Sfregio al Pincio. La Casina Valadier alterata con una grande tettoia a “L”

Nell’ovattato torpore dei vari lockdown a go-go, approfittando di una delibera capitolina sull’ampliamento del 35% dell’occupazione di suolo pubblico, gli attuali gestori della storica struttura in cima al Pincio ci riprovano. Al posto di un tendone-hangar, si prepara una grande tettoia fissata a un levigato massello che copre le ghiaie del giardino. Da sempre qui si ospitavano sedie e tavoli, ombreggiati da eleganti ombrelloni bianchi accarezzati dal venticello di Roma. Chissà cosa ne avrebbe scritto il caustico Trilussa, che proprio a quei tavoli firmò il suo contratto con la Mondadori


di PINO COSCETTA

¶¶¶ Ci avevano già provato nel 2013, ma non gli era andata bene. In quell’occasione avevano coperto il giardino esterno della Casina Valadier con una tensostruttura di plastica, un incrocio tra un hangar e una serra da vivaio che l’Ufficio Decoro Urbano del primo Municipio li obbligò a smantellare. Nell’ovattato torpore dei vari lockdown a go-go, approfittando di una delibera capitolina sull’ampliamento del 35% dell’occupazione di suolo pubblico, varata per venir incontro ai proprietari di bar e ristoranti colpiti dalle restrizioni per la pandemia, gli attuali gestori della storica struttura in cima al Pincio ci hanno riprovato. 

Non più il tendone-hangar, ma una vasta struttura a tettoia saldamente fissata ad un levigato massello di decine di metri quadrati a copertura delle ghiaie del giardino che da sempre ospitavano sedie e tavoli, ombreggiati da eleganti ombrelloni bianchi accarezzati dal venticello di Roma. Questa nuova struttura è un orpello che mortifica le eleganti forme di quella che fu l’originara casa di campagna del cardinal Della Rota, negli anni trasformata dai frati di Santa Maria del Popolo in “vinaia” a disposizione dei vignaioli del convento, e infine riqualificata dall’intervento del celebre architetto Giuseppe Valadier che la portò a compimento nel 1817. Dall’alto di quella palazzina il Valadier pensò e realizzò l’attuale ovale di piazza del Popolo che a quei tempi oltre ad essere rettangolare, era polverosa d’estate e fangosa d’inverno.

Il Valadier, nato e morto poco distante nella casa di famiglia in via del Babuino 89, si rivolterà nella tomba. La nuova struttura oltre a rappresentare un oltraggio all’elegante palazzina, stravolge in maniera indecente il panorama circostante. Per di più questa bruttura, sorta in omaggio alle ultime norme del munifico 35% in più dello spazio esterno, estendibile per ragioni di pandemia, non ne rispetta le norme perché la stessa delibera-Raggi parla chiaramente di strutture totalmente smontabili. In buona sostanza tavoli, sedie, ombrelloni e quant’altro, a sera devono essere ritirati lasciando completamente libero lo spazio concesso. Ma siccome strutture come queste non nascono dalla sera alla mattina come i funghi, è lecito chiedersi come sia stato possibile che nessuno  si sia accorto dello stravolgimento in atto. Decine e decine di metri quadrati messi in opera per coprire le ghiaie e offrire solida base ai montanti dove, presumibilmente, verranno fissate debite coperture, e un pavimento lucido e liscio come una pista da ballo, difficilmente a feste finite potranno essere smontati restituendo all’ambiente l’amena vista di sempre. 

Più o meno la stessa vista che deve aver goduto il cardinal Agostino Rivarola, Maggiordomo di Sua Santità Pio VII Chiaromonte, nonché Presidente della commissione dei lavori pubblici dell’epoca, quando il 6 giugno del 1816, a lavori del Casino quasi completati, firmò la gratuita concessione per sette anni ad Antonio Antonini a patto che portasse a termine a spese sue le decorazioni dei locali, provvedendo a versare “dodici scudi annui alla polizia”. Le decorazioni a carico del primo gestore furono commissionate a due pittori, Domenico Santucci nel 1831 e Tommaso Parravani nel 1832.

Per lo sterro e la realizzazione delle rampe, dovendo lavorare in economia, il Valadier si servì di ottanta galeotti, 324 tra carpentieri, muratori e uomini di fatica, 40 donne e 40 ragazzini per i lavori più leggeri. Nel 1817 si stanziarono gli ultimi fondi necessari per ultimare la casina, costruire i muri di contenimento delle rampe verso piazza del Popolo, e imbrecciare viali e slarghi con il bianco ghiaiolino oggi improvvidamente coperto. 

Agli alberi, alle essenze e alle siepi si dedicò lo stesso Valadier recandosi più volte personalmente al “piantinaro” di San Sisto Vecchio, scegliendo gli alberi e i sempreverdi delle siepi da sistemare attorno alla casina e in altre parti del Pincio. All’inaugurazione lo stesso papa Pio VII osservò: «…siamo poveri, è vero, ma quest’opera si doveva compiere ad ogni costo». Meditate gente, meditate. Non vorremmo neppure pensare cosa ne avrebbe scritto il caustico Trilussa, che proprio a quei tavoli firmò il suo contratto con la Mondadori, e della Casina Valadier, assieme a Gabriele d’Annunzio e le belle donne di allora, era un frequentatore abituale. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la Casina Valadier al tramonto e il tendone-hangar abbattuto dopo le denunce nel 2013; in alto, la nuova struttura ad L che ha sollevato la protesta dei cittadini ; al centro, l’architetto Giuseppe Valadier in un dipinto di Jean Baptiste Wicar (1827); in basso, il viale d’ingresso al giardino della Casina Valadier, negli anni ‘30 del Novecento

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Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.