Papa Bergoglio nella terra di Abramo: il viaggio ecumenico in Iraq e il peso della storia

Papa Francesco ha scelto come luogo-simbolo dell’incontro interreligioso la piana di Ur, da cui partì il viaggio del padre di tre delle religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo, islam. Qui il capo della Chiesa Cattolica ha esortato alla pace globale i capi religiosi presenti: «la religione non sia uno schermo ad altri interessi, economici e politici». L’incontro è avvenuto di sabato, per decisione del governo iracheno, rendendo impossibile la partecipazione degli ebrei iracheni. La prima parte di un ampio reportage che sarà pubblicato sul numero 6 del nostro magazine il 30 aprile

Pope Francis, is shown the devastation of Syrian Catholic Cathedral the 4-church complex at Hosh al-Bieaa Church Square, after a prayer of suffrage for the victims of the war at Church Square, Mosul, Iraq 7 March 2021. Pope Francis is visiting Iraq for the Apostolic Journey from 5 to 8 March 2021. ANSA/ALESSANDRO DI MEO


Il reportage di LAURA SILVIA BATTAGLIA e ELENA LEA BARTOLINI DE ANGELI

¶¶¶ Il suo viaggio apostolico è stato definito straordinario, coraggioso, unico nella storia della Chiesta cattolica dell’ultimo secolo. E, in effetti, Bergoglio in Iraq ha dato prova di essere un papa con le idee chiare, ed esplicitamente visionario, al punto da rendere possibile ciò che, tra pastoie burocratiche, equilibri geopolitici e complicazioni pandemiche, sembrava concretamente impossibile. Da testimoni oculari di questo evento sul terreno, non possiamo non dire che ciò che abbiamo visto, soprattutto nella cittadina di Qaraqosh – occupata e distrutta dalla furia delle milizie dello Stato islamico nel 2014 − non abbia avuto dello straordinario: nell’arco di 24 ore questa sonnacchiosa cittadina agricola della piana di Niniveè diventata il centro della cristianità mondiale, con migliaia di persone e di famiglie caldee e assire riverse nelle strade in processione, le teste fluttuanti sotto un mare di candele e di icone, la banda del Paese ad aprire il corteo, giovani suore e preti ululanti “Viva il Papa”, su pick up trasformati in juke box da migliaia di decibel. 

Questa esplosione di gioia è frutto di anni di buio: vista con il senno del poi, è una storia che arriva a compimento, ma appena sette anni fa uno scenario del genere sarebbe apparso impossibile. Lo dice bene padre George Jakola, deus ex machina della ricostruzione della cittadina, che non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie, mentre le maestranze mettevano a posto gli ultimi striscioni davanti alla Chiesa dell’Immacolata che le milizie avevano trasformato in poligono da tiro per le giovani reclute del terrorismo. «Se qualcuno nel 2016 – quando siamo rientrati nella cittadina distrutta – mi avesse detto che dopo qualche anno qui sarebbe arrivato il papa, non ci avrei creduto. Adesso mi devo ricredere: i miracoli esistono». L’arrivo di Bergoglio (tra il 5 e l’8 marzo) ha avuto molti pregi. Il primo è stato rendere i cristiani d’Iraq più coraggiosi (ma anche più forti perché politicamente spalleggiati) rispetto alle richieste di sicurezza verso il governo, nonostante restino ancora molte questioni aperte (la visita del papa ha sicuramente smosso le acque, ma i problemi della popolazione richiedono la volontà politica di mettere in atto quanto auspicato). 

Un tema che si applica anche alle altre minoranze del Nord del Paese e in altre aree (yazidi ma anche turkmeni, shabak, sabei) in uno Stato che basa la sua nuova costituzione del 2006 e l’organizzazione del suo stesso parlamento in un sistema settario. Proprio per questo, e per proteggere le minoranze, c’è chi ha avanzato la proposta di allogare i cittadini iracheni con queste caratteristiche nella piana di Ninive ma il cardinale caldeo Louis Sako non ci sta e, dopo l’arrivo di papa Francesco, mette i puntini sulle “i”, ricordando che i cristiani hanno «tutto il diritto sia di non essere cittadini di serie B che di vivere dove hanno sempre vissuto, vale a dire in mezzo a tutti gli altri iracheni, essendo, come gli ebrei, preesistenti ai musulmani». Questa è, tra l’altro, la terra dove è stato redatto il Talmud babilonese, fonte religiosa importante per la tradizione ebraica. 

