Post pandemia. La porta della stalla è socchiusa: si assumono economisti per chiuderla

Nella pandemia lo Stato ha garantito i fondamentali diritti di sopravvivenza e di solidarietà. La sanità pubblica e i servizi pubblici hanno operato, senza spese dirette per i cittadini, visibilmente meglio di quelli privati. E lo Stato è tornato a svolgere quel ruolo di imprenditore di ultima istanza che è stato alla base del cosiddetto miracolo economico italiano. Abbiamo intravisto il funzionamento di un modello economico superiore a quello neoliberista imperante sotto ogni punto di vista. Il problema per i custodi della stalla è come evitare che i buoi se ne vadano. E i tentativi di richiuderla sono già cominciati, mentre Joe Biden in America, Financial Times ed Economist discutono di disuguaglianze e redistribuzione


L’analisi di GUIDO ORTONA, economista

Nella pandemia lo Stato ha operato come garante dei diritti di sopravvivenza e di solidarietà

OGGETTO DI QUESTO articolo sono alcune considerazioni sull’inadeguatezza degli economisti conservatori italiani. Per arrivarci però dobbiamo fare un po’ di osservazioni preliminari. Per un breve periodo il popolo italiano ha intravisto la possibilità di un’economia che funzioni bene. Lo Stato ha operato come garante dei fondamentali diritti di sopravvivenza e di solidarietà. La sanità pubblica e più in generale i servizi pubblici hanno operato, senza spese dirette per i cittadini, visibilmente meglio di quelli privati. E infine lo Stato è tornato a svolgere quel ruolo di imprenditore di ultima istanza che è stato alla base del cosiddetto miracolo economico.

Queste tre novità possono essere comprese sotto un’unica etichetta, quella di un maggiore intervento dello Stato nell’economia, o meglio della sostituzione dello Stato ad attività private inefficienti, in pieno contrasto con la retorica dei media e dei clercs di regime o aspiranti tali, che per decenni avevano affermato che l’efficienza richiedeva il contrario. Naturalmente ci sono stati errori, incertezze, un po’ di corruzione (ma tutto sommato poca), e anche qualche rozzezza demagogica (vedi la Piuma sul Cappello del Generale Figliuolo), e soprattutto parecchia carenza di mezzi adeguati; ma nel complesso ce la siamo cavata.  

Richieste di ristori e sostegni anche da chi condannava il reddito di cittadinanza

Di questa vicenda vorrei sottolineare un punto molto importante, talmente importante da avere avuto l’onore di essere trascurato dai media di regime. Si tratta di questo: l’opinione pubblica ha ritenuto non solo normale, ma addirittura doverosa questa sostituzione dello Stato ai privati. Persino quei politici e quei giornalisti che parlavano cinicamente di “fannulloni sul divano” quando è stato istituito il Reddito di Cittadinanza hanno approvato e apprezzato (giustamente) che lo Stato intervenisse ad aiutare i gestori di Skilift e i liberi professionisti danneggiati dalla crisi da Covid, naturalmente senza riconoscere la contraddizione insita in questo atteggiamento. 

Ciò che è successo, insomma, è che per una breve stagione abbiamo intravisto il funzionamento, anche in Italia, di un modello economico (quello cosiddetto “socialdemocratico” o “europeo”) superiore a quello neoliberista imperante sotto ogni punto di vista (compreso quello della crescita economica, come evidenziato da una enorme letteratura sia empirica che teorica). Il problema per i custodi della stalla è allora quello di come fare ad evitare che i buoi, adesso che hanno intravisto la porta un po’ aperta, escano dalla medesima. […] I tentativi di richiudere la porta sono già cominciati, per ora ricorrendo a due vecchi mantra parzialmente riveduti. Il primo è “ce lo chiede l’Europa”, nella nuova versione “dobbiamo meritarci i soldi del Pnrr”; il secondo è “dobbiamo approfittare dell’occasione per fare quelle riforme che non abbiamo mai fatto”, come per esempio l’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro, e ulteriori privatizzazioni come conseguenza della “inevitabile” riduzione della spesa pubblica. 

L’effetto espansivo del Pnrr riporterà il reddito mediano al livello pre-covid (inferiore a dieci anni prima)

È possibile che questa restaurazione non abbia successo? È molto probabile (ed è incorporato nelle previsioni ufficiali) che l’effetto espansivo dovuto al Pnrr non sarà sufficiente, o sarà appena sufficiente, a riportare il reddito mediano al livello pre-covid (inferiore a quello di 10 anni prima), né tantomeno basterà a compensare i fondi che andranno sottratti al buon funzionamento dell’economia per rispettare il rinnovato Patto di Stabilità. Ne consegue che se si torna alla politica europea pre-covid le conseguenze economiche saranno molto pesanti, e quelle politiche potranno essere terrificanti. […]

Fin qui abbiamo parlato di due modelli contrapposti, quello neoliberista e quello progressista. È davvero questa la situazione? Non esiste cioè una terza strada? La mia opinione è che essa non esista, ma che ciononostante ci sarà chi cercherà di percorrerla. Non esiste perché i punti minimi necessari per i neoliberisti (e cioè il controllo del debito, il divieto dello Stato imprenditore e la massima libertà per le imprese) lasciano poco spazio per politiche in grado di ottenere consenso, che ancor più di oggi dovrà quindi essere comprato a colpi di propaganda e disinformazione, e se necessario con opportune modifiche dell’ordinamento costituzionale, de jure o de facto. A sua volta, i requisiti minimi perché si imbocchi la strada di sinistra (e cioè uscire dalla corsa del topo del debito per pagare il debito, adottare una politica fiscale redistributiva e potenziare o almeno mantenere il ruolo dello Stato imprenditore) sono tali da suscitare una forte opposizione politica da parte del cosiddetto establishment, sicché sarebbe molto difficile un compromesso.

