Renzi a Riyadh. Tra efferatezze e business nella Penisola arabica: un ex premier può fare spallucce?

Con la fiducia anche alla Camera il governo Draghi è insediato a tutti gli effetti. Il senatore di Scandicci vorrà spiegare gentilmente all’opinione pubblica nazionale e internazionale i suoi veri rapporti con il regno dei Saud? A quelle latitudini il traffico di armi ha subìto appena una battuta d’arresto e il terrorismo impazza. Le ultime trovate degli Houti: separatori tra uomini e donne nelle aule universitarie a Sana’a; raid nei negozi di abbigliamento femminile per confiscare manichini con seni di plastica troppo “eccitanti” per i talebani yemeniti. Tutto è cominciato ben prima delle bombe saudite sullo Yemen e ha più di una assonanza con Daesh. Quarta e ultima tappa del nostro viaggio nella “gara” tra sunniti e sciiti su chi inculca meglio e di più i diritti umani e sociali in una delle più gravi crisi umanitarie al mondo


L’analisi di LAURA SILVIA BATTAGLIA

¶¶¶ [quarta parte] Come andrebbe interpretata l’azione sociale di una milizia che setaccia casa per casa la città di Sana’a in cerca di famiglie con maschi di età superiore ai 15 anni da donare alla causa, e censisce i più giovani per non farseli sfuggire negli anni a venire come futuri soldati? L’elenco degli interrogativi sulle efferatezze del terrorismo islamico di matrice non wahabita-salafita iniziato nell’analisi di ieri su queste pagine non è ancora finito. Come dobbiamo qualificare e definire il controllo del taglio di capelli regolamentare fuori da ogni bottega, pena una multa per il cliente e la chiusura dell’esercizio e l’arresto per il barbiere? Non ha qualche assonanza minima con Daesh? E le abaye (l’outfit comune) delle donne, bruciate per strada se non sono nere, se hanno una cintura in più, un ricamo o una perla in più? Le incursioni nelle tende dei matrimoni dove si fa musica, e l’arresto di tutti i musicisti, compreso lo sposo responsabile di averli reclutati? Come definiamo quest’azione? 

Molto di tutto questo accadeva già dal 2014, un anno prima che il governo centrale yemenita chiedesse aiuto alla Lega araba a guida saudita e che i sauditi lanciassero lo loro bombe su ogni dove, facendo una colpevole carneficina di civili, senza distinzione tra target militari, scuole, ospedali. Ed è peggiorato negli anni. L’ultima trovata degli Houti è mettere dei separatori nelle aule universitarie a Sana’a, che è sempre stata a frequenza mista, dove comunque le ragazze sono state sempre coperte dalla testa ai piedi e i maschi stavano a debita distanza in ogni occasione. Ma c’è di più. Adesso, nelle aree da loro controllate, si è scatenata la caccia alle donne: si parla di raid dei ristoranti per individuare le impiegate e arrestare i titolari che si rifiutino di cooperare; di misure intraprese per eliminare la presenza delle donne dallo spazio pubblico. Ancora, è appena stata vietata la distribuzione di contraccettivi in farmacie, ambulatori, ospedali pubblici e privati a qualsiasi donna che li richieda, a meno che non arrivi accompagnata dal marito o non presenti una richiesta scritta dal marito stesso. E cosa dire dell’ultimo raid, ancora più indicativo degli estremi raggiunti dal gruppo? Le milizie, sempre la scorsa settimana, hanno fatto irruzione nei negozi di abbigliamento femminile, distruggendo e confiscando manichini (di donne, of course) perché la visione di questi seni di plastica sarebbe troppo “eccitante”.

Diteci, adesso alla fine dell’elenco, qual è la differenza tra loro e Daesh, se non una comunicazione meno potente, non internazionale e una vocazione locale, senza riconoscibilità esterna nel mondo e con rarissime testimonianze, dovute all’imposizione di un regime marziale? Davvero ha avuto torto l’amministrazione Trump nel listarli come “terroristi”? O forse ha fatto male a farlo solo adesso, troppo in ritardo, dicono molti yemeniti compreso il nuovo primo ministro Maeen Abdul Malek?

