3 / “Draghismo”. L’Italia come «giardino di casa» degli Stati Uniti in Europa 

Per tutto il secondo dopoguerra, il nostro Paese è stato il backyard degli Usa nel nostro Continente. Il territorio italiano ospita basi Nato e armi nucleari in quantitativi probabilmente ignoti perfino ai nostri ministri della Difesa. Era dunque del tutto naturale che fosse il nostro paese a surrogare la Gran Bretagna nell’offrire accesso diretto dell’asse New York/City of London alla stanza dei bottoni di Bruxelles. Gli ultimi ad aver avuto il coraggio di immaginare una politica mediterranea nell’interesse nazionale furono Bettino Craxi, Aldo Moro e prima di loro Enrico Mattei. Fecero tutti una brutta fine


L’analisi di UGO MATTEI, giurista

¶¶¶ In quanto ex colonia britannica, gli Stati Uniti non hanno partecipato alla contesa coloniale che ha visto impegnate le potenze europee. Anzi, essi hanno utilizzato la lotta al colonialismo come principale strategia di imperialismo. La cosiddetta dottrina Monroe, tramite la quale l’America Latina è stata trasformata a partire dal 1823 nel “giardino di casa”, fu una mossa anticoloniale! In effetti solo Porto Rico e Filippine sono state formalmente colonizzate. In tutto il resto del mondo la strategia è stata l’imperialismo esercitato “persuadendo”, con le buone o più spesso le cattive, i governi ad accettare la presenza di basi militari.

Per tutto il secondo dopoguerra, l’Italia è stata in Europa il paese più simile ad un giardino di casa. Il territorio italiano ospita basi Nato e armi nucleari in quantitativi probabilmente ignoti perfino ai nostri ministri della Difesa. Era dunque del tutto naturale che fosse il nostro paese a surrogare la Gran Bretagna nell’offrire accesso diretto dell’asse New York/City of London alla stanza dei bottoni di Bruxelles. Il nostro paese ha una economia industriale e tecnologica avanzata, un sistema finanziario oligarchico e in mani amiche, e sopratutto l’assoluta mancanza di una propria politica estera disallineata rispetto alla Nato. Non poteva essere dunque la carta francese ad essere giocata dall’asse finanziario atlantico in funzione di argine alla Germania. Nonostante la provenienza amica di Macron, la Francia ha una propria politica mediterranea e in medio oriente (Lybia docet).

Dalla fine della Guerra Fredda l’Italia non ha più fatto alcun tentativo di sviluppare una propria politica estera alternativa agli interessi dell’asse Atlantico. E la conferma di una personalità di livello modesto come Luigi Di Maio alla Farnesina fra il secondo governo Conte e il Governo Draghi dimostra come l’anomalia rientrata rapidamente fosse l’avvicinamento a Putin del Conte a trazione leghista. Del resto servono intelligenza, competenza e visione anche solo per immaginare una politica estera sopratutto mediterranea e mediorientale. Giulio Andreotti sicuramente aveva queste caratteristiche ma non al servizio di un interesse nazionale. Egli era un elemento completamente interno all’asse Stati Uniti/Vaticano, proprio come, sul fronte socialista, Palmiro Togliatti lo fu nel Comintern nelle successive organizzazioni internazionaliste in orbita sovietica. 

Gli ultimi ad aver avuto anche il coraggio di immaginare una politica mediterranea nell’interesse nazionale furono, dal più recente al più risalente, Bettino Craxi, Aldo Moro e, prima di loro, Enrico Mattei. Fecero tutti una brutta fine, come del resto, mutatis mutandis, sul piano di una politica industriale alternativa all’atlantismo servile di Agnelli fece Adriano Olivetti. Del resto, perfino Berlusconi cadde nel novembre del 2011 sopratutto a causa della sua diplomazia della dacia con Vladimir Putin, vero “irritante” storico, oggi come ai tempi del Piano Marshall, degli interessi statunitensi in Europa. Anche allora fu un personaggio “austero” interamente portatore di interessi finanziari transnazionali come Mario Monti a decretare la sospensione di una fase politica italiana fortemente dialettica, ma in qualche modo autentica come la stagione referendaria del 2011, nel pieno delle “primavere arabe”, di Occupy Wall Street e di M25 in Spagna. 

