Renzi e la crisi di governo, da Rignano al Papeete

Matteo Renzi ha già dimostrato ampiamente di avere la peggiore considerazione delle istituzioni di governo. Ha invece la più alta, quasi astrale, stima immeritata di se stesso, della propria attività di manovratore della macchina istituzionale, senza alcun costrutto effettivo già a Palazzo Vecchio


Il corsivo di VITTORIO EMILIANI

¶¶¶ Nel momento in cui scrivo non si sa ancora se la crisi aperta da Matteo Renzi porterà o no al risultato da lui voluto e cioè all’abbattimento di Giuseppe Conte e della coalizione giallorossa. Ad ogni italiano di buon senso la mossa è parsa scriteriata; siamo immersi in una crisi drammatica che garantisce mesi e mesi di durata; la vaccinazione in atto promette molto e però deve essere fatta a tempi forzati per avere con la duplice dose effetti seri, bisogna fare fatti e non chiacchiere propagandistiche. L’Europa ci guarda con molta attenzione. Abbiamo chiesto anzi reclamato più fondi e poi stiamo lì a traccheggiare, a litigare sul loro impiego concreto. Matteo Renzi ha già dimostrato ampiamente di aver la peggior considerazione delle istituzioni di governo e la più alta, quasi astrale invece, stima di se stesso, della propria attività di manovratore della macchina istituzionale. Da sindaco di Firenze scrisse un libello intitolato “Il Bello Stile” nel quale ergeva se stesso a storico dell’arte-restarauratore-riprogettatore. Riscopritore di Leonardo nel salone dei 500 in primo luogo.

Gli fu negato dagli odiati tecnici di bucare l’affresco del Vasari e lui lanciò l’invettiva: «Sovrintendente? Ma de che?». 

Un commento sarcastico che gli si può ritorcere contro in mille modi: non è forse lui che ci ha fatto perdere mesi e mesi su un referendum istituzionale trasformato in una sorda ordàlia? In un giudizio di dio che sarebbe stato salvifico per il Paese? Oggi ci auguriamo che la maggioranza degli italiani consideri salvifico il vaccino e il parere degli scienziati, e non il bla-bla-bla di Matteo Renzi e magari gli echi (ricordate?) del Papeete. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Vittorio Emiliani

Direttore onorario - È nato a Predappio in Romagna. Ha iniziato l’attività giornalistica a Voghera concorrendo con Alberto Arbasino e altri giovani pubblicisti a creare nel 1956 “Il Cittadino” e dirigendo, a Pavia, “Ateneo Pavese”. Collaboratore dal ’56 di “Comunità” di Adriano Olivetti, poi del “Mondo” di Mario Pannunzio e de “L’Espresso” di Arrigo Benedetti. Dal 1961 al 1974 ha lavorato al “Giorno” di Italo Pietra, redattore e poi inviato di economia e politica. È stato inviato speciale anche al “Messaggero” che ha poi diretto dall’80 all’87. Collabora a quotidiani e riviste. Ha all’attivo una trentina di libri, gli ultimi “Roma capitale malamata” (il Mulino) e “Raffaello tradito” (Edizioni Bordeaux). Autore di numerose inchieste tv prima dell’avvento dei craxiani. Membro del Consiglio d’amministrazione della Rai dal ’98 al 2002, di cui è stato anche presidente pro tempore per alcuni mesi. Collabora attivamente con Radio Radicale.