Ridatemi i contadini: «La terra, che è una divinità, insegna anche la giustizia»

Perché non rendere omaggio, per una volta, a chi ci mette in tavola il pane odoroso e il vino inebriante? Venite con me, dunque, nella Terra degli Dei, la Grecia Classica, che, poi, questi Numi, abitavano anche qui da noi. Nel nostro Sud. Sono i contadini del lucano Rocco Scotellaro, o del salentino Vittorio Bodini, che sono finanche usciti dal lessico quotidiano. Ora ne hanno cambiato perfino il nome. Li chiamano agricoltori, coloni e, perfino, imprenditori agricoli. Anche se coltivano solo un fazzoletto di terra. E anche a noi che siamo la turba verrebbe voglia di strappare coi denti le mascherine griffate di certi signori del Senato che, con i loro giochi di potere, mettono in pericolo la nostra salute. E il nostro stesso domani


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, da Taranto

¶¶¶ Ridatemi, ridateci, i nostri contadini. Non quelli delle indagini sociologiche e neppure quelli di cartapesta dei sofismi dell’Etnologia, ma quelli che, sollevata la zappa lucente e grondante di sudore dai banchi dello scasso, si mettevano a scrutare il cielo nemico, foriero di disgrazie o di speranze appena accennate. E, forse, mai mantenute. Quelli che resistono, ancora, a vivere nel nostro Sud. Un Mezzogiorno che per certi versi è ancora la periferia delle imperialistiche contrade del Nord. Esse che continuano nella loro politica di una sfacciata colonizzazione interna (il Recovery Found ne è una ennesima dimostrazione), fatta di spoliazione e di impoverimento dei nostri territori. 

Sono i contadini del lucano Rocco Scotellaro, o del salentino Vittorio Bodini, che sono finanche usciti dal lessico quotidiano. Ora, ne hanno cambiato perfino il nome. Li chiamano agricoltori, coloni e, perfino, imprenditori agricoli. Anche se coltivano solo un fazzoletto di terra. In realtà, quei contadini siamo ora noi tutti. Quelli che non abbiamo fatto le valigie, e ci siamo intignati a calpestare questa terra, avara alla vista, e talvolta anche plumbea, ma ancora capace di darci il pane e il vino più saporiti. 

Mi mancano i contadini. Mi mancano le loro schiene arcuate, il loro vociare nell’aia colma di spighe appena mietute, il loro calpestare i grappoli d’uva nei tini rotondi, i loro ingenui e salaci racconti serali nello “iazzo” delle case coloniche o nelle masserie padronali. Niente di bucolico, però. Ma l’amara constatazione di una battaglia perduta. Di aver permesso che la Classe Operaia, la Lega dei Contadini, i diritti dei lavoratori, siano stati a più riprese conculcati, per finire, poi, in una perversa omologazione culturale. Questa sì, “zona grigia del risveglio contadino”. Per dirla con il poeta di Tricarico. Il quale, a differenza di molti di noi, nella sua breve esistenza, non stette mai a “guardare”, ma lottò fino allo stremo. 

E, allora, perché non rendere omaggio, per una volta, a chi ci mette in tavola il pane odoroso e il vino inebriante? Venite con me, dunque, nella Terra degli Dei, la Grecia Classica, che, poi, questi Numi abitavano anche qui da noi. Nel nostro Sud. «La terra, che è una divinità, insegna anche la giustizia». E, ancora, «l’agricoltura è madre e nutrice delle altre arti, e quando essa, l’agricoltura, è florida, anche la vita degli uomini è prospera». Così l’ateniese Senofonte (430-350 a.C.), nel suo Economico (5, 4-17), rifletteva sull’importanza di chi coltivava la terra, e io sono d’accordissimo. 

La prima riforma fondiaria − quella vagheggiata dal presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, un bresciano, sinceramente meridionalista, nel 1902  e mai potuta realizzare per la sua repentina scomparsa −, e prima ancora di quella attuata in Italia nel 1950, fu fatta, guarda caso, dagli Spartani, nel settimo secolo avanti Cristo. Qui lo Stato assegnava ad ogni cittadino un fondo (cleros) di otto ettari. Il fondo, che era inalienabile, non veniva coltivato, però, dagli Spartiati, ma dagli Iloti (i nostri contadini), dato che i primi, gli Spartiati, dovevano essere sempre pronti ad andare in guerra e, quindi, qualcun altro, per loro, doveva coltivare la terra. Tuttavia, i prodotti del fondo, venivano equamente ripartiti tra Spartiati e Iloti (i mezzadri). 

Sempre Senofonte, ci racconta, addirittura, come il cleros dovesse essere in grado di fornire al proprietario e al coltivatore, ogni anno, grano, frutta, olive, per sfamare le loro famiglie. E se il cleros non era in grado di fornire queste quantità di prodotti, sia per il cattivo tempo, sia per invasioni nemiche, era cura dello Stato integrare la parte mancante. Per gli accaparratori e per coloro che tentavano di impossessarsi del cleros del vicino (gli accaparratori c’erano anche allora), le pene erano severissime. 

La Riforma Fondiaria in Puglia e Basilicata  (legge 841, del 21 ottobre 1950) portò all’espropriazione di 196.937 ettari di latifondo, dando vita all’insediamento di ben 121 mila nuclei familiari. Tuttavia, non aver previsto che i dieci ettari toccati ad ogni contadino (da allora cominciarono a chiamarsi coloni e poi agricoltori) prescindessero dalla natura del terreno (dalla sua fertilità, cioè, e dal tipo di piantagione che vi si poteva coltivare), portò, dopo qualche anno, alla vendita di centinaia di ettari da parte degli agricoltori con la terra più avara, e il riformarsi di latifondi. In ogni caso, si trattò di una buonissima legge, della quale, e a buon diritto, la Democrazia Cristiana, che l’aveva fortemente voluta, ne portò per decenni il merito. Inoltre ai nuovi proprietari del “cleros”, non si dava soltanto la nuda terra, ma anche collegamenti idrici, stalle e una abitazione confortevole. Viene da chiedersi se davvero erano dei giganti quei politici, o dei nanerottoli molti degli attuali. 

Tuttavia, furono costretti a vendere i loro fondi, e, finiti i soldi, se non erano riusciti ad emigrare al Nord, ritornavano ad essere contadini. Se non proprio braccianti. Dividendo il lavoro della terra con gli Ahmed, gli Aziz, i disperati del terzo mondo e la poverissima manovalanza rumena, che, fra Puglia e Basilicata, sono sempre più numerosi e più sfruttati. E non ci sono più le organizzazioni sindacali degli antichi partiti (Dc, Pci e Partito Socialista) a dare loro un barlume di speranza. Così attuali i versi di Rocco Scotellaro, in Pozzanghera Nera. «Oggi ancora e duemila anni/porteremo gli stessi panni./ Noi siamo rimasti la turba, la turba dei pezzenti,/quelli che strappano ai padroni/le maschere coi denti».  E anche a noi, noi che siamo la turba, verrebbe voglia di strappare coi denti le mascherine griffate di certi signori del Parlamento (e del Senato) che, con i loro giochi di potere, mettono in pericolo la nostra salute. E il nostro stesso domani. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Arturo Guastella

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.