Smog e pandemia. Il Covid fa bene all’aria? O è l’aria (inquinata) a far bene al Covid?

La pandemia colpisce tutti ma non tutti allo stesso modo. La correlazione tra inquinamento atmosferico e Covid 19 è di tipo probabilistico, è certo invece il ruolo dell’inquinamento atmosferico sulla suscettibilità a infezioni virali e batteriche dei più esposti. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, il particolato fine Pm2,5 nel 2018 ha causato 379.000 decessi prematuri nei 28 Stati membri Ue, in Italia sono stati 52.300 e 10.400 le morti premature attribuibili all’inquinamento da biossidi di azoto. Ci accontentiamo dell’equazione vaccini=soluzione e cancelliamo dal dibattito pubblico le cause della crisi pandemica


L’analisi di VITTORIO COGLIATI DEZZA /

Le vittime del Covid in India bruciate sul posto

LA RECENTE ESPLOSIONE della pandemia in India ha riacceso l’attenzione sul rapporto tra inquinamento dell’aria e letalità del Covid-19. Era un po’ che questo tema era uscito dai radar dei mass media. In autunno vari studi internazionali avevano confermato l’esistenza di una correlazione positiva tra esposizione alle polveri sottili (Pm10 e Pm2,5) e letalità della malattia: la ricerca dell’Università di Harvard, coordinata dalla prof.ssa Francesca Dominici, quella condotta dall’Università di Birmingham, nel Regno Unito, e ancora uno studio pubblicato sulla rivista Cardiovascular Research. Il risultato convergente di questi studi è che, se pure il Covid-19 non è un determinante del contagio, e non c’è ancora alcuna evidenza scientifica che il particolato sia un vettore di trasporto del Sars-Cov-2, certamente l’inquinamento atmosferico non solo è un fattore di co-morbilità ma è anche un aggravante di letalità, perché accresce la probabilità che l’esito del Covid-19 sia infausto. 

Ma non c’è solo l’inquinamento tra gli aggravanti del Covid. L’Office for National Statistics britannico ha documentato che tra il 1° marzo e il 17 aprile 2020 il tasso di mortalità da Covid-19 nelle parti più svantaggiate dell’Inghilterra è stato di 55,1 decessi per 100.000 abitanti, rispetto a 25,3 decessi per 100.000 abitanti nelle aree più ricche. Si apre uno squarcio su un aspetto troppo sottovalutato in questi mesi: la pandemia colpisce tutti ma non tutti allo stesso modo, e le disuguaglianze sociali e territoriali peggiorano gli esiti.

Un quadro complesso di “modificatori di effetto” del coronavirus che sfuggono ad ogni lettura semplificata e riduzionista, come ha più volte sostenuto l’epidemiologo ambientale del Cnr Fabrizio Bianchi. Se la correlazione tra inquinamento atmosferico e Covid-19 è di tipo probabilistico, quello invece che è certo è il ruolo dell’inquinamento atmosferico sulla suscettibilità a infezioni virali e batteriche dei più esposti e che la stessa suscettibilità costituisce una fragilità per tante malattie, compreso il Covid-19. I dati non lasciano dubbi. Secondo il “Rapporto sulla qualità dell’aria 2020” dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, il particolato fine Pm2,5 nel 2018 ha causato 379.000 decessi prematuri nei 28 Stati membri Ue, in Italia sono stati 52.300 e 10.400 le morti premature da attribuire all’inquinamento causato dai biossidi di azoto.

L’inquinamento atmosferico aggrava gli effetti letali del Coronavirus

Insomma, l’inquinamento atmosferico è un problema in sé, con o senza Covid, una pandemia silenziosa come la definisce l’Oms. Ma, in questi mesi, presi dall’onda dei vaccini, abbiamo compiuto una rimozione collettiva. Ci siamo accoccolati nell’equazione vaccini=soluzione, escludendo dall’orizzonte della discussione pubblica le cause ecologiche sociali e ambientali, che hanno scatenato l’insorgenza della pandemia e aggravato la sua letalità, accontentandoci della cura provvisoria, senza porci, ancora una volta, il problema della prevenzione. Eppure, affrontare l’inquinamento atmosferico è parte sostanziale della soluzione.

