Riyadh e il “rinascimento” a gettone di Renzi: fra grattacieli luccicanti e attentati islamisti

Dietro le quinte della smart city nel deserto arabico (la “renaissance” decantata dall’ex premier italiano), la corona saudita fa i conti con dispute teologiche e rivendicazioni dinastiche. Non finanzia il terrorismo in casa propria, e non sempre lo combatte fuori dalle sue porte. Per antagonismo nei confronti della monarchia, l’establishment anti-Saud lo appoggia e lo finanzia. Gli attacchi li ha avuti in casa più volte: l’occupazione della moschea al-Haram alla Mecca nel 1979, le bombe qaediste del 2003 e del 2004 contro ospedali, stazioni di gas, aziende agricole, caserme della polizia, compagnie petrolifere, internet café nella capitale e a Jedda, Mecca, Braydah, Unayzah. Seconda parte del viaggio nella penisola arabica


L’analisi di LAURA SILVIA BATTAGLIA

¶¶¶ [seconda parte] A chi si affretta a dire che gli attentatori del 9/11 erano in maggior parte di nazionalità saudita, occorre porgere questo esempio. Anche i mafiosi che migrarono a Chicago e che fecero scoppiare la peggiore guerra di mafia americana all’inizio del Novecento erano tutti siciliani, dunque italiani. Ma ciò non autorizzava allora dire che questi mafiosi potessero essere rappresentanti di tutti i siciliani, dunque non autorizzerebbe nemmeno a dire che tutti i siciliani sono mafiosi. E men che meno si è autorizzati a dire che lo Stato italiano è mafioso, quando invece – a parte alcune collusioni e intersezioni di cui ancora oggi si discute relativamente agli anni Ottanta – ha contrastato la mafia, con leggi, opere e (anche) colpevoli omissioni. 

Stessa cosa vale per la dinastia dei Saud. La corona saudita non finanzia il terrorismo a casa propria, per quanto non sempre lo combatta anche fuori dalle sue porte. Di certo lo contrasta dentro casa perché alcune componenti della società saudita lo appoggiano, e lo finanziano, per antagonismo nei confronti della monarchia dei Saud e perché credono che essa ingiustamente si sia arrogata il diritto di proteggere la Mecca e Medina, i luoghi santi. Questo establishment anti-Saud desidera imporre una lezione al re Salman e ai suoi predecessori, rei di avere accettato – anche se a malavoglia – la nascita dello Stato di Israele e di avere appoggiato dagli anni Settanta la politica americana in Medio Oriente. Il caso della famiglia bin Laden è emblematico e nasce e si sviluppa con queste intenzioni. 

Chi sceglie la via del terrorismo, in Arabia Saudita, lo fa dunque con chiara visione politica ma anche con un appiglio alla dottrina islamica comune nel regno, il wahabismo, utilizzandone i principi e l’alleanza da cui essa nacque: quella tra il teologo Muhammad ibn Abd al-Wahhab e Muhammad bin Saud. L’alleanza si definì alla fine del Settecento quando al-Wahhab si staccò dalla scuola di giurisprudenza hanbalita e dalle pratiche del sunnismo classico per abbracciare un’ortodossia puritana, basata sul Tawkid (l’unicità di Dio). Quando Muhammad venne quasi dichiarato eretico dagli altri studiosi di giurisprudenza islamica, compresi padre e fratello, negoziò la sua salvezza con un patto di potere, aiutando Muhammad bin Saud a far nascere l’emirato di Diriyah, da cui poi originò la dinastia omonima.

La relazione tra i Saud e il wahabismo è dunque sempre stata funzionale al mantenimento del potere: questa operazione è risultata chiarissima a molti seguaci duri e puri della dottrina, quando i Saud − dopo le guerre israelo-palestinesi del 1948 e soprattutto dopo il 1973 − modificarono le loro posizioni nei confronti di Israele. Nel 2002  la corona arrivò a proporre a Tel Aviv, tramite l’allora principe ereditario Abdullah, una proposta di pace multilaterale basata sul ritiro dai territori occupati che avrebbe facilitato una soluzione a due Stati. È qui, nel 1988, che si incastona la nascita di al-Qaeda, convinta dell’esistenza di una cospirazione internazionale di marca israelo-americana contro l’Islam nonché del fatto che gli Stati sovrani a maggioranza islamica non possano essere capaci né di contrastarla né di arginarla. Da qui la scelta di azioni di guerriglia trasversale prima, e di attacchi terroristici sempre più ampi e in grande stile poi, dall’Afghanistan al Sudan, dalla Somalia allo Yemen, dall’India all’Europa, fino al devastante 11 settembre a New York. 

