Ricostruzione e post pandemia. Tutto il potere ai cacicchi regionali? Anche no, grazie!

Il regionalismo differenziato è una manovra voluta dal ceto politico e dalle burocrazie regionali, come la riforma del Titolo V venti anni fa che ha danneggiato i cittadini da Nord a Sud. La pandemia ha acceso i riflettori sulle inefficienze di un servizio sanitario regionalizzato e sulla necessità di intervenire in senso esattamente opposto alla direzione intrapresa: un processo scollegato dalle reali esigenze del Paese. La disarticolazione dei partiti nazionali non fa ben sperare ma la frammentazione regionale dovrebbe essere ridotta non aumentata. Su questo fronte il programma presentato da Draghi in Parlamento è silente


L’analisi di CARLO IANNELLO, giurista

¶¶¶ Nel discorso programmatico di Draghi manca ogni accenno all’autonomia differenziata. Questa assenza è più significativa di tante cose dette, soprattutto perché riguarda un tema divenuto il collante delle coalizioni che hanno sostenuto i precedenti due governi (presente sia nel contratto intercorso tra Lega e M5S del 2018 sia nei 29 punti dell’alleanza tra Pd e M5s del 2019). Governi che mostrarono un grande attivismo in materia: quello del Conte 2 fu anche maggiore. L’ex ministro Francesco Boccia ne era diventato orgoglioso alfiere, promuovendo un disegno di legge e nominando il leghista Maroni in una commissione di esperti sul tema, stupendo tutti, Maroni compreso. «Il Pd vuole l’autonomia differenziata più della Lega», dovette ammettere. 

Non c’è da stupirsi, in realtà, se si pensa che questo processo era cominciato proprio sotto il Governo Gentiloni, con la stipula di pre-intese da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Bressa, nel febbraio 2018, a soli 4 giorni dal voto. Con queste premesse, c’era da aspettarsi che il tema dell’autonomia differenziata trovasse spazio anche nel programma del nuovo governo. Occorre allora domandarsi il reale significato di questo silenzio. C’è chi lo legge come un modo abile per non prendere posizione su un tema divisivo. Un tatticismo, insomma: la questione riemergerà non appena l’emergenza cederà il passo all’ordinario.  

A motivare il silenzio di Draghi, a mio parere, c’è di più. Ad essere incompatibile con il disegno di differenziazione è lo stesso programma economico del nuovo governo, che non può che essere unitario, perlomeno nel senso che richiede leve del comando ancorate saldamente al centro. Nell’ambito di un programma di ricostruzione del Paese, la frammentazione regionale dovrebbe essere ridotta, altro che aumentata. Questo, sia chiaro, indipendentemente dal nodo, non ancora sciolto, relativo al come impiegare le risorse. Se per dare più impulso alla cosiddetta locomotiva del Nord, come sostengono alcuni, oppure nel tentativo di ridurre il divario tra Nord e Sud, come auspicano altri, conformemente alle richieste dell’Europa, che vuole maggiore coesione territoriale. 

Se il silenzio di Draghi sul punto è da considerare dunque favorevolmente, il contesto, tuttavia, non permette di riposare tranquilli. La disarticolazione dei partiti nazionali e la loro incapacità di esprimere una classe dirigente interprete di una visione unitaria non fanno ben sperare. La stessa presenza di Maria Stella Gelmini, favorevole al regionalismo differenziato, al ministero che fu di Boccia, è ambigua. I presidenti delle Regioni continuano a spingere sul punto. Occorre, allora, non solo vigilare attentamente, ma anche avere l’ambizione di aggregare un fronte che si batta in direzione opposta, affinché gli interessi nazionali tornino ad essere attribuiti a chi ha gli strumenti per curarli e perché i partiti possano riassumere una funzione unitaria. 

Per fare questo è necessario squarciare il velo di ipocrisia che copre il tema del regionalismo differenziato, chiarendo che non si tratta affatto di una richiesta dei cittadini che trova un consenso nella società. Il processo di differenziazione − al contrario − ha allarmato la società italiana nel suo complesso, non solo quella meridionale. I mondi della scuola, della sanità e del lavoro, ad esempio, si sono mobilitati per contrastare il regionalismo differenziato; persino la Confindustria nazionale ha assunto posizioni tiepide, quando non apertamente critiche. 

Questo dato fa emergere il regionalismo differenziato per quello che è: una richiesta di ceto politico e burocrazie regionali, del Nord come del Sud (le cui regioni, non a caso si sono velocemente aggregate alle richieste di maggiori poteri), bramosi di gestire il personale di scuola e sanità e di incassare i proventi delle concessioni autostradali. Un processo scollegato dalle reali esigenze dei cittadini. Se è condiviso dalla politica nazionale è perché i partiti nazionali sono in uno stato di disgregazione anch’essi, regionalizzati, diventati assemblaggi di potentati locali in guerra tra loro, come mostra chiaramente la fotografia del Pd (erede dei due più grandi partiti di massa del Novecento), diviso tra un segretario, presidente di una Regione, e un oppositore, presiedente di un’altra Regione. Non è certo un caso.

Il regionalismo differenziato è allora una manovra voluta dal ceto politico, esattamente come lo fu venti anni fa la riforma del Titolo V, che ha danneggiato i cittadini italiani, da Nord a Sud, perché ha reso più inefficienti le amministrazioni preposte alla cura dei loro interessi. Se c’è un effetto positivo della pandemia è quello di aver acceso i riflettori sulle inefficienze di un servizio sanitario regionalizzato e sulla necessità, quindi, di intervenire in senso esattamente opposto al processo di ulteriore regionalizzazione. Tanto che Maurizio Landini, intervistato dall’Annunziata il 7 febbraio scorso su Rai 3, ha definito icasticamente il regionalismo differenziato una «sciocchezza» cui non crede più nessuno. 

Il regionalismo disgregativo è una proposta che dovrebbe appartenere a un passato lontano, spazzato definitivamente via dal novero delle cose possibili proprio dalla pandemia, che ha riportato d’attualità un valore spesso negletto in questo Paese, quello dell’unità. L’emergenza Covid ha fatto comprendere a ciascuno di noi e a tutti l’importanza del ruolo dello Stato nella difesa degli interessi unitari. Il sindacato, che continua ad avere un contatto con la società, lo ha ben compreso. 

Si può concludere, allora, con una domanda che è al contempo un auspicio. Quando smetteranno i partiti di rappresentare gli interessi di pezzi di ceto politico e burocrazie regionali per tornare a svolgere il ruolo che la Costituzione affida loro? ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Carlo Iannello

Napoletano, è professore di Istituzioni di Diritto pubblico presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli dove insegna Diritto dell’ambiente, Diritto pubblico dell’economia e Biodiritto. È stato visiting professor presso università francesi (Paris 2 Panthéon Assas, Università Du Maine, Università di Toulouse). È autore di ricerche sui servizi pubblici locali e nazionali, sul regionalismo differenziato, sui diritti fondamentali, sul tema «Salute e libertà. Il fondamentale diritto all’autodeterminazione individuale». Da sempre impegnato in battaglie civili a difesa del patrimonio storico, artistico e paesaggistico e contro l’assalto ai beni collettivi. Componente dell’Assise di Palazzo Marigliano dal 2004, tra il 2011 e 2016 è stato consigliere comunale a Napoli e presidente della Commissione urbanistica. Carica da cui si è dimesso, in polemica con la proposta dell’amministrazione di ricapitalizzare la società “Bagnoli Futura” con beni pubblici appartenenti al patrimonio indisponibile dell’ente. Di lì a poco la “Bagnoli Futura” fallì.