La disattenzione generale è stata rotta in questi mesi solo da qualche puntata di associazioni ambientaliste e Istituti di ricerca. A Gennaio i dati di Mal’aria di Legambiente e pochi giorni fa il Rapporto annuale Mobilitaria 2021 di Kyoto Club e Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Cnr, che fa un’attenta analisi delle risorse messe a disposizione dal Pnrr e ci ricorda che l’inquinamento viaggia sulle spalle del traffico automobilistico e chiede politiche radicali per la città.

Il Rapporto documenta gli effetti del lockdown che ha stravolto abitudini consolidate ma anche aperto nuove possibilità. Ridotta la mobilità, diffuso il lavoro agile da remoto, in crisi il trasporto collettivo, cresciuti gli spostamenti a piedi ed in bicicletta, esplosa la consegna delle merci a domicilio, ridotto l’uso del car sharing, ma non del bike sharing, boom della micromobilità elettrica sia condivisa che individuale. Si è accesa l’attenzione per la “città a 15 minuti” e si è sperimentato un nuovo uso dello spazio pubblico, con la conversione di spazi in aree verdi, pedonali, con interventi di moderazione e riqualificazione di strade e piazze, e la conversione di tratti stradali ad alto scorrimento in zone 20-30 km/h in cui il passaggio scolastico e le bici hanno la precedenza.

La mobilità veicolare è responsabile dell’80% di emissioni di Co2 da trasporti

Ma l’automobile è rimasta la protagonista degli spostamenti quotidiani. In autunno il traffico veicolare ha ripreso decisamente quota, tornando in diverse città ai livelli precovid. Nonostante ciò si è registrata una riduzione delle concentrazioni di No2 in tutte le città, tranne Milano. Le concentrazioni medie annue di Pm2,5 e Pm10 nel 2020 rimangono sotto i limiti, mentre diverse città superano più di 35 volte il limite giornaliero del Pm10. Una conferma da un lato del ruolo del traffico nell’inquinamento atmosferico, e dall’altro del fenomeno del trasporto delle polveri in atmosfera.

La pandemia potrebbe essere una grande occasione di apprendimento sociale, con indicazioni preziose per affrontare l’emergenza. Perché di emergenza si tratta. Il trasporto produce il 26% delle emissioni di gas serra in Italia, quello su strada è responsabile per l’80% delle emissioni di Co2 da trasporti, di cui circa il 70% viene prodotto per spostamenti inferiori ai 50 km. Questo il quadro. E non lascia dubbi: la decarbonizzazione della mobilità è uno dei principali settori di intervento, se si vogliono raggiungere gli obiettivi definiti dall’Europa per il 2030 (-55% di emissioni climalteranti, e zero emissioni al 2050). 

Ed è questo quadro che detta le priorità: accelerazione dell’elettrificazione, potenziamento del Trasporto pubblico locale e delle infrastrutture per la mobilità attiva (ciclabile e pedonale), sviluppo dell’intermodalità e del trasporto ferroviario locale, metropolitano e regionale. Servirà uno “sforzo senza precedenti di cambiamento”. Ma di tutto ciò nel Piano di Ripresa e Resilienza troviamo solo un pallido riflesso, “la mobilità urbana e le città non sono un obiettivo primario”. Serve una nuova strategia di mobilità urbana ed il momento è oggi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Già presidente nazionale di Legambiente dal 2007 al 2015, è oggi membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità e della Segreteria nazionale di Legambiente. È esperto di educazione, di processi formativi e di sostenibilità ambientale e sociale. Dal 2016 si occupa anche delle trasformazioni sociali e culturali connesse con il fenomeno delle migrazioni. Nel 2017 ha pubblicato “Alla scoperta della green society” (ed. Ambiente): un’inchiesta sui processi di innovazione sociale in Italia. Nel 2020 ha pubblicato alcuni interventi su La Stampa – Tutto Green, su Huffington Post, su La Nuova Ecologia e su Confronti. Recentemente ha pubblicato un contributo nel volume collettivo "Covid 19: costruire il futuro" (ed. Com Tempi Nuovi).