Sulle tracce di Gianni Rodari: «Negli ultimi cento metri la strada precipita in discesa e finalmente…»

«Il luogo a me più caro legato a Rodari e il più negletto: la Cascina Piana, al trivio delle strade per Taino, Sesto Calende e Lentate. Anche qui ci sarò passato davanti decine di volte in questi anni perché non lontano vivevano i miei grandi amici bavaresi Moeschel, cari compagni di mille avventure sulle Alpi. Spesso ci si trovava a pianificare scarpinate in Valgrande proprio al Circolino di Lentate. Chissà se questa taverna esisteva già allora?» Ampi stralci del racconto illustrato di Gabriele Reina. La versione integrale sarà pubblicata nel secondo numero del magazine di Italia Libera in uscita l’1 marzo prossimo


Il taccuino illustrato di GABRIELE REINA 

¶¶¶ Angera, Anno I dell’Era Covid. Per sopraffare la segregazione − sgretolante i caratteri più granitici − mi sono ingegnato a riscoprire i luoghi giovanili di Gianni Rodari (1920-1980). 

Come sempre girovagherò a piedi e in bici, con acquarelli e taccuino di disegno. 

Cominciando qui, ai confini meridionali del Lago Maggiore. 

Però, dirai tu caro lettore, come tutti dovrebbero sapere, lo scrittore non era nativo di Omegna, su un altro lago, quello d’Orta? Sì, lo “smeraldo fuso” cantato da Rodari in “C’era due volte il Barone Lamberto”. 

Ma dopo la morte del suo povero papà (che si buscò una polmonite per aver salvato un gattino durante un temporalone), a dieci anni Rodari traslocò a Gavirate, sulle sponde di un altro lago: quello di Varese.

Ora dirai, allora il Maggiore che c’entra? 

Dopo gli studi superiori insegnò qui sul Lago Maggiore che si trova proprio fra i laghi di Varese e di Orta.

E come in una delle fantastiche narrazioni di Rodari, noi procederemo a ritroso, sulla corrente dei ricordi di queste acque. 

Da Angera sino alla casa di Rodari a Gavirate, non vi sono che una dozzina di km. 

In un pugno di terre è racchiuso un decennio della sua giovinezza, determinante per la sua formazione.

Proprio ora sto per disegnarti la rocca di Angera che sorge sulla sommità di uno splendido sperone di abbagliante pietra bianca, torreggiante il Verbano. È un luogo leggendario, dove volteggiano molte storie. È sovrastata dal Monte San Quirico e al di là v’era la scuola di Rodari, nell’allora frazione di Ranco. 

Lasciando Angera e pedalando per soli 2 km attorno al Monte San Quirico, si sfocia in una vasta pianura, ubertosa, dove si trova Uponne, con la pizzeria “Delfino Blu”. Proprio qui faceva tappa il tram da Varese, oggi scomparso, di cui si serviva Rodari. Poi lo aspettava una decina di minuti a piedi sino alla scuola di Ranco. Talvolta era più rapido perchè caricava la bici sul tram. 

La stradicciola per Ranco è in leggera salita e costeggia il boscosissimo Monte San Quirico a sinistra, mentre a destra vi sono splendidi prati a foraggio e pioppeti della tenuta della Quassa. Poi la piccola e deliziosa parrocchiale di Uponne. Negli ultimi cento metri la strada precipita in discesa e finalmente si scorge di nuovo il Lago Maggiore, con le montagne del Vergante e i picchi del Parco Nazionale della Valgrande, la terra più selvaggia d’Italia; un intrico di gole, valli e creste dove persino il diavolo si smarrirebbe. 

E dove mi piacerebbe veramente scoprire se Rodari si fosse mai avventurato!

La strada compie una curva a “S” e s’incunea proprio fra la parrocchiale dei Santi Martino e Lorenzo e quella che fu la scuola dove Rodari insegnava; una bella magione già palazzo comunale. Ora vi è una farmacia. Per incredibile che sembri nessuna targa commemora il grande scrittore!

Vi sarò passato davanti mille volte perché mi alleno correndo attorno al Monte San Quirico!

Qui vi erano e vi sono ancora vecchi pescatori e paesani che ricordavano “il maestrino di Gavirate” poichè erano stati suoi alunni della terza e quarta elementare nel 1940-1941.

Il ricordo di Rodari è unanime: era un ragazzo mite, gentile, modesto, che adorava insegnare ai bambini. In quei duri tempi d’anteguerra si portava il pranzo da casa che consumava nell’aula, riscaldata dall’immancabile stufa a legna. Spesso andava a trovare un pescatore del luogo, il Brunin, cui poneva molte domande sulla sua esistenza anfibia. Al termine delle lezioni, alle 15.30, ritornava a casa in bici o con il tram per Varese. […]

Il luogo a me più caro legato a Rodari e il più negletto: la Cascina Piana, al trivio delle strade per Taino, Sesto Calende e Lentate. Anche qui ci sarò passato davanti decine di volte in questi anni perché non lontano vivevano i miei grandi amici bavaresi Moeschel, cari compagni di mille avventure sulle Alpi. Spesso ci si trovava a pianificare scarpinate in Valgrande proprio al Circolino di Lentate. Chissà se questa taverna esisteva già allora?