In questi anni, non c’è dubbio che finanziamenti al terrorismo internazionale qaedista siano arrivati geograficamente da Arabia Saudita, Emirati, ma di più dal Qatar e dal Kuwait, come dimostrato da Wikileaks,. Resta difficile però, accusare in prima persona la famiglia reale saudita. La quale, sia durante gli anni più attivi di al-Qaeda che, di più, successivamente con Daesh (Isil), è stata anche un target morale e sostanziale. Al Qaeda e Daesh, infatti, ragionano e agiscono in sprezzo a qualsiasi monarchia, sia essa di diretta discendenza dal Profeta Mohammad come quella marocchina o giordana, sia in parte auto-proclamatasi legittima, come quella dei Saud. 

Per chi volesse ricordare episodi nei quali, sul territorio saudita, ci si sia dovuti difendere da queste azioni, gli esempi sono innumerevoli: dall’occupazione della moschea al-Haram alla Mecca nel 1979 per protestare contro l’occidentalizzazione delle politiche saudite, alla serie di attentati qaedisti del 2003 e del 2004. Gli attacchi ebbero come target non solo compound di lavoratori occidentali ma anche ospedali, stazioni di gas, aziende agricole, caserme della polizia, compagnie petrolifere, internet café, uffici, quartieri nella capitale Riyadh e a Jedda, Mecca, Braydah, Unayzah, con morti tutti sauditi. Questa prima fase di azioni si concluse nel 2015 con un’ampia operazione di arresto e identificazione di 36 affiliati ad Al Qaeda. 

Una seconda stagione di attentati fu successiva al 2011, ed ebbe il suo picco nel 2015-2016 con frequenti azioni perpetrate contro le moschee della regione sciita di al Qatif. Anche in questa stagione del terrorismo, la monarchia dei Saud ha effettuato numerosi arresti. Nel 2017 ha identificato, sulla base esclusivamente di prove di affiliazione on line, giovani sauditi reclute di Daesh, sottoposti poi in carcere a trattamenti durissimi, che in Arabia Saudita vengono destinati a chiunque sia considerato, pur per ragioni le più diverse, una minaccia alla corona. Questo punto non è chiaro ai molti che frequentano con superficialità i vari terrorismi, spesso associandoli senza ragion provata, conoscenze dottrinali, testimonianze dirette o mediate. Lo vedremo meglio domani nella terza parte della nostra analisi. − (2. Continua; la prima parte è stata pubblicata martedì 16 febbraio 2021) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la capitale Riyadh; in alto, attentato a Medina il 6 luglio 2016; in basso, il principe Abdullah bin Abdel Aziz, sui luoghi dell’attentato del 13 maggio 2003

About Author

Laura Silvia Battaglia

Giornalista professionista freelance e documentarista, lavora come reporter in aree di crisi dal 2007 ed è conduttrice e autrice per Rai Radio 3. Specializzata in Medio Oriente, con particolare focus su Iraq e Yemen, ha lavorato dal 2012 al 2015 come corrispondente da Sanaa (Yemen) per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media. Collabora con media stranieri (The Washington Post, Al Jazeera English, Al Jazeera Arabic, TrtWorld, Cgtn, Rsi, Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India) e italiani (fra gli altri, Rainews24, Tg3 Agenda del Mondo, Sky Tg24, Tv2000, Radio Popolare, Radio in Blu, Radio24, Avvenire, La Stampa). Ha girato, autoprodotto e distribuito dieci documentari, tra i quali Yemen, nonostante la guerra, prodotto Ga&A nel 2019 e acquistato da Rai Doc, Zdf, Al Jazeera Arabic. Il film è uno spaccato nella vita dei civili yemeniti in guerra. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello Debole e Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna in diverse istituzioni italiane ed europee, compreso l’Istituto Reuters all’Università Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017), tradotto in quattro lingue