Ghettizzarsi o auto-ghettizzarsi, dunque, per le minoranze etniche e religiose in Iraq, è anacronistico e pericoloso. Ed è qui che si apre un punto poco discusso e diplomaticamente scomodo di questa visita. Il viaggio ecumenico del papa ha scelto come luogo-simbolo dell’incontro interreligioso la piana di Ur, ossia il luogo da cui partì il viaggio di Abramo, padre di tre delle religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo, islam. È qui che papa Francesco ha pronunciato un discorso molto ficcante, un invito alla pace globale, ai capi religiosi – non solo delle tre monoteiste – per non fare della religione un puntello e uno schermo ad altri interessi, economici e politici. Peccato che, da parte ebraica, si sia rilevato più di un problema, poco raccontato nei report giornalistici e non gradito, anche per le accuse al governo iracheno sollevate dagli ebrei iracheni residenti all’estero. 

L’incontro nella piana di Ur è avvenuto di sabato, rendendo impossibile o quantomeno problematica la partecipazione a quel che resta degli ebrei iracheni; nella città di Mosul – nonostante la composizione originaria della città sia sempre stata legata alla presenza delle tre religioni monoteiste abramiche, di questa comunità non c’era traccia; infine, diversi ebrei iracheni residenti all’estero, che desideravano partecipare all’incontro con il papa, si sono visti negare il visto dalle rappresentanze diplomatiche irachene all’estero. Il New York Times solleva da qualsiasi responsabilità la Santa Sede, che si è espressa in merito per bocca di Matteo Bruni, portavoce del Vaticano, che ha invitato tutte le comunità religiose monoteiste, ma che ha riferito di non avere saputo dal governo iracheno, fino all’ultimo momento, se alcun rabbino sarebbe stato presente all’incontro-cerimonia di Ur.  Cosa che non è avvenuta… [il reportage integrale sarà pubblicato nel magazine n. 6 in uscita il 30 aprile] ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

Elena Lea Bartolini De Angeli, di origini ebraiche da parte materna, è membro dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG) e del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). È docente di Giudaismo ed Ermeneutica Ebraica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale; docente invitata presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e la Cattedra di Dialogo tra le Culture promossa dalla Diocesi di Ragusa; collabora con diversi Atenei pontifici e con diversi Istituti Teologici e fa parte del Comitato Scientifico della Biblioteca Ambrosiana per le “Letture di Nuovi Classici”

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Foto: sotto il titolo e in alto, per le strade di Bagdad e l’arrivo di Papa Bergoglio fra i resti della Cattedrale di Mosul; al centro e in basso, la Piana di Ur e l’incontro fra i rappresentanti religiosi delle religioni monoteiste presenti 

About Author

Giornalista professionista freelance e documentarista, lavora come reporter in aree di crisi dal 2007 ed è conduttrice e autrice per Rai Radio 3. Specializzata in Medio Oriente, con particolare focus su Iraq e Yemen, ha lavorato dal 2012 al 2015 come corrispondente da Sanaa (Yemen) per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media. Collabora con media stranieri (The Washington Post, Al Jazeera English, Al Jazeera Arabic, TrtWorld, Cgtn, Rsi, Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India) e italiani (fra gli altri, Rainews24, Tg3 Agenda del Mondo, Sky Tg24, Tv2000, Radio Popolare, Radio in Blu, Radio24, Avvenire, La Stampa). Ha girato, autoprodotto e distribuito dieci documentari, tra i quali Yemen, nonostante la guerra, prodotto Ga&A nel 2019 e acquistato da Rai Doc, Zdf, Al Jazeera Arabic. Il film è uno spaccato nella vita dei civili yemeniti in guerra. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello Debole e Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna in diverse istituzioni italiane ed europee, compreso l’Istituto Reuters all’Università Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017), tradotto in quattro lingue