Qualcuno tappò il nido del rondone. Ma perché privarci del loro volo fra le nostre case?

Assomigliano alle rondini ma appartengono ad un’altra famiglia. Hanno ali lunghe e zampette corte, non si posano mai a terra ma vivono e dormono in volo. La loro funzione di “insetticidi naturali” è fondamentale: un solo rondone può catturare fino a 20.000 insetti in un solo giorno! Restaurando monumenti e palazzi storici, si chiudono i buchi dove si riproducono, e il rischio della loro scomparsa dai cieli delle nostre città e paesi è davvero dietro l’angolo. Servirebbe poco: l’adozione di linee guida nazionali salva-biodiversità urbana. Con poche semplici regole illustrate di seguito


L’analisi di FRANCESCO MEZZATESTA, naturalista

¶¶¶ Con il Recovery fund ecco disponibili i mezzi per restaurare monumenti in tutt’Italia. Buona cosa certamente, ma il rischio è che i tecnici incaricati, le Soprintendenze e le stesse Amministrazioni comunali, non conoscendo la ricchezza in biodiversità delle nostre città e paesi, provochino involontari danni alle specie faunistiche selvatiche che da anni hanno scelto gli agglomerati storici dei nostri centri urbani per riprodursi. Il caso dei rondoni (Apus apus) è emblematico. Ogni giorno che passa perdiamo intere colonie di questi uccelli nati per volare a causa dei restauri con cui vengono chiusi i fori dove i rondoni nidificano. 

Per via delle ali lunghe e delle zampette corte, i rondoni non si posano mai a terra ma vivono in volo e addirittura dormono in volo. La loro funzione di “insetticidi naturali” è fondamentale se si pensa che un rondone può catturare in un solo giorno fino a 20.000 insetti! Assomigliano alle rondini pur appartenendo ad altra famiglia ma, a differenza di queste non toccano mai il suolo per raccogliere fango al fine di costruirsi un nido. Per riprodursi cercano un foro di un monumento cittadino, sia esso una buca pontaia o il coppo di un tetto. Raccogliendo pagliuzze in volo e impastandole con un pò di saliva formano un giaciglio circolare dove deporre 2-3  uova. Dal foro nel muro possono poi uscire lasciandosi cadere nel vuoto riprendendo il volo senza dovere toccare terra. 

Il problema per loro − ma anche per civette, codirossi, gechi, pipistrelli, eccetera, cioè tutte quelle specie che nidificano in cavità − sono gli interventi dei restauratori che, non conoscendo la biologia di molte specie faunistiche, chiudono tutte le buche pontaie presenti nei centri storici cittadini allo scopo di non fare entrare i piccioni. Tappando i siti riproduttivi rappresentati dai buchi sulle facciate, però, addio rondoni. Eppure la soluzione c’è. La buca pontaia non va chiusa totalmente ma solo parzialmente (foto) in modo che il piccolo rondone possa penetrarvi ma il grosso piccione no. Per quanto riguarda la nidificazione nei coppi, la rete chiamata “parapassero” − che purtroppo viene montata spesso proprio per impedire l’ingresso agli uccelli − andrebbe posizionata sul retro del coppo e non nella parte anteriore in modo da salvaguardare le aperture della prima fila di coppi (com’è illustrato nel disegno qui accanto). Alcuni Comuni come Campo nell’Elba (Li) e Acireale (Ct) hanno già adottato questi semplici consigli anche inserendoli nelle modifiche ai propri regolamenti edilizi. 

Servirebbe l’adozione di linee guida nazionali salva-biodiversità urbana da inviare a Soprintendenze e Comuni da parte dei ministeri della Cultura e della Transizione ecologica. E questo sarebbe l’obiettivo da raggiungere al più presto, assieme a una sensibilizzazione delle gerarchie vaticane. Seguendo le indicazioni di Papa Francesco nella Laudato si’, dovrebbero attivare le varie parrocchie sparse in tutt’Italia, visto che la maggior parte dei rondoni nidifica nei fori presenti in chiese e monasteri. Se i fori vengono ostruiti con aghi, sempre in funzione antipiccioni, succede quel che è accaduto nella chiesa di Altamura in Puglia. Qui il rondone tornando al suo vecchio nido ha cercato di entrarvi ed ha finito la sua vita fra gli aghi posizionati dall’insipienza umana (come vediamo nella foto qui sopra). ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Francesco Mezzatesta

Medico e naturalista, nel 1970 iniziò a promuovere la crescita della Lipu di cui è considerato il “padre fondatore adottivo” occupandosene per oltre vent’anni. Nel periodo in cui il movimento ambientalista italiano era agli albori, creò il “Centro recupero rapaci” di Parma, un particolare “ospedale per uccelli rapaci feriti”, il primo in Italia. Per il suo impegno di “ambientalista storico “ ha ricevuto diversi riconoscimenti e premi tra cui l’”Airone d’oro” (1986) e l’”European Award for the Environment” (1987) ricevuto a Londra dal Principe Carlo. Nel 1991 è stato nominato dal ministro dell’Ambiente presidente della Commissione per la conservazione della natura. Divulgatore naturalista scrive articoli su temi legati alla tutela ambientale e ha pubblicato diversi libri relativi alla conoscenza della biodiversità e in particolare al riconoscimento degli uccelli e al comportamento dei cani. Oggi concentra la propria attività sulla difesa di rondini e rondoni.