Quando la fauna selvatica diventa “problematica”

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La “strage degli innocenti” a Roma e gli errori dell’Homo sapiens: i cinghiali li ha disseminati ovunque, a scopo venatorio e per consenso elettorale. Si ricostruisce la catena alimentare del lupo ma si devono salvaguardare anche gli ecosistemi agricoli. Il mondo naturale non è fatto dagli animali (“umani”) di Walt Disney. L’analisi eco-etologica scritta per il periodico Italia Libera da un grande biologo naturalista


di GIORGIO BOSCAGLI, biologo naturalista 

⚈ Lo spunto viene da quanto accaduto a Roma-nord: una femmina di cinghiale e sei piccoli narcotizzati e poi soppressi perché gironzolavano, alla ricerca di cibo, dentro i giardini della cosiddetta civiltà urbana. Il tutto davanti a cittadini sconcertati per la apparente brutalità del trattamento. Questa è la realtà, sgradevole quanto si vuole, ma al momento unico strumento che la cosiddetta civiltà urbana è riuscita ad elaborare per fronteggiare un problema che …è un problema! [1] 

Nei giorni successivi qualcuno si è chiesto se, dopo la narcosi, gli animali non potessero essere prelevati e liberati in qualche area protetta (parchi regionali, oasi, riserve o simile). Umanamente comprensibile (se n’è scritto anche su queste pagine). Quesito posto in assoluta buonafede e improntato ad un occhio affettuoso nei confronti degli animali. Ma, purtroppo, evidenzia la più totale mancanza di informazione sullo status del popolamento di cinghiale in Italia e sulla situazione che si sta determinando a livello nazionale: una vera e propria invasione, dalle Alpi alla punta dello stivale. Che fare? 

La colpa – ovviamente – non è dei cinghiali, che fanno quello per cui Madre Natura li ha programmati. La colpa è di chi, con visione miope, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, ha sparso cinghiali a scopo venatorio per ogni dove. Procacciandoli a buon prezzo dal centro-Europa (quindi non animali “nostrani”, per usare un termine accessibile a tutti) e disseminandoli senza alcun criterio ecosistemico. Risultato: un ottimo business per gli importatori (e, successivamente, allevatori) e un apprezzabile incremento del consenso elettorale per gli assessori regionali che sostenevano queste operazioni. 

All’epoca – più o meno cinquant’anni fa – nell’Italia peninsulare erano rimaste solo poche isole di presenza del cinghiale cosiddetto “maremmano” (nome scientifico Sus scrofa maiori, descritto dagli zoologi De Beaux & Festa). Più piccolo e meno prolifico di questi caterpillar importati dal centro-Europa (abuso del termine caterpillar perché mi viene in mente un delizioso aforisma di Stefano Benni: «Un cinghiale si scontrò con un guidatore di Suv che andava a centocinquanta. L’animale ebbe la peggio. Il cinghiale invece se la cavò con una zampa rotta»). 

Evidentemente gli habitat italici si prestavano assai bene alle esigenze eco-etologiche dei “nuovi” cinghiali, immigrati loro malgrado; prova ne è che la loro crescita ed espansione sono stati esponenziali. Ma il bilancio delle conseguenze è davvero poco entusiasmante: 1) sostanziale scomparsa dei ceppi originari di cinghiale “maremmano” (ecologicamente “autoctono”); 2) crescita verticale dei danni alle colture, anche molto pregiate ed economicamente importanti (chi paga?); 3) competizione ecologica con altre specie, anche di grande o grandissima importanza (ci viene in mente l’orso marsicano, ma non solo lui); 4) sempre più frequenti incidenti stradali e invasioni di campo… (che “campo” non è!), ovvero ambienti urbanizzati con tutto quello che comporta; 5) qualche caso di messa in discussione della incolumità umana. 

E tralasciamo il problema dell’incrocio − fecondo − coi maiali. Questo che segue è uno delle centinaia (centinaia!) di articoli che negli ultimi 5-10 anni hanno riempito e continuano a riempire i giornali locali [2] . In buona sostanza i cinghiali stanno saturando tutto il territorio “disponibile”, ma il problema è che considerano a loro disposizione anche ambienti – come quello urbanizzato – dove gli spazi di convivenza, metaforici e non, sono davvero molto esigui, per non dire nulli. 

