Quel gran Rintone di Siracusa, «piccolo usignolo delle Muse», inventore della “Ilarotragedia”

«Le donne, ora, sono libere di uscire, di parlare anche con gli sconosciuti e, perfino, di criticare i loro mariti». Diviso tra Taranto e Siracusa, l’anticonformista ilarotragediografo ha scritto ben nove parodie delle opere di Euripide, il più grande dei tragici greci. Con il suo spiritaccio, prende in giro i concittadini che avevano pensato di istituire un’apposita magistratura per controllare, nientemeno, le proprie donne nei loro circoli: «giocano davvero al kòttabos, o tramano contro i mariti, o addirittura contro la polis?». Bizzarri magistrati che «sarebbero stati corrotti ben presto da qualche leziosa moina»


L’intervista immaginaria di ARTURO GUASTELLA

¶¶¶ Ma, insomma, ti dobbiamo considerare siracusano, come va dicendo una tua ammiratrice, la poetessa Nosside, o tarantino, come più autorevolmente sostengono Stefano di Bisanzio e quella vera e propria enciclopedia dell’antichità che è la Suda? “Te la raccomando, quest’ultima − sberleffa il nostro eroe − già bizantina per struttura, è l’equivalente della vostra Wikipedia, dove ognuno mette quel che gli pare, senza gli indispensabili e rigorosi riferimenti storici e filologici”. Allora ha ragione la poetessa calabrese di Locri Epizefiri, a scommettere sulle tue ascendenze corinzie come i siracusani, e non già laconiche come i tarantini? 

“E perché mai − risponde − non potrei avere la doppia cittadinanza, come molti di voi hanno il doppio passaporto?” “E, poi, Nosside conosce quel che io ho voluto che conoscesse, quando, viaggiando da Taranto a Siracusa, mi fermavo a bere un bicchiere a casa sua a Locri. E, inoltre, non ho ancora digerito quel suo epitaffio mieloso sul mio avello”. In realtà quel «fatti una bella risata mentre stai passando, e dimmi una parola buona. Rintone di Siracusa fui, piccolo usignolo delle Muse; eppure un’edera colsi parodiando la tragedia, e fu tutta mia»sono davvero versucci, per una che ambiva a paragonarsi a Saffo o a Corinna. E, comunque, non rendono giustizia ad uno scrittore come te, inventore, addirittura, di una forma teatrale nuova, l’«Ilarotragedia», la trattazione comica, cioè, delle grandi tragedie dell’epos greco. 

E, poi, Taranto ti ha pure intitolato una via, non così Siracusa… “Azz., una viuzza quasi nascosta, tra quelle dedicate al medico Icco e al compositore-filosofo Aristosseno, quasi considerassero la mia arte inferiore alla medicina, alla musica o alla filosofia, dimenticando che ho scritto ben trentotto commedie, o hilarotragoidìai, o anche fabulae Rhintonicai, come sono state poi chiamate, delle quali ben nove parodie delle opere del più grande dei tragici greci, vale a dire Euripide”. E se il vostro cronista non cercasse di fermarlo, ne avrebbe snocciolato anche i titoli, “Ifigenia in Aulide, Anfitrione, Ifigenia in Tauride, Eracle, Medea, Oreste, Eunobatai, Telefo…”. Con le quali, a suo dire, avrebbe fatto sbellicare dalle risa non solo tarantini e siracusani, ma anche tutta la Magna Grecia e gran parte della Grecia continentale.

L’incontro, naturalmente, avviene a mezza strada, in Calabria, a Crotone nei pressi del tempio di Hera Lacinia. E il mio interlocutore, di media altezza, con la barba brizzolata e la chioma fluente, chiede astutamente al vostro cronista se il “temenos”, quella sorta di recinto immaginario, cioè, che cingeva idealmente gli edifici sacri, comprendesse anche quella bettola, quel postribolo, nei pressi proprio del tempio dove si intravede una “kore”, una signorina alla quale, accidentalmente, è scivolato di dosso il chitone (la veste) lasciandola discinta. Una domanda che, naturalmente, non prevede risposta, visto che il tarantino-siracusano Rintone, quella taverna sembra conoscerla alla perfezione. 

Approfittando di questa presunta doppia cittadinanza del nostro ilarotragediografo, gli chiediamo lumi sulla condizione della donna nel suo tempo, nel periodo ellenistico, cioè. E, nello specifico dei contenuti di quel mimo del poeta Teocrito, suo contemporaneo e, forse, suo sodale nella città della ninfa Aretusa, vale a dire “le Siracusane”. La risposta non è delle più incoraggianti, visto che Rintone mette subito le mani avanti affermando che Teocrito è buono solo a comporre svenevoli “idilli” e non già a fare serie indagini sociologiche, come avrebbe potuto fare, ad esempio, un Timeo di Tauromenio, o, qualche secolo dopo, un Diodoro Siculo. 

Tuttavia − racconta Rintone − quello che scrive Teocrito nel suo poemetto, è vero. Le donne, ora, sono libere di uscire, di parlare anche con gli sconosciuti e, perfino, di criticare i loro mariti”. “Eppure − continua − le ragazze, nei casi in cui possono accedere all’istruzione pubblica, debbono sottoporsi alle stesse prove dei loro colleghi maschi”. E racconta che queste prove possono essere vere e proprie gare di calligrafia, di recitazione e di lettura. E chi vince ha il diritto ad accedere al γυμνάσιον, il ginnasio, cioè, che ha perduto il significato classico di palestra per gli allenamenti ginnici, assumendo quello, quasi come il nostro, di scuola superiore. 

Anche allora, una società maschilista? “Quando mai − ribatte Rintone −; hai forse dimenticato il matriarcato domestico, quello della prevalenza femminile in casa?” Tuttavia, dopo questo sfogo, forse dovuto a qualche suo guaio muliebre “intra moenia”, si lascia andare ad una critica sui rilassamenti dei costumi (da quale pulpito…). Una piega che permetteva alle ragazze di vivere fuori casa, di avere maggiori disponibilità finanziarie, e di godere di una libertà davvero impensabile una manciata di decenni prima. 

Poi, però, con il suo spiritaccio, prende in giro i suoi concittadini, tarantini e siracusani, che avevano pensato, nientemeno, di istituire un’apposita magistratura per esercitare una sorta di controllo poliziesco sulle donne. Avevano pensato addirittura di fare irruzioni a sorpresa in alcuni circoli femminili, per “vedere se davvero giocassero al kòttabos (il gioco di colpire un bersaglio, un piatto o un vaso, con il vino rimasto sul fondo della coppa), o tramassero contro i mariti, o persino contro la polis”, ipotizzando che questa sorta di poliziotti “sarebbero stati ben presto corrotti da qualche leziosa moina”. 

E la politica, i politici, come sono? “Proprio come da voi − ghigna − con i banchieri che la fanno da padroni, e con qualche servo sciocco che apre loro la strada”. Già, proprio, come da noi. In questo sfortunato Paese. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, il teatro greco di Siracusa; in alto, coro della tragedia greca; al centro, colonne doriche Tempio di Poseidone a Taranto; in basso, colonna del Tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna (Kroton)

About Author

Arturo Guastella

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.