Ricca d’acqua e rubinetti a secco: difficile coesistenza tra L’Aquila e la fisica nucleare

Una videoispezione delle condotte nell’acquifero del Gran Sasso lascia asciutti i rubinetti del capoluogo regionale. Da vent’anni la difficile coesistenza tra i Laboratori di fisica nucleare (fiore all’occhiello della ricerca italiana) e un bacino idrico fra i più importanti d’Europa. Fornisce acqua potabile a 700 mila abitanti ma il commissario dell’acqua del Gran Sasso, Balducci, tra il 2004 e il 2008 spese 80 milioni di euro senza esito. «Nel 2016 era bastata la perdita di mezzo litro di diclorometano dai Laboratori per far dichiarare lo stato di emergenza idrica nel Teramano», denuncia Augusto De Sanctis del Forum H2O


L’inchiesta di LILLI MANDARA, da L’Aquila

¶¶¶ Senz’acqua per un giorno, rubinetti a secco in molti quartieri e un lungo braccio di ferro con il commissario per il Sistema idrico del Gran Sasso: è accaduto all’Aquila, ed è solo l’ultimo tassello di una situazione difficile che tutto l’Abruzzo, e in particolare il territorio del Teramano e del capoluogo di regione, ha con l’acqua da più di vent’anni. Acqua che scarseggia, acqua contaminata, acqua a rischio potabilità. La vicinanza tra il bacino idrico del Gran Sasso, uno dei più importanti d’Europa, e i Laboratori di fisica nucleare scavati nella roccia sotto il tunnel che collega L’Aquila a Teramo, rappresenta per l’Abruzzo una miscela esplosiva che ha determinato nel corso degli anni una serie di problemi anche molto gravi per l’approvvigionamento idrico.

In questo caso era bastato avviare i lavori per una videoispezione delle condotte per la messa in sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso a determinare una crisi idrica piuttosto grave. Poi per fortuna il commissario Corrado Gisonni si è convinto e ha sospeso i lavori all’interno del tunnel del Traforo. «C’è voluta l’ennesima dimostrazione di una situazione che i cittadini abruzzesi subiscono da 20 anni per far capire al Commissario le potenziali ripercussioni di qualsiasi intervento, anche minimo, su un sistema ormai fallito da anni e che è oggetto di nostri periodici esposti», spiega Augusto De Sanctis del Forum H2o. «Eppure avevamo ricordato al commissario appena insediato che nel 2016 era bastata la perdita di 0,5 litri di diclorometano dai Laboratori di Fisica Nucleare per far dichiarare lo stato di emergenza idrica nel Teramano».

Misteri, inchieste, omissioni, ritardi. È il 2018 quando la procura di Teramo comincia a ficcare il naso nei Laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso, fiore all’occhiello della ricerca italiana, e a disporre i sequestri. Nel rapporto del Noe alla base dell’inchiesta viene descritto «lo stato di generale abbandono, se non di degrado, di alcuni tratti delle gallerie dei laboratori del Gran Sasso, come il nodo B dove viene raccolta la maggior parte delle portate poi destinate all’uso idropotabile».  

Il gip Roberto Veneziano tre anni fa scrive così: «Non riteniamo che ci sia stata la necessaria separazione tra le reti di condotte destinate alla raccolta e al convogliamento delle acque per un uso non idropotabile e quelle, molto più delicate e complesse, finalizzate al consumo umano». In pratica sia i laboratori che le vicine gallerie dell’autostrada A24-A25 avrebbero contribuito a «deteriorare, in modo permanente, le acque sotterranee» da cui attingono gli acquedotti e i rubinetti domestici di 700 mila cittadini abruzzesi. Nei sopralluoghi si scopre infatti che l’acqua del bacino idrico del Gran Sasso corre a pochi metri dalle stanze in cui viene effettuato l’esperimento Borexino e che non c’è quindi un sufficiente grado di isolamento dall’esterno, esponendo così l’acqua a rischi di contaminazione con le sostanze potenzialmente inquinanti contenute nelle condotte di scarto dei Laboratori.

Secondo De Sanctis, quella rappresentò «una prima conferma delle gravissime criticità presenti nei Laboratori e nell’Autostrada A24. Noi all’epoca presentammo cinque dettagliatissimi esposti, dando anche il nostro contributo fattivo alle indagini. Con gli accessi agli atti abbiamo scoperto che si era verificato  lo stoccaggio irregolare di ben 2.292 tonnellate di sostanze chimiche pericolose posizionate praticamente nel punto di captazione delle acque potabili bevute da centinaia di migliaia di persone».

Già nel 2002, dopo un incidente nei Laboratori che determinò lo sversamento di trimetilbenzene, ci fu un sequestro a cui seguì la nomina di un commissario dell’acqua del Gran Sasso, quell’Angelo Balducci che qualche anno più tardi come presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici finì agli arresti domiciliari per gli appalti della Protezione civile di Bertolaso. Riuscì a spendere 80 milioni di euro tra il 2004 e il 2008 senza risolvere nulla o quasi, come emerse dagli atti dell’inchiesta della Procura di Teramo. Tanto che nel 2016 accadde l’irreparabile: il 16 dicembre la Regione dichiarò lo stato di emergenza idrica nel Teramano, emergenza che durerà fino al 15 aprile 2017 perché nelle acque provenienti dalla condotta del Gran Sasso vennero trovate tracce di diclorometano, sostanza nociva e potenzialmente cancerogena. Fu la Asl a metterlo nero su bianco. Non solo, nelle stesse acque vennero trovate tracce di cloroformio. I Laboratori ammisero: sì, era stato utilizzato il  diclorometano, «un solvente di uso comune altamente volatile, per operazioni di pulizia dalla colla di alcune componenti dei rivelatori». Tutto ciò che gli ambientalisti sostenevano da anni.

«Il fatto è che i Laboratori e gli enti preposti non hanno mai rispettato le norme sulla messa in sicurezza degli impianti secondo la direttiva Seveso», denuncia il movimento H2O. «I siti come i Laboratori di fisica nucleare sono obbligati ad avere 3 documenti per la prevenzione del rischio, tra i quali il più importante è il “rapporto sulla sicurezza”, che di fatto non è stato mai approvato fino al 2018. Poi è stato approvato omettendo però aspetti centrali come il rischio sismico di dislocazione. E, inoltre, entro il 2020 avrebbero dovuto allontanare le 2.292 tonnellate di sostanze pericolose stoccate nella montagna, ma non lo hanno ancora fatto”. E così l’Abruzzo così ricco d’acqua molto spesso si ritrova a secco. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, il Gran Sasso; al centro, ricerche avanzate sulla materia oscura nei Laboratori di Fisica Nucleare; in basso, ispezioni nel tunnel del Gran Sasso

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Lilli Mandara

Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.