Regionalismo alle vongole: il “federalismo faunistico” è un nonsense biologico

Le decisioni più coerenti con la realtà e con le dinamiche naturali degli animali selvatici – ecologiche, etologiche, di genetica delle popolazioni – non hanno nulla a che fare con i giochi politico-amministrativi. In specifico per tutte le specie con una grande valenza territoriale e una altrettanto grande mobilità. Ora ci prova la Provincia autonoma di Trento sulla gestione “locale” del lupo. E così ci stiamo incamminando sull’orlo di una china molto scivolosa e altrettanto ripida. Lupi e orsi non sono patrimonio esclusivo di chi ci convive ma di tutti gli italiani. Come il Colosseo, il Ponte di Rialto e il barocco siciliano


L’analisi di GIORGIO BOSCAGLI, Società italiana per la Storia della fauna

¶¶¶ Prendo spunto da un articolo della “Rivista della Natura”, incentrato sui problemi che la Provincia Autonoma di Trento starebbe tentando di risolvere da sola [nota 1]  invocando la propria (secondo chi scrive del tutto anacronistica) autonomia amministrativa. L’epicentro del sisma è il ritorno del lupo nelle amene valli alpine. Fenomeno naturale – quello della ricolonizzazione dopo lunga assenza – che va avanti ormai da una trentina d’anni. Ma l’approccio che voglio dare a questa chiacchierata non è tanto quello di una discesa in campo a difesa del grande predatore (che non può non onorare – suo malgrado – la propria fama di carnivoro), bensì quello della malintesa interpretazione del concetto di “autonomia” quando si parla di ambiente, di natura e in particolare di fauna.

Antefatto sintetico. Il lupo mancava dall’arco alpino più o meno da un secolo grazie alla minuziosa opera di sterminio che ne era stata fatta in quanto considerato “nocivo”. Dagli anni ’70 del secolo scorso parte un programma di riabilitazione, scientifica e culturale, oltre che legislativa, di questa specie animale ridotta “al lumicino” anche in Appennino: se ne stimava non più di un centinaio di esemplari dispersi lungo i massicci montuosi compresi fra i Monti Sibillini (Umbria-Marche) a Nord e la Sila (Calabria) a Sud. Negli stessi anni, grazie alla protezione normativa accordata e allo sforzo del mondo ambientalista il lupo (sottospecie tipica della nostra terra e denominata Canis lupus italicus) comincia a riguadagnare spazi verso nord. Prima riconquistando l’Appennino settentrionale, quindi approdando alle Alpi (fine anni ’80) per poi ri-colonizzare pian piano l’intera catena alpina (oggi).

Come sempre è accaduto, il ritorno del lupo ha comportato una serie di problemi – comprensibili e da non trascurare – al mondo della zootecnia, ovvero danni al bestiame. Ma è andato anche a ricostituire un tassello mancante della piramide ecologica, completando (o quasi) l’integrità degli ecosistemi. Della quale in tanti oggi si riempiono la bocca. Il lupo attualmente è protetto dalla Direttiva europea “Habitat” e dalla normativa nazionale in tema di fauna, susseguitasi nel tempo dal 1971. La Provincia Autonoma di Trento fa parte dello Stato italiano. Ma un po’ di allarmismo locale sembra non guastare [nota 2].

Autonomia nell’emergenza. Da alcuni anni, dietro la spinta di alcune forze politiche (altre si sono poi accodate …per paura di perdere un treno), stiamo assistendo ad una vera e propria “apologia dell’autonomia”. Si va dalla prefigurazione di Regioni come fossero Stati indipendenti (prevedendo poi, ad esser buoni, forme federative) a più modeste pretese di altre che si limitano a circoscrivere gli ambiti dell’autonomia stessa (la cosiddetta “autonomia differenziata”). Tutte le pretendenti includono le decisioni sull’ambiente come contenuto imprescindibile dell’autonomia stessa. In particolare sulla fauna.

