«Not guilty»: l’87,9% degli elettori repubblicani voleva Trump assolto. E i senatori lo salvano

Salvato dall’impeachment in senato, l’ex presidente dichiara subito: «Finita la caccia alle streghe, sto tornando». Sul suo capo pendono ancora processi per frode, evasione fiscale, intimidazione elettorale e istigazione a delinquere. Perché la maggior parte dei repubblicani si è rifiutata di condannarlo? Gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo in cui entrambe le assemblee legislative durano in carica solo due anni. I futuri candidati repubblicani nelle elezioni del 2022 hanno ritenuto esiziale andare contro la volontà della stragrande maggioranza dei 74.216.154 elettori di The Donald. Un rischio corso solo da 7 di loro


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

¶¶¶ Il 13 febbraio scorso il Senato americano ha assolto Donald Trump dall’accusa di avere istigato l’assalto al Congresso del 6 gennaio. Assolto per modo di dire, dal momento che una maggioranza dei senatori ha votato per condannarlo, ma erano necessari 67 voti, due terzi del totale, e soltanto 7 senatori repubblicani, insieme a tutti i 50 democratici, hanno ritenuto l’accusa fondata. Naturalmente il caso non finisce qui: a parte alcuni processi per frode e evasione fiscale già in corso a New York, e a parte un’inchiesta per intimidazione nel processo elettorale iniziata dal procuratore della Georgia, si ha notizia che nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del 6 gennaio il procuratore federale di Washington intenda incriminarlo per istigazione a delinquere. E siamo soltanto all’inizio.

Come è possibile − ci si domanda − che nonostante tutti i senatori, democratici e repubblicani, abbiano subito in prima persona quelle ore di violenza nei loro confronti (e dei deputati, e dei poliziotti…) da parte di bande esagitate che inneggiavano a Trump, minacciavano di uccidere i due presidenti della Camera e del Senato, saccheggiavano gli uffici e uccidevano almeno un poliziotto − come è possibile che la maggior parte dei repubblicani si sia rifiutata di condannarlo? La risposta è semplice ed è contenuta in tre cifre: 74.216.154, 84,4 e 12,4. La prima è il numero di voti ottenuti da Trump nelle elezioni del 3 novembre, la seconda è la percentuale di elettori democratici favorevoli all’impeachment e la terza la percentuale di elettori repubblicani favorevoli.

Per quanto spaventati da quanto era successo e probabilmente anche loro convinti della colpevolezza di Trump, i senatori repubblicani si sono fatti due conti e si sono domandati: come si fa a condannare un uomo che poche settimane prima aveva ottenuto il consenso di decine di milioni di elettori (il consenso più alto della storia, secondo solo a quello ottenuto da Biden)? E come si fa ad andare contro la volontà di quel’87% di elettori repubblicani che, ancora il giorno prima del voto sull’impeachment, dopo che l’accusa aveva mostrato un video scioccante e inoppugnabile della colpevolezza di Trump, ritenevano che non dovesse essere condannato? La risposta è semplice: non si può.

Il problema però non sta soltanto nel cinismo o nella scarsa moralità dei 43 senatori repubblicani che lo hanno assolto. (Dobbiamo infatti supporre che i parlamentari americani di oggi non siano più cinici o immorali di quelli di altre epoche e di altri paesi.) Il problema di fondo sta nella costituzione e nelle leggi elettorali americane. Gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo in cui entrambe le assemblee legislative durano in carica solo due anni: tutta la camera bassa e un terzo del senato vengono rinnovati negli anni pari. Solo l’Afghanistan e Il Salvador hanno assemblee elettive che durano 3 anni; in tutti gli altri paesi durano 4 anni o più. E non solo a livello federale: in quasi tutti gli stati degli Stati Uniti anche le elezioni per i parlamenti locali si tengono ogni due anni e lo stesso vale per un gran numero di cariche elettive − procuratore, giudice, tesoriere, segretario dello stato, ecc. − ma anche varie cariche a livello di contea che spesso sono il trampolino di una fulgida carriera politica.

La conseguenza di questo continuo ricorso alle elezioni è che chiunque viene eletto − a livello federale, statale o di contea − ha davanti a se un periodo di reale o supposta autonomia decisionale di meno di un anno da quando entra in carica. Subito dopo iniziano le primarie del proprio partito per scegliere i futuri candidati, in una campagna elettorale permanente fino alle successive elezioni, con tutto ciò che implica in termini di ricerca spasmodica di finanziamenti e di consenso da parte dei più diversi gruppi di pressione e comitati civici.

L’azione di un politico è così continuamente sotto l’esame di coloro che lo hanno appena eletto e potrebbero non eleggerlo più. L’uomo politico, aspirante o di lungo corso, starà quindi molto attento a non contrariare il proprio elettorato di riferimento, anche a costo di rinunciare alle proprie convinzioni personali o − come in questo caso − all’evidenza dei fatti.

La situazione è aggravata, ovviamente, dal sistema maggioritario che vale per tutte le cariche elettive: un voto in più e sei eletto, un voto in meno e sei dimenticato. Ma ancora più distorsivo è il meccanismo delle primarie: chiunque può candidarsi contro di te. Un perfetto sconosciuto può decidere di concorrere per la carica nella quale tu magari hai operato da decenni (i politici americani sono tra i più longevi dei paesi democratici) dedicandovi tempo e energie. E se costui riesce a batterti nelle primarie, il gioco è fatto, sei fuori. 

Il problema è che mentre nelle elezioni vere e proprie votano in pochi, ma pur sempre circa il 50% degli aventi diritto (di più quando ci sono contemporaneamente le elezioni presidenziali), nelle primarie vota normalmente meno di un quarto degli elettori del tuo partito. (Ci sono anche primarie aperte in cui votano tutti gli elettori, ma il discorso non cambia.) Costoro sono spesso gli attivisti più motivati, quelli che ti tengono costantemente d’occhio, e basta che in un dato collegio si spostino poche migliaia o anche solo centinaia di voti a vantaggio del tuo concorrente e sarà lui a competere nelle elezioni generali con il prescelto dell’altro partito.

Quelle poche migliaia o centinaia di voti sono preziosissime e nessun parlamentare o aspirante tale può permettersi di ignorarle. Sicuramente per i futuri candidati repubblicani nelle elezioni del 2022, cioè tutti i deputati e 33 senatori, sarebbe stato esiziale andare contro la volontà della stragrande maggioranza dei 74.216.154 elettori di Trump. Un rischio che soltanto 7 senatori hanno ritenuto di correre. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in alto, Donald Trump sventola la prima pagina di “Usa Today” del 13 febbraio; al centro, Michael van der Veen (a destra nella foto), difensore al processo di impeachment dopo l’assoluzione del suo cliente: «Andremo a Disney World!»; in basso, striscione davanti al Campidoglio, durante il processo contro l’ex presidente

About Author

Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)