Oltre l’avanspettacolo del Renzi d’Arabia a Riyadh: nemici fatti a pezzi e arbitrio assoluto

Cosa accomuna Daesh e i Saud per renderli simili, se non uguali? Di certo l’intransigenza, il potere unico e incontrovertibile, incontestabile, una modalità mafiosa di agire, colpire, punire. Basti, per i Saud, la vicenda Khashoggi (fatto a pezzi sul tavolo dell’ambasciata saudita a Instanbul), e cosa accade all’ex ufficiale dell’intelligence Saad Aljabri, oggi in Canada. E poi la violenza da gran guignol per i nemici numero uno della milizia o del regno, l’abbondanza dellea pena di morte, le torture nelle carceri. Ma il terrorismo non è un fenomeno solo di marca wahabita-salafita, non è identificabile solo con al-Qaeda o con Daesh, ridotto ad avanspettacolo (come nel caso della conferenza di Matteo Renzi a Riyadh)


L’analisi di LAURA SILVIA BATTAGLIA

¶¶¶ [terza parte] Chi ha sempre ritenuto Daesh un’emanazione o una creatura del governo saudita, solo perché la pena capitale prevede per entrambe le “società” la decapitazione con la scimitarra, non coglie alcune macro-differenze, chiarissime invece a chi legga in lingua e segua l’evoluzione dei terrorismi. Chi ricorda le centinaia di video distribuiti da Daesh, con giovani miliziani dai lunghi capelli e barbe che dichiaravano di essere di nazionalità saudita? Forse si è fermato a quel punto dei video “promozionali” senza vedere il resto: i giovani miliziani di Daesh stracciano i passaporti sauditi e li mettono sotto i piedi. Dopo averli ben pestati, danno fuoco ai passaporti. E mentre le fiamme bruciano recitano la shahada, la dichiarazione di fede di ogni musulmano. Cosa significa questa azione? Significa che “non c’è altro potere al di fuori di quello di Allah”. Ossia significa che nazioni e monarchi non valgono nulla, anche se islamiche, anche se sunnite, anche se protettrici dei luoghi più santi e universali ai musulmani. Da qui, la necessità di un nuovo “califfato”. 

La creazione di Daesh e del suo Califfato allora, dunque, non è un’azione in continuità (o con la benedizione) dei Saud ma è un’azione in completa e dichiarata antiteticità, ponendo addirittura un nuovo santuario (la moschea al Nour di Mosul) come centro di quel potere e come luogo di pellegrinaggio, ereticamente sopraelevato su la Mecca, almeno fintanto che essa sarà nelle mani dei Saud. Daniele Raineri, in un pezzo sul Foglio, scrive correttamente che «al-Qaeda e lo Stato islamico, se potessero, spazzerebbero via all’istante la famiglia Saud, che loro non chiamano nemmeno per nome ma con il nomignolo dispregiativo al-Salul». Il dispregiativo – è opportuno specificarlo − origina dal nome di Abdullah Salul, che al tempo del profeta Mohammad era prossimo ad essere re di Medina ma non ne aveva il diritto e, perseguitato il profeta stesso, ne ebbe picche, al punto da essere considerato munafiq (ipocrita o falso musulmano, che in pubblico dichiara di essere tale, nella realtà rifiuta l’Islam o agisce contro di esso). Continua Raineri: «Se un attentatore dello Stato islamico entrasse con un solo proiettile dentro una stanza con un rabbino, un cardinale e il principe saudita Mohammed bin Salman, ucciderebbe quest’ultimo, perché lo considera il peggiore». Esattamente: lo considera peggio di un kafir (infedele) perché appunto è un murtad (apostata). 

Come è possibile allora che questa differenza tra sigle terroristiche e regno saudita non appaia palese? O meglio, cosa accomuna Daesh e i Saud, dunque, per renderli così simili, così uguali? Di certo l’humus culturale, se così si può dire: l’intransigenza, il concetto di potere unico e incontrovertibile, incontestabile, una modalità mafiosa di agire, colpire, punire. Si veda, per i Saud, come è stata gestita la vicenda Khashoggi, e, per citare qualcuno che è ancora vivo, cosa sta accadendo all’ex ufficiale dell’inteligence Saad Aljabri, oggi in Canada, mentre i figli sono stati arrestati in Arabia Saudita per fare pressione sul padre ancora a Toronto. C’è poi la violenza granguignolesca destinata ai nemici numero uno della milizia o del regno − e anche qui la vicenda di Khashoggi, fatto a pezzi sul tavolo dell’ambasciata saudita a Instanbul insegna e grida vendetta −, l’abbondanza delle condanne con pena di morte, le torture inflitte nelle carceri finalizzate all’estorsione di confessioni, specie quando l’arrestato appartenga alla minoranza sciita o sia un oppositore/oppositrice politico/a.  Non comunque che queste cose − sia chiaro − non le si vedano in altri Stati sovrani vicini: dal Bahrein alla Siria, per non tacere dell’Egitto.

