Salute pubblica e ambiente, paga di più chi ha di meno: «Noi, cattivi debitori dei nostri figli»

Il 91% della popolazione della Terra respira aria inquinata e 7 milioni di persone muoiono ogni anno per l’inquinamento atmosferico. Il totale dei decessi per cause ambientali è tre volte superiore ai morti di Aids, malaria e tubercolosi messi assieme. La crisi climatica accelera degrado ambientale e malattie; la pandemia Covid 19 è figlia dei nostri assalti agli equilibri naturali


L’analisi di FERDINANDO LAGHI, presidente International Society of Doctors for the Environments

¶¶¶ La nostra salute è determinata da molti e complessi fattori, in alcuni casi insospettabili; alcuni non modificabili, come età, sesso, patrimonio genetico; altri, invece, strettamente legati al nostro stile di vita. E, dunque, ampiamente correggibili, come l’alimentazione, l’attività fisica e quelle abitudini definite spesso dai medici, con gusto vagamente retrò, voluttuarie (fumo di sigaretta, consumo di alcool, attività sessuale). Ci sono poi i determinanti socio economici, potente discrimine tra chi può prendersi cura della propria salute e chi, al contrario, non se lo può permettere. È ben noto come le fasce economicamente e socialmente svantaggiate siano fortemente penalizzate anche sotto l’aspetto sanitario, fino a giungere alla impossibilità di acquistare anche farmaci indispensabili.
 
L’accesso ai servizi scolastici, sociali, di trasporto, alle attività ricreative, è un’altra importante componente. Infine, ma, come suol dirsi, non certo da ultimo, vi sono i determinanti ambientali. In senso lato. Dal clima, al luogo dove si vive e si lavora, dalla qualità dell’aria che respiriamo, al numero ed alla concentrazione degli inquinanti con i quali veniamo a contatto. Tutto considerato, si ritiene che il nostro stato di salute dipenda soltanto per un 10% circa dai servizi sanitari. Per valutare il peso dei determinanti ambientali, pur senza voler troppo percentualizzare, è forse il caso di “dare i numeri”, o almeno di darne qualcuno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) stima che circa il 23% delle morti premature sia attribuibile a esposizioni ambientali. Si possono prevenire. Se poi consideriamo quelle dei bambini al di sotto dei cinque anni, il dato diventa ancora più drammatico, addirittura il 26% [nota 1].
 

A proposito di bambini, è quasi impossibile non citare un articolo della Harvard School of Public Health, pubblicato sull’autorevolissimo Lancet nel 2006. Già si parlava di “pandemia silenziosa”, indicando con ciò le alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo dei bambini, determinato, a livello globale, dalle sostanze chimiche di derivazione industriale immesse in ambiente [nota 2].

Ancor più preoccupante appare l’immediato futuro, in particolare per le nuove generazioni. L’ormai abusata metafora di un mondo che non avremmo ricevuto in eredità dai nostri padri, bensì in prestito dai nostri figli, ci qualifica ormai solo come, verrebbe da dire, cattivi debitori. E la situazione è forse addirittura peggiore di quanto non sembri. Il mondo − l’ambiente − che i nuovi nati si apprestano a vivere si va facendo sempre più minaccioso nei confronti della loro salute e noi rischiamo di consegnargli anche una sorta di “bomba a orologeria”, inserita nel loro patrimonio genetico. La perdurante esposizione genitoriale a fattori inquinanti, infatti, può determinare alterazioni epigenetiche trasmissibili alla prole, e con esse un maggior rischio di malattie cronico-degenerative dell’età adulta: diabete, ipertensione arteriosa, morbo di Alzheimer, obesità, tumori.