Tutto il male viene per nuocere? Non vogliamo peccare di ipocrisia o catastrofismo gratuito. Dall’invasione dei cinghiali c’è anche chi ci ha guadagnato. Ad esempio il lupo appenninico. Per noi ambientalisti un simbolo. E per chi, come chi scrive, ne segue da biologo/naturalista le sorti da oltre quarant’anni, rilevare che la predazione del lupo si è progressivamente orientata sul cinghiale (specialmente sui giovani), riducendo gli attacchi alle greggi, è motivo di sollievo. Significa sicuramente una attenuazione di quel conflitto di interessi lupo/allevatori che – seppure non quale unica causa – aveva portato il grande predatore sull’orlo dell’estinzione all’inizio degli anni ’70. Oggi non è più così. […] 

E gli ecosistemi naturali? Bah… forse anche qui si dovrebbe fare una riflessione basata su considerazioni eco-etologiche. Non v’è dubbio che in mezzo ai vigneti del Valpolicella o del Brunello il cinghiale di guai ne arreca molti. Ma in un bosco dell’Appennino, nelle radure o su qualche prateria di altitudine, il suo grufolamento (in letteratura scientifica rooting), la sua ricerca di tuberi e radici appetitose comporta un continuo rivoltamento del cotico erboso superficiale. Questo produce una ossigenazione del terreno e una facilitazione alla penetrazione dei raggi ultravioletti dotati a loro volta di un discreto potere disinfettante (il batterio del tetano Clostridium tetani vive anche nel terreno!). Tutt’altro che male no? […] 

Torniamo allo spunto iniziale, quello della “strage degli innocenti” (ovvero l’abbattimento dei cinghiali) perpetrata sotto gli occhi di cittadini del tutto ignari di considerazioni sull’eco-etologia animale. Indubbiamente molto triste e sgradevole, almeno per chi è dotato di qualche sensibilità. Però poniamoci, per onestà intellettuale, qualche quesito provando a dare anche la relativa risposta. a) Era necessario intervenire per togliere i cinghiali da quell’ambiente? Sì. b) Era possibile farlo in modo diverso? Forse sì. c) Che cosa si sarebbe potuto fare in alternativa a quanto avvenuto?  

E qui entriamo in un ginepraio irto di dolorose spine morali ed etiche. Infatti, quando qualcuno ha inventato la definizione tecnica di “fauna problematica” (ivi comprendendo tanto i preziosissimi orsi marsicani, come le aliene e neglette nutrie onnipresenti nei nostri fiumi, o gli invadentissimi cinghiali) forse non si è reso conto che questo avrebbe comportato una lancinante contrapposizione fra diverse sensibilità. In sostanza una definizione del tutto tarata sulle esigenze dell’uomo.
La problematicità infatti è un concetto, volutamente e non colpevolmente antropocentrico, che dovrebbe valutare in che misura una specie animale conflige con la presenza (ancor prima che con l’attività) umana. […]

Catturare i cinghiali e portarli narcotizzati in un ambiente naturale avrebbe certamente fatto più piacere a tutti. Almeno emotivamente. Operatori compresi, ne siamo convinti. Però non si deve far finta di non sapere che quegli animali, con ogni probabilità, sarebbero comunque finiti nella catena di macellazione del Comune di Roma, oppure – magari uscendo dall’area protetta, com’è naturale che facciano – abbattuti da qualche cacciatore.

Perché la ”strage degli innocenti” ha avuto tanta eco? Perché …è avvenuta a Roma capitale d’Italia. Ma analoghe operazioni sono ormai all’ordine del giorno in molte parti d’Italia. Un esempio a Perugia e dintorni [3], quest’altro a Biella [4] e questo a Cremona [5]. E limitandoci a citarne tre per par condicio geografica. […]

Tutto troppo laico e raziocinante? Forse sì, ma il compito di un biologo/naturalista – a ciascuno il suo – crediamo sia anche quello di far comprendere che il mondo naturale non è fatto dagli animali (deliziosamente “umani”) di Walt Disney. E che il comportamento della evolutissima specie Homo sapiens comprende (ahinoi!) anche amare, spesso dolorose, contraddizioni. Che noi stessi ci siamo cercati. ◆

About Author

Giorgio Boscagli

Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.