Renzi all’opera sul dopo Conte. «Nulla di più efficace del cemento per cementare le alleanze»

Il disegno di disarticolare il Pd, svuotarlo e fare il Macron de’ noantri non gli è riuscito. Nel mirino del guastatore a Roma (e mercante a Riyadh) c’è ora il corpaccione dei 5 Stelle, per smontare il principale alleato con cui il Pd intende costruire l’alleanza per le prossime elezioni amministrative e poi politiche. Nel dossier sul Recovery Plan preparato dalle ‘sue’ silenti ministre c’è la prospettiva “moderata”, alternativa alla sinistra. Un’alleanza cementata dalle stesse idee e progetti sulle grandi opere, dal ponte sullo Stretto all’appalto integrato per i lavori pubblici, dalle trivelle alla deregulation selvaggia


Il commento di SAURO TURRONI

¶¶¶ Dopo la caduta del Governo Conte, per il Pd e gli alleati di governo si è posto anche il problema di come continuare a mantenere in vita l’alleanza. Il progetto del Pd dell’ultimo periodo, maturato durante il governo Conte 2, è stato quello di costruire uno schieramento alternativo alla destra per le prossime elezioni nazionali, costituito dal Pd stesso, dai 5 stelle e da Leu, Sinistra italiana, Articolo 1 e dalle altre sigle alla sua sinistra. Questa nuova coalizione aveva come collante e leader Conte. 

Come è noto Renzi,con l’azzardo di fare saltare il Governo, ha voluto scardinare questo progetto. Se fosse andata male sarebbe stato un disastro per il Paese e saremmo finiti diritti alle elezioni. In tal caso però la coalizione si sarebbe stretta attorno al suo leader, sarebbe andata alle urne compatta e per Italia Viva sarebbe stata grama, sepolta dalla riprovazione della stragrande maggioranza dei cittadini preoccupati della propria sorte.

Il disegno strategico renziano era anche un altro: minare alla base il Pd, che vorrebbe vedere in frantumi per poi prenderne il posto, come è accaduto al Partito socialista in Francia per mano di Macron. Al momento l’obiettivo di scardinare il Pd non è stato raggiunto. La saggezza del Presidente Mattarella ha fatto uscire tutti dall’impasse e si è così formato un nuovo governo attorno alla autorevole figura, universalmente apprezzata, di Mario Draghi. Il Pd ha superato le consuete divisioni interne e ha aderito al nuovo governo (né poteva fare altrimenti). Con dosati bilanciamenti ha portato il partito ad una apparente unità, fatta salva la protesta delle donne escluse dal novero dei ministri.  

Però la scelta di Grillo di portare il riluttante corpaccione dei 5 Stelle ad abbandonare Conte e ad abbracciare Draghi e il resto della compagine, compreso Berlusconi, ha provocato una profonda frattura nel movimento. Il voto di giovedì al Senato e quello del giorno dopo alla Camera oggi sembrano dirci che la frattura non sarà riconponibile. Non si tratta, insomma, del solito minuetto pronto a rientrare dopo l’assegnazione di qualche posto o qualche promessa, sempre scritta sulla sabbia.

La questione è destinata ad avere conseguenze molto rilevanti, mettendo un altro tassello al progetto di demolizione di Renzi. Al momento è difficile valutare se il coordinamento o intergruppo − appena prospettato per le tre forze della ex maggioranza Conte − sia in grado di fronteggiare alla lunga quella che non è una semplice differenziazione di idee e di strategia politica.

Il tema è come disarticolare i 5 stelle e smontare il principale alleato con cui il Pd intende costruire l’alleanza per le prossime politiche. Sempre più il progetto del rottamatore sembra essere quello di costruire una alleanza “moderata”, alternativa a quella di sinistra. Un’alleanza cementata degli stessi progetti e idee sulle grandi opere, a cominciare dal ponte sullo Stretto all’appalto integrato per i lavori pubblici, dalle trivelle alla deregulation selvaggia. Non c’è nulla di più efficace del cemento per cementare alleanze.   

Si potrebbe continuare a lungo, esaminando il dossier preparato da Renzi per la discussione interna al precedente governo sul Recovery Fund. È sufficiente ricordare il reiterato richiamo allo “Sblocca Italia” e alle fallimentari strutture di missione, istituite col suo governo e concentrate presso la Presidenza del Consiglio. Una strategia operativa volta a svuotare di competenze lo Stato e i ministeri, secondo un disegno presidenzialista sempre accarezzato.  

Il progetto del rottamatore proseguirebbe così incontrastato. Ma il vero pericolo che si intravede è quello di consegnare l’Italia alla destra più regressiva d’Europa all’interno della quale – a quel punto – il nostro potrebbe rappresentare l’ala, per così dire, progressista. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sauro Turroni

Architetto e urbanista, dal 1972 ha svolto la propria attività professionale pubblica in qualità di dirigente presso i Comuni di Cervia e Cesena; dal 1986 è stato dirigente all’urbanistica, servizio tutela e valorizzazione del territorio, della Regione Emilia Romagna. Ha progettato, fra l’altro, il Piano Territoriale Paesistico dell’Emilia Romagna, ed è stato responsabile del laboratorio regionale per la sperimentazione della pianificazione ecologica. Dal 1992 e per quattro legislature consecutive è stato deputato e senatore dei Verdi. È stato anche il primo parlamentare italiano a recarsi in Antartide e in Artide per le ricerche sul clima. Dal 2007, per otto anni è stato membro della Commissione scientifica nazionale per l’Antartide (Csna). Nel settembre del 1995 è stato a Mururoa con Greenpeace contro gli esperimenti nucleari e nel ’96 a Cernobyl per il decennale della catastrofe. Dal 1994 al 1996 ha fatto parte della delegazione italiana presso l’Osce. È presidente di una Fondazione con scopi di solidarietà sociale.