È sfuggito a qualcuno cosa abbia comportato l’autonomia delle Regioni in tema di Sanità pubblica quando è arrivato sul palcoscenico Sua Eccellenza il Covid-19? Un bailamme infernale in cui ciascuno pensava/voleva agire per conto proprio. Un tripudio di accuse e ricorsi al Tar, di intasamenti della magistratura (già di per sé al collasso) e di palestre del protagonismo fra vari presidenti di Regione. Evidentemente convinti di essere Capi di Stato. In sostanza un delirio (che continua) e un palese “aiuto per la discesa” per la soluzione dei problemi nazionali! Fu allora che scrissi una lettera di aperta solidarietà e vicinanza al ministro per la Salute Roberto Speranza: tutto avrei voluto meno che essere al suo posto (sarei finito certamente in un Centro per la Salute Mentale).

Autonomia, ambiente e fauna. Venti anni fa. Epoca di grandi elucubrazioni sul federalismo e sue declinazioni pratiche. Associazione Italiana per la Gestione Faunistica (A.I.G.F.). Ragionavamo su quale posizione dovesse assumere il mondo degli zoologi, biologi, veterinari e naturalisti vari (che si occupavano di fauna selvatica) rispetto alle già insorgenti pretese di autonomia provenienti da diverse Regioni e Province. La conclusione fu che il – così ironicamente battezzato – “federalismo faunistico” fosse un nonsense biologico. In particolare per tutte quelle specie animali che hanno una grande valenza territoriale e una altrettanto grande vagilità. 

L’approccio, al di là degli orientamenti politici di ciascuno di noi, voleva essere (e fu) assolutamente non-ideologico. Non si trattava infatti di stabilire un primato politico, ma di mettere a disposizione della politica le nostre competenze ed esperienze professionali. Affinché assumesse le decisioni più coerenti con la realtà e con le dinamiche naturali – ecologiche, etologiche, di genetica delle popolazioni, territoriali – degli animali selvatici. Per esempio una problematica come questa [nota 3] non può essere gestita (ammesso che sia gestibile) a livello locale e neppure regionale!

Nella prima parte dell’articolo ho intenzionalmente sottolineato le parole “normativa nazionale. Non per calcare la mano sul concetto, bensì per puntualizzare che taluni temi non possono e non devono essere gestiti a scala locale. Pena il rischio di combinare un sacco di guai, magari solo per conquistare un po’ di consenso elettorale. Fra questi ambiti ritengo, con assoluta convinzione, che debbano rientrare l’ambiente e la fauna. Patrimonio della intera collettività nazionale (appunto!) e come tale da gestire secondo linee di indirizzo che tengano conto – prima di ogni altra cosa – delle conoscenze scientifiche delle quali si dispone a livello nazionale (e oltre). 

Nell’articolo a cui facevo riferimento in esordio di questo scritto viene posta in luce la diatriba fra Wwf (capofila del mondo ambientalista) e la Provincia Autonoma di Trento (P.a.t.) a proposito della vagheggiata “gestione del lupo”. Che parrebbe combinare guai in Trentino e che la P.a.t. vorrebbe gestire in proprio. La consorella Provincia Autonoma di Bolzano si accoda [nota 4]. Qui non si tratta di essere più o meno ambientalisti (anche se lo sono senza tentennamenti), ma di usare – da biologi – le conoscenze sull’eco-etologia e sull’uso del territorio di questa specie per valutare cosa potrebbe accadere. Non altro.

Chissà se queste Province Autonome hanno riflettuto su quale potrebbe essere il risultato sulla dinamica di popolazione complessiva del lupo a seguito di uno “sfoltimento” locale (di questo si tratterebbe). Una specie animale che arriva a utilizzare centinaia di chilometri quadrati di territorio (un branco!) può essere gestita in modo indipendente da quanto accade “fuori” da una provincia che non supera i 6.200? Quali effetti avrebbe sugli indici riproduttivi? E sugli indici di sopravvivenza dei cuccioli? E sul dinamico equilibrio col quale i branchi di lupo governano il loro territorio?

Sulla scia della Provincia Autonoma di Trento – che fa da portabandiera – sono in corsa anche varie Regioni che rivendicano autonomia decisionale in materia: Veneto, Piemonte, Toscana e così via. Attenzione! Ci stiamo incamminando sull’orlo di una china scivolosa e ripida. Lupi e orsi non sono patrimonio esclusivo di chi ci convive (ai problemi dei quali si deve inderogabilmente far fronte), ma di tutti gli italiani. Come il Colosseo, il Ponte di Rialto, il Castello del Buonconsiglio e il barocco siciliano. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giorgio Boscagli

Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.