Per completare il quadro e aggiungere complessità a vicende gravi, che spesso vengono ridotte ad avanspettacolo nella politica italiana (come nel caso della conferenza di Matteo Renzi a Riyadh), varrebbe la pena trattare un altro – e ultimo – capitolo, che finora nessuno ha sfiorato. Quando si parla di terrorismo di matrice islamista si dimentica che il terrorismo non è un fenomeno solo di marca wahabita-salafita, non è identificabile solo con al-Qaeda o con Daesh. In sintesi, non è solo affare dei sunniti. Cosa sono o sarebbero i ribelli sciiti Huthi, che dal 2014 basano la loro politica e le loro azioni militari, prima ancora che in Yemen intervenissero anche sauditi sullo slogan “Morte all’America, morte a Israele, lunga vita all’Islam, siano maledetti gli ebrei?”. Può essere considerato solo una boutade, se dal 2014 questo gruppo ha messo a ferro e fuoco il Nord dello Yemen, arrestato rappresentanti di ogni partito di ispirazione sunnita, se ha condannato a morte senza giusto processo giornalisti che rappresentavano il sindacato nazionale solo per avere scritto sul quotidiano al-Watan?

Come dobbiamo considerare un gruppo di combattenti montanari che sì, orgogliosamente difende la sua identità locale oppressa dall’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh negli anni Novanta, ma per farlo diffonde video promozionali con animazioni in 3D della Mecca che viene assaltata o che brucia al loro passaggio esattamente come Daesh celebrava una ipotetica vittoria su Roma? Bisognerebbe restare indifferenti al lancio di missili terra-aria dentro il confine saudita, oggettivamente un pericolo ai suoi confini, raffinerie, centrali elettriche e del gas? E cosa dire delle azioni con droni armati, l’ultima delle quali lanciata in grande stile dentro un aeroporto civile, ad Aden, nello stesso Yemen, contro un centinaio di civili, e contro il nuovo governo yemenita? Avviamoci alla conclusione, domani. − (3. Continua; la seconda parte è stata pubblicata martedì 16 febbraio 2021) © RIPRODUZIONE RISERVATA

____

Foto: sotto il titolo, il principe Mohammed bin Salman alla destra del re Salman-bin-Abdulaziz; in alto, la bandiera dello Stato islamico; al centro, Kamal Khashoggi entra per l’ultima volta nell’ambasciata saudita a Istambul il 2 ottobre 2018 (ne uscirà tagliato a pezzi); in basso, ribelli sciiti Huthi in Yemen

About Author

Laura Silvia Battaglia

Giornalista professionista freelance e documentarista, lavora come reporter in aree di crisi dal 2007 ed è conduttrice e autrice per Rai Radio 3. Specializzata in Medio Oriente, con particolare focus su Iraq e Yemen, ha lavorato dal 2012 al 2015 come corrispondente da Sanaa (Yemen) per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media. Collabora con media stranieri (The Washington Post, Al Jazeera English, Al Jazeera Arabic, TrtWorld, Cgtn, Rsi, Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India) e italiani (fra gli altri, Rainews24, Tg3 Agenda del Mondo, Sky Tg24, Tv2000, Radio Popolare, Radio in Blu, Radio24, Avvenire, La Stampa). Ha girato, autoprodotto e distribuito dieci documentari, tra i quali Yemen, nonostante la guerra, prodotto Ga&A nel 2019 e acquistato da Rai Doc, Zdf, Al Jazeera Arabic. Il film è uno spaccato nella vita dei civili yemeniti in guerra. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello Debole e Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna in diverse istituzioni italiane ed europee, compreso l’Istituto Reuters all’Università Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017), tradotto in quattro lingue