], si può capire quanto l’argomento “tenga banco” nell’opinione pubblica, locale e non. Appare pure evidente come, in assenza di concreti piani di prevenzione, il fenomeno sia destinato a diffondersi. Se non altro per il normale addestramento alla ricerca del cibo che le femmine con prole fanno verso i propri cuccioli (della serie “ce l’ha insegnato mamma!” [4].

(fine della prima parte – continua)

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Foto: sotto il titolo, mamma orsa abbraccia il suo cucciolo [credit Today.it]

About Author

Giorgio Boscagli

Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.