Su Pecoraro Scanio ha ragione Emiliani

 
chi Le scrive ha militato nel Sole che ride dal 1990 al 2006 e, leggendo il Suo articolo sulla parabola dei Verdi italiani, lo controfirmo in pieno. A Chianciano, nel 2001, ero uno dei 5 delegati della provincia di Frosinone. Grazie a pullman partiti dalla Campania e pieni di suoi sostenitori, divenne portavoce nazionale Pecoraro Scanio. Dissi ai miei compagni che avrebbe distrutto il partito. Nel 2006, legge elettorale “porcellum” da poco in vigore, il portavoce nazionale candida il proprio fratello Marco, nel collegio blindato delle Marche. Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Io, dopo un duro intervento in sede di coordinamento provinciale, abbandonai il partito. Molte altre persone andarono via. Cordialmente.
 
Lucio Bove
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Prendo spunto dalla cortese lettera di Lucio Bove, per proporre una domanda all’attenzione dei protagonisti di quella stagione dei Verdi italiani, alla luce del confronto che si sta sviluppando sulle pagine del nostro giornale. Il dibattito sulla sostanziale assenza dei Verdi dal panorama politico italiano tende al filosofico e/o al sociologico, ma c’è una domandina secca alla quale si vorrebbe una risposta: come ha fatto una compagine attiva e brillante – Manconi, Paissan, Scalia, Semenzato, Mattioli, Corleone, eccetera – a farsi mettere nel sacco da Alfonso Pecoraro Scanio e dai suoi metodi clientelari, sia pure avallato da qualche insospettabile “immacolata”? Cosa avvenne in realtà al congresso di Chianciano?
− Vittorio Emiliani  

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