Le sostanze inquinanti passano da una matrice ambientale all’altra (aria, acqua, suolo), continuando ad accumularsi nel tempo. Il risultato è quello che vediamo e che spesso ci sforziamo di non guardare. Anche in questo caso, i dati dell’Oms ci aiutano a capire. Il 91% della popolazione mondiale respira aria inquinata e 7 milioni di persone muoiono ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico [nota 3], mentre i decessi totali da inquinamento ambientale complessivo sono assai di più. Tre volte in più dei decessi determinati da Aids, malaria e tubercolosi considerate tutte insieme, e con le fasce deboli (bambini, anziani, poveri, malati cronici) a pagare il prezzo più alto [nota 4]. In questo contesto, i cambiamenti climatici, innescati dalle attività antropiche, fungono da drammatico acceleratore di degrado ambientale e malattie.

Ma se ambiente e salute sono un binomio inscindibile, è pure evidente come i principi di democrazia e di uguaglianza sociale siano fortemente coinvolti. I conflitti scatenati dalle siccità, carestie, migrazioni coatte stanno a dimostrarlo. La malattia, dunque, come drammatica conseguenza di disparità sociale ed economica. Parlando di ambiente e salute, un seppur breve riferimento alla pandemia in corso è inevitabile.

Fantasiose ipotesi sulla sua genesi a parte, bisogna sottolineare come la Covid 19 arrivi buon ultima, dopo una serie di epidemie/pandemie che l’hanno preceduta, spesso con caratteristiche simili, negli ultimi decenni: Ebola, Hendra, Sars, i diversi tipi di influenza aviaria, Mers, influenza suina. Agenti patogeni, spesso strutturalmente simili al Sars-Cov-2, che hanno fatto il salto di specie – il famoso spillover − grazie a condizioni ambientali da noi stessi create.

Richiamiamone qualcuna. Aggressione a santuari naturali, confinati da sempre e improvvisamente aperti da deforestazioni selvagge e incontrollate; vertiginoso consumo di suolo; altissime concentrazioni umane nelle megalopoli; crudeli allevamenti intensivi; commercio e distribuzione di cibo dove animali ed esseri umani vivono in una assai pericolosa promiscuità, come, ad esempio, nei wet-market. Tutte situazioni che facilitano il salto di specie. Il Sars-Cov-2 è perciò ultimo di una serie e, purtroppo, probabile anticipatore di ulteriori, nuovi, agenti patogeni.

Ma c’è ancora qualche altro possibile spunto di riflessione. Ogni persona – attraverso il rispetto e la tutela dell’ambiente – diventa protagonista della salute individuale e collettiva. In particolare la classe medica, cui si richiede un doppio impegno − come professionisti della salute e come cittadini −, viene ulteriormente responsabilizzata.

Al centro di tutto dovrebbe essere posta la Prevenzione Primaria, ancor prima della diagnostica e della terapia delle malattie, aree sulle quali, invece, si concentrano tradizionalmente le attenzioni – ed i finanziamenti – degli organismi di tutela della salute pubblica. Obiettivo certo non semplice, visti anche i colossali interessi economici in gioco; l’inquinamento è considerato solo un “effetto collaterale” di un irrealistico sviluppo senza fine; e le malattie consentono profitti assai più elevati rispetto alla buona salute. Anche la ripartizione della spesa pubblica italiana in ambito sanitario, con un davvero misero 5% (!) per la prevenzione, sta lì a testimoniarlo.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ferdinando Laghi

Medico specialista in Medicina Interna ed Ematologia. Laureato all’Università Cattolica di Roma, ha lavorato al Policlinico “A. Gemelli” prima di tornare in Calabria, dove vive. Per circa venti anni ha diretto una Divisione ospedaliera di Medicina Interna, fino alla pensione, nel 2019. Attivista ambientalista da oltre venticinque anni, fa parte dell’International Society of Doctors for the Environment (Isde) di cui è Presidente Internazionale e vice-Presidente della sezione Italiana. Impegnato nelle attività di advocacy, si occupa soprattutto dei rischi di salute connessi con lo smaltimento dei Rifiuti Solidi Urbani, con la produzione di energia da processi di combustione e con i campi elettromagnetici. È componente del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, membro del Comitato Direttivo del Gufi (Gruppo Unitario per le Foreste Italiane) e componente del Comitato Popolare di Difesa Beni Comuni “Stefano Rodotà”.