L’economia italiana non funzionava normalmente nemmeno prima del Covid 

[…] Esistono insomma dei paletti molto rigorosi che limitano lo spazio del dibattito, sia per i politici che per i media: bisogna dare per scontato che la terza via esista. […] Quello che è scandaloso è la rinnovata trahison des clercs, vale a dire il rifiuto da parte di coloro che sono pagati per individuare i problemi e per proporre soluzioni di uscire da quei paletti, in altri termini di fare il loro mestiere. Mi riferisco ovviamente a parecchi scienziati sociali (non tutti), e in particolare agli economisti cosiddetti mainstream. Faccio un paio di esempi scelti a caso fra i molti possibili.

Quella che segue è una frase di Cottarelli, pronunciata durante un’intervista con la Gazzetta del Mezzogiorno: «Mi auguro di sì [che l’ultimo decreto sostegni sia appunto l’ultimo]perché questo vorrebbe dire che l’emergenza è sotto controllo e l’economia ha ripreso a funzionare normalmente, senza eccessive limitazioni». Questa affermazione implica l’idea che l’economia italiana, prima del Covid, funzionasse normalmente, ma non era così: fra il 2008 e il 2018 il Pil pro capite della Francia a prezzi costanti è cresciuto del 4.95%, quello della Germania del 10.52%, quello del Regno Unito del 5.49%, mentre quello dell’Italia è calato del 4.28%. Forse in Italia c’era – e c’è − qualcosa di non “normale”. Ma ammettere che la situazione pre-covid fosse non normale implicherebbe la necessità di dire quali “riforme che bisogna fare da decenni” andrebbero fatte; ma non si può, per i motivi visti sopra.

Per riequilibrare le diseguaglianze, in Italia resta un tabù l’idea di tassare i più ricchi 

Nel centrosinistra il sito de La Voce è molto popolare, grazie alla sua impostazione sostanzialmente conservatrice ammantata di (presunte) robuste basi scientifiche. In un articolo pubblicato su quel sito, impropriamente chiamato “il futuro è nel ritorno a Beveridge”, si legge che «Nella società italiana del ventunesimo secolo, lo stato sociale universalistico disegnato da William Beveridge è il più adatto a promuovere equità e crescita economica. La spesa per gli anziani deve essere gradualmente ridotta a favore della scuola, della formazione professionale, delle politiche attive del lavoro, della ricerca, del pieno inserimento sociale e lavorativo degli immigrati che già vivono sul suolo italiano». È certamente commendevole spendere di più in istruzione e politiche attive del lavoro; ma perché questo deve essere a carico delle pensioni (che in Italia sono molto basse)? Il motivo ovviamente è che l’alternativa – tassare i ricchi − è tabù. 

Veniamo allora al tema di cui al titolo. Nella prassi politica (vedi Biden), nella letteratura scientifica (vedi Piketty) e in quella giornalistica qualificata (come testimoniato da molti interventi sul Financial Times e sull’Economist) si è aperto un dibattito molto importante che riguarda la redistribuzione della ricchezza, il rilancio del settore pubblico e il miglioramento dello Stato sociale. In Italia i politici e i giornalisti di regime ignorano questo dibattito, perché prendervi parte vorrebbe dire o affrontare un’eccessiva impopolarità, oppure ottenere una eccessiva popolarità – eccessiva per gli interessi di coloro che li pagano. I maîtres à penser al loro servizio si stanno sforzando di trovare gli argomenti necessari per dare dignità a discussioni che ignorano i problemi fondamentali. Assistiamo per conseguenza a un ulteriore immiserimento del dibattito economico, proprio quando ci sarebbe bisogno di proposte innovative e di ampio respiro – e mentre altrove questo dibattito sta conoscendo una rinnovata vivacità. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Il testo integrale dell’articolo di Guido Ortona sarà pubblicato sul magazine quindicinale 

About Author

Ha studiato economia a Torino, dove è stato allievo di Siro Lombardini, e ad Ancona, dove è stato allievo di Giorgio Fuà. È stato professore ordinario di politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale; in precedenza ha insegnato all’Università di Torino e alla Luiss di Roma. È in pensione dal 2017. Si è occupato di politica economica, scelte collettive ed economia sperimentale. È autore di un’ottantina di pubblicazioni scientifiche e di un romanzo di fantaeconomia, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro, Biblioteca del Vascello, 2016.