Per arrotondare i magri guadagni Rodari lavorò come istitutore dei piccoli Eva e Franco Sauer per circa sei mesi, nel 1937-1938. Erano figli di una benestante e cortese famiglia ebraica rintanatasi qui per sfuggire alle leggi razziali. Rodari iniziava alle sette del mattino e le lezioni duravano tre ore. Mi piace pensare portasse già allora questi pargoli a esplorare i suoi amati boschi circostanti, affascinandoli con chissà quali storie che poi, più tardi, si sarebbero riversate sull’inchiostro di libri letti in tutto il mondo. Chissà se Rodari rivedeva nel grande silos della cascina la torre di Buccione che dominava il suo lago d’Orta natale?

Siccome i Sauer erano di origine teutonica, presso di loro Rodari imparò anche una infarinatura di tedesco, come ricorda lui stesso in “Grammatica della fantasia”.

La terra è buona qui, grassa e fertile; poco più innanzi c’è una splendida cascina con decine di mucche. Destano impressione i boschi: folti, sterminati, con pini e castagni. Uno scoiattolo potrebbe saltellare sino alle Alpi da un albero all’altro. Più avanti sembra quasi una campagna inglese, specialmente nel tratto verso Osmate, dove si scorgono le montagne.

Ho sentito dire che la Cascina Piana ai tempi era un gioiello. La proprietà comprendeva anche la vicina Cascina Molino. Vi lavoravano decine di braccianti. I Sauer vi allevano anche pavoni e nelle stalle vi erano decorazioni in piastrelle e maiolica. Nel 1938 la famiglia Sauer riuscì a vendere la proprietà e a esulare nel Canada, sfuggendo certamente a un destino tragico.

Adesso il cascinale sembra avere patito il trascorrere del tempo. 

Ti disegno con la china uno schizzo, caro amico, con l’edificio quasi oppresso da nuvoloni temporaleschi. […]

La casa dove abitava sorge quasi ai piedi della Salita per la chiesa prepositurale di San Giovanni Battista. È una dimora ingrigita dallo smog e dall’umidità, al n. 40 di Corso XXV Aprile. Un moderno, sin troppo semplice monumento di lastre metalliche sovrapposte ricorda il grande scrittore, effigiato come un bambino che legge sotto a un lampione. Su un lato, alcune sue parole ricordano il suo primo libro, “Cuore” di De Amicis. 

Io avrei preferito qualcosa di più variopinto e allegro a dire il vero, magari nello stile dell’artista Enrico Baj, la cui famiglia abitava proprio davanti.

Nella vicina città-giardino di Varese, Rodari concluse il triennio del ginnasio, che aveva iniziato al seminario di Seveso. Poi si era iscritto alle magistrali dell’Istituto Manzoni, ritirandosi al penultimo anno. Gli ultimi due li sostenne in uno solo da privatista, conseguendo il suo bel diploma.

Ed io, caro lettore, t’imposto questa lettera  acquarellata e lacustre proprio da Gavirate, scrivendo come mittente: Gianni Rodari. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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I disegni: sotto il titolo e al centro, la rocca di Angera; in alto, ritratto di Gianni Rodari; in basso, schizzo a china della Cascina Piana 

About Author

Gabriele Reina

Nato su un lago: quello di Lugano, non lungi dalla casa di Hermann Hesse, da una vecchia famiglia lombarda. Ama narrare e riscoprire storie, e forse per questo è stato scrittore e ultimo caporedattore della casa editrice FMR/Franco Maria Ricci. Pittore ritrattista della vecchia scuola, ha studiato con il maestro futurista Sibò (1907-2000). Essendo la pittura e la scrittura delle vocazioni, ha conseguito una doppia, inutile vecchia laurea specialistica all’Università Statale di Milano (Lingue e poi Storia dell’Arte) e poi un dottorato all’Università di Losanna. Viaggiatore indefesso, ama percorrere l’Europa a piedi e in bici, riversando le sue impressioni in oltre 250 taccuini di viaggio, stracolmi di acquarelli e ritratti (talvolta esposti in mostre, ma più spesso inviati come lettere acquarellate a pochi amici fedeli). È autore di vari saggi e libri per FMR, Mondadori-Electa, ecc., quali Palazzo Altieri; Châteaux du monde; Superga segreta ecc. È membro della Società Dalmata di Storia Patria (Venezia), della Società Italiana di Studi Araldici (Torino) e del Robert Louis Stevenson Club (Edimburgo). Instagram: gabrielereinapainter