A ben vedere, questo ruolo di giardino di casa a sovranità limitata  dell’Asse atlantico l’Italia lo riveste da ben prima di Yalta e della svolta di Salerno (il peso determinante della finanza anglosassone dall’unità d’Italia all’ascesa del Duce è ben noto). Nel secondo dopoguerra esso fu assai rafforzato proprio in funzione “antitedesca” dal Piano Marshall, che con lo sviluppo di una forte infrastruttura pubblica, ha permesso il boom economico e la creazione di un’industria competitiva rispetto a quella renana, direttamente controllata con le basi Nato e il relativo nucleare.

Per rafforzare questi assetti, messi in crisi da Trumpismo, Brexit e pandemia, il capitalismo atlantico non poteva che mettere in campo il cavallo di razza nell’ambito di una strategia di medio periodo. Draghi era l’uomo giusto. Formatosi negli Stati Uniti (un Chicago Boy dal volto appena un po’ più umano del suo consigliere Giavazzi), egli ha fatto tutta la propria brillantissima carriera nei revolving doors, della politica economica globale. Da sempre “tecnico” esterno alla politica italiana, e allergico alle dinamiche culturali profonde del nostro “arretrato” capitalismo, egli può considerarsi un expatriate, che ha tuttavia dato prova della propria assoluta (e assai ben remunerata) fedeltà all’asse Wall Street/City of London in almeno due occasioni chiave. 

Fu lui, come noto, in qualità di Direttore Generale di Via Venti Settembre, a fungere da battitore d’asta nella vendita dell’infrastruttura pubblica decisa dopo la caduta del Muro di Berlino, quando si andò al rientro dell’investimento del Piano Marshall ebbri dell’illusione della fine della storia. Privatizzazioni per 150 miliardi sono state così decise dall’asse Atlantico in crociera sul Britannia.

L’allora embrionale Partito Democratico sconta ad oggi questo peccato originale, avendo per atto costitutivo la rinunzia a ogni indipendenza da Bruxelles (Ue e Nato) ponendosi come garante politico dei limiti alla sovranità politica italiana anche al prezzo di violentare la Costituzione del ’48 (inserzione del pareggio di bilancio). Sempre Draghi, insieme a Trichet, reagì con durezza, ancora una volta nell’interesse dei creditori transnazionali (che nel frattempo avevano acquistato oltre la metà del debito pubblico italiano), quando gli italiani votarono in massa contro le privatizzazioni nei referendum del 2011 (cosiddetto referendum sull’acqua) spedendo a Berlusconi la famosa lettera di licenziamento che apriva le porte al regime Napolitano/Monti. Con le conseguenze che vedremo meglio nel seguito. − (Segue) ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la bandiera europea messa in ombra dal vessillo statunitense; in alto, la City of London; al centro Mario Draghi parla in Senato; in basso, l’album del Piano presentato da George Catlett Marshall (al centro) con Dean Acheson e Paul Hoffman [credit www.trumanlibrary.gov]

About Author

Dal 1997 insegna diritto civile all’Università di Torino, diritto internazionale e comparato all’Università della California. Avvocato cassazionista, è stato fra i redattori dei quesiti referendari sui beni comuni del giugno 2011 e per due volte ha patrocinato il referendum presso la Corte Costituzionale. Fra i titoli pubblicati, ricordiamo “Beni Comuni. Un Manifesto” (Laterza 2011) che ha raggiunto l’ottava edizione, “Il saccheggio”, con Laura Nader (Bruno Mondadori, 2010), “Contro riforme” (Einaudi, 2013), “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” (Laterza, 2014). È curatore generale della collana Common Core of European Private Law (Trento Project) alla Cambridge University Press, ed editore capo della rivista Global Jurist. Il suo volume sulla proprietà privata, pubblicato nel 2001 (seconda edizione Utet 2014), ha ricevuto il Premio Luigi Tartufari dell’Accademia Nazionale dei Lincei consegnatogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È presidente di “Generazioni Future Rodotà”