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden, in questo momento, ha un compito molto delicato ma rischia, sulla guerra in Yemen, di non comprendere un punto fondamentale, nel desiderio di agire, in politica estera, in opposizione all’amministrazione Trump, anche per ottenere consenso interno e internazionale, soprattutto in Europa. Aprire le negoziazioni con l’Iran e dare credito ufficiale agli Houthi significherà normalizzarli, e dare loro l’imprimatur per sferrare offensive ancora più gravi nell’unica area del Paese – il Marib – che va protetta per la sua ricchezza, la presenza dei giacimenti di petrolio, e per le antichissime vestigia delle civiltà pre-islamiche lì presenti: senza la centralità del governo yemenita, esse sono ancora più a rischio. Non a caso, dopo solo due giorni dall’annuncio del nuovo presidente democratico di sospendere le forniture di armamenti alla lega araba, gli Houthi – dopo avere festeggiato a Sana’a, e appena certi che fossero stati espunti anche dalla lista del terrore – hanno sferrato il loro attacco sul Marib. 

Dare loro il lascia-passare per la normalizzazione e l’annullamento di qualsiasi accountability sui crimini di guerra ampiamente compiuti, anche se non hanno mai usato bombe Mk, significa regalare il Nord Yemen ai suoi Talebani. Come gli Stati Uniti hanno fatto per l’Afghanistan − semmai gli Houthi comprenderanno la necessità di aprirsi a relazioni internazionali che non siano solo con Iran, Russia, Libano, Oman e Kuwait −, questa scelta americana aprirà uno scenario in cui le persecuzioni per i locali saranno ancora più dure. Soprattutto non appena gli Houthi avranno conquistato il conquistabile via terra e decretato nuovamente la divisione in Yemen del Nord e Yemen del Sud. Oggi c’è già chi invoca la presenza dei Caschi blu dell’Onu nelle zone di terra e di belligeranza: ci si prepara alla (già de facto) somalizzazione dello Yemen. 

Per quel che ci riguarda, come esperti e testimoni di quanto accade in Yemen anche a costo di risultare assai impopolari − e con la preoccupazione e la sofferenza di chi sa quali conseguenze possono avere alcune affermazioni su se stessi e sulle persone amate che vivono sotto scacco di una milizia dominante −, noi lo affermiamo con certezza: il regno dei Saud non è un campione dei diritti umani. Che l’ex premier Matteo Renzi su questa realtà faccia spallucce e sovrapponga il suo business personale con la rappresentanza degli interessi comuni una democrazia liberale non può accettarlo. Il regno saudita − ribadiamolo − è incredibilmente crudele contro chiunque contesti e tocchi la corona, e non è certo peggiore di coloro che molti tendono a tratteggiare come vittime: il più delle volte per ignoranza o per buona fede. Quando invece ha, se non piena, quantomeno primaria responsabilità di una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. − (4. Fine; le tre puntate precedenti sono state pubblicate martedì 16, mercoledì 17 e giovedì 18 febbraio)

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Foto: sotto il titolo, ribelli sciiti; in alto a destra, la famiglia reale dei Saud (da sinistra il principe Mohammed bin Salman, lo zio Talal bin Abdulaziz e il padre Salman bin Abdulaziz); al centro e in basso, ribelli Houti armati per le vie di Sana’a

About Author

Laura Silvia Battaglia

Giornalista professionista freelance e documentarista, lavora come reporter in aree di crisi dal 2007 ed è conduttrice e autrice per Rai Radio 3. Specializzata in Medio Oriente, con particolare focus su Iraq e Yemen, ha lavorato dal 2012 al 2015 come corrispondente da Sanaa (Yemen) per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media. Collabora con media stranieri (The Washington Post, Al Jazeera English, Al Jazeera Arabic, TrtWorld, Cgtn, Rsi, Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India) e italiani (fra gli altri, Rainews24, Tg3 Agenda del Mondo, Sky Tg24, Tv2000, Radio Popolare, Radio in Blu, Radio24, Avvenire, La Stampa). Ha girato, autoprodotto e distribuito dieci documentari, tra i quali Yemen, nonostante la guerra, prodotto Ga&A nel 2019 e acquistato da Rai Doc, Zdf, Al Jazeera Arabic. Il film è uno spaccato nella vita dei civili yemeniti in guerra. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello Debole e Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna in diverse istituzioni italiane ed europee, compreso l’Istituto Reuters all’Università Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017), tradotto in quattro lingue