Stagione Draghi e nuovi lockdown: scuole chiuse e bar aperti nel Paese dell’incontrario

Con la Dad rischiamo di bruciare due anni di vita scolastica dei nostri giovani. Se il virus galoppa, galoppano anche i numeri relativi all’insuccesso scolastico e agli abbandoni. Gaetano Domenici, ordinario di pedagogia dell’Università Roma Tre: «Chi vive in famiglie benestanti e con genitori istruiti soffrirà meno, chi vive in contesti disagiati subirà danni difficili da riparare». Intanto, i bambini di Milano sono andati in classe 112 giorni contro i 48 dei bambini di Bari, gli adolescenti di Reggio Calabria hanno frequentato appena 35,5 giorni contro i 75,1 dei giovani di Firenze (dati Save the Children)


L’analisi di ANNA MARIA SERSALE

¶¶¶ È la scuola a pagare il prezzo più alto della pandemia. Nelle zone rosse chiuderanno tutti gli istituti, per la prima volta a partire dalle materne. Con mezza Italia che va verso il rosso, saranno milioni gli studenti che resteranno a casa. La didattica a distanza dovrà essere al cento per cento, senza alternanza con lezioni in classe. Misure dure. Neppure il lockdown di inizio pandemia aveva introdotto il blocco delle scuole per l’infanzia. Un’altra ferita, che si aggiunge alle precedenti. La stretta è stata decisa dal governo Draghi con il Dpcm in vigore dal 6 marzo al 6 aprile. Ma non verranno chiuse soltanto le scuole delle zone rosse: la didattica a distanza riguarderà anche gli istituti in aree in cui i contagi saranno superiori a 250 ogni 100.000 abitanti. Prefetti, sindaci e presidenti di Regione avranno facoltà di emanare le ordinanze sulla base dei parametri stabiliti dal decreto. E, se andrà come nei mesi scorsi, ci sarà il caos delle ordinanze. 

Il disagio per le famiglie è enorme: ci sono genitori che lavorano e bambini che restano a casa. In uno scenario di chiusure, divieti e limitazioni, con il governo che ancora non ha spiegato come intenda dare aiuti immediati alle famiglie che dovranno utilizzare il congedo parentale. Dopo tante parole spese per affermare l’importanza delle lezioni in classe, ora la Dad è un boccone amaro da ingoiare. A far cambiare rotta sono state le mutazioni del virus. Con la variante inglese che corre più veloce e colpisce anche i giovanissimi si teme un effetto a catena. Però − dopo un anno di emergenza sanitaria − il mondo della scuola si aspetta soluzioni che non siano la mera chiusura dei cancelli. Centinaia di striscioni sono comparsi di fronte agli istituti di molte città. A Milano e a Torino ci sono stati flash mob. A Roma proteste davanti ai licei e al ministero di viale Trastevere. 

Le associazioni dei genitori chiedono un impegno forte della politica, che invece continua a fare la scelta più facile: «Chiude le scuole come compensazione rispetto all’apertura di tutto il resto», a cominciare dai bar e dalle enoteche che vendono alcolici fino alle 22. Sotto accusa anche la mancanza dei controlli anti-assembramento, visto che si ripetono weekend di follia dai Navigli di Milano al lungomare Caracciolo di Napoli, con la movida che prosegue indisturbata nei luoghi cult del ritrovo di mezza Italia. La nuova situazione epidemiologica secondo i tecnici non lasciava alternative, ma resta il fatto che a tutt’oggi l’Italia non è preparata a tutelare la salute senza ricorrere alla chiusura delle aule. La scuola «è presenza», dicono gli insegnanti. E il comitato “Priorità alla scuola” incalza: «Il governo non ha ancora spiegato che cosa intenda fare per rendere sicuri gli istituti, per riaprirli il prima possibile».

Con la Dad rischiamo di bruciare due anni di vita scolastica dei nostri giovani. Se il virus galoppa, galoppano anche i numeri relativi all’insuccesso scolastico e agli abbandoni. Crescono le diseguaglianze e cresce il gap educativo. In  questa Italia piegata dal virus, con un milione di persone in più in povertà assoluta (secondo le stime Istat di pochi giorni fa), con una crisi che ha colpito soprattutto le famiglie con bambini, si capisce quanto sarà difficile rimediare ai danni provocati dalle chiusure. «Le reali dimensioni del disastro educativo le vedremo nei prossimi mesi − spiega Gaetano Domenici, ordinario di pedagogia dell’Università Roma Tre −. Chi vive in famiglie benestanti e con genitori istruiti soffrirà meno, ma chi vive in contesti disagiati subirà danni cui non sarà facile porre riparo». Perfino sul numero dei giorni di lezione persi ci sono disparità: i bambini di Milano sono andati in classe 112 giorni contro i 48 di quelli che vivono a Bari, mentre gli adolescenti di Reggio Calabria hanno frequentato appena 35,5 giorni contro i 75,1 dei giovani di Firenze (dati Save the Children). 

Nel frattempo il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi promette: «Le scuole resteranno aperte per tutto il mese di giugno». E annuncia un progetto con «percorsi di sostegno individuali», con forme di didattica innovativa, senza la formula del “tutti seduti al banco”. Buoni propositi. Realizzabili quando? Se lo chiedono le madri coraggio della Calabria che dal 5 marzo sono ancora più disperate; Emanuela Neri del comitato “La forza siamo noi”: «Il presidente Spirlì ha deciso di chiudere tutte le scuole per due settimane, nonostante questa sia una regione gialla e con l’Rt basso, 0,81%. Chiude senza avere fatto nulla per rendere sicure le aule, né uno screening sugli alunni e sui docenti, né provvedendo a dotare le scuole di mascherine Fp2. Però lascia mani libere nei luoghi di ritrovo e non si cura degli assembramenti nei centri commerciali o altrove». 

Intanto, famiglie e insegnanti attendono la svolta. Sanno che Draghi ha chiesto al ministro Bianchi di mettere la scuola al centro delle priorità e di lavorare alla preparazione di un Recovery plan dell’istruzione mirato al futuro delle nuove generazioni. Vedremo. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Anna Maria Sersale

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.