Noi e gli altri animali. Si può essere ambientalisti e animalisti allo stesso tempo?

I dilemmi degli amanti della natura: è più importante l’equilibrio di un ecosistema sano o la nostra empatia col cinghialotto? Fido (il cane) o Amelia (la gatta) possono essere il trait d’union fra noi e la natura? Come Homo sapiens ci siamo auto assegnati il ruolo di gestori e controllori del Pianeta. E abbiamo deciso che il Pianeta era a nostra disposizione decidendo il da farsi in ogni circostanza. Dov’è che abbiamo cominciato a sbagliare? Le riflessioni, pacate e scomode, di un biologo-naturalista


L’analisi di GIORGIO BOSCAGLI, Società italiana per la storia della fauna

¶¶¶ L’argomento richiederebbe vari volumi, dibattiti, confronti con l’aiuto di biologi, naturalisti, sociologi e psicologi…. senza la pretesa di arrivare a una conclusione. E io tutto vorrei fare meno che proporre sermoni. Men che meno, sviluppare filosofie in cerca di adepti. Questo deve essere chiaro fin dall’inizio della chiacchierata. Che spero serena, pur nella obbligata sintesi che un articolo di stampa richiede. Si può essere ambientalisti e animalisti allo stesso tempo? Credo sommessamente di poter dire di sì – o almeno così “leggo” il comune sentire – a condizione che nel momento in cui le due sensibilità sembrano entrare in conflitto si trovi il coraggio di fare delle scelte e si abbiano chiare le priorità e le scale dei valori. Priorità in funzione di cosa? Qui cominciano le possibili aree di incomprensione.

Domanda A): è più importante l’equilibrio di un ecosistema sano – da conservare per le future generazioni – o la nostra personale empatia col cinghialotto che abbiamo appena visto attraversare il sentiero? Oppure, domanda B), da porre in altro contesto, più urbano e magari popolato da soggetti (umani) di una certa età: Fido (il cane) o Amelia (la gatta) possono assumere (sublimare?) il ruolo di trait d’union fra noi e la natura? In una chiacchierata laica e scevra da ideologismi ogni risposta è ammissibile, nonché degna di considerazione. Peraltro non c’è dubbio che la percezione e i contenuti di un concetto come quello di “ecosistema sano” siano molto meno alla portata di tutti. Se non quando viene sovrapposto, in buona fede ma erroneamente, a quello di “bel paesaggio”. Viceversa l’affetto per Fido o Amelia è qualcosa che poggia direttamente sui nostri sensi: vista (fusa, frenetici scodinzolamenti), udito (miaooo, ron-ron, arf, bau), tatto (strusciamenti e lisciate di pelo), talvolta – malauguratamente – olfatto (accidenti: pipì sul divano!).

Fin qui tutto bene: due mondi, due sensibilità. Libere di esprimersi senza confliggere. L’equilibro può cominciare a scricchiolare quando si entra nel campo della gestione della “fauna”, termine col quale si definiscono gli animali selvatici. Tutti soggetti appartenenti – chiedo scusa per la digressione prettamente zoologica – allo stesso Regno (quello animale) e magari Ordine e (talvolta) Genere e Specie di Fido e Amelia. Ma quindi anche orsi, elefanti, bisce, rane, trichechi, tonni, scorfani, barbagianni, storni….. e qualche altro centinaio di migliaia di espressioni dell’evoluzione con le quali Madre Natura ha voluto ornare il pianeta. Terre, mari e aria. Inutile nascondersi che noi (Homo sapiens) ci siamo dati, più o meno consapevolmente, il ruolo di gestori-controllori del Pianeta. O, meglio, abbiamo deciso che il Pianeta era a nostra disposizione e avremmo potuto decidere il da farsi in ogni circostanza. 

Sempre in “scienza e coscienza”? Ahinoi, purtroppo no, bensì tenendo molto spesso in prioritaria considerazione il nostro comodo (o quello che abbiamo ritenuto tale, momento per momento, nel corso della nostra evoluzione). Anche Fido e Amelia sono il frutto di nostre antiche scelte, in quanto discendenti da progenitori selvatici (si chiama “selezione di domesticazione”). Ma anche Genny (la mucca) o Ringo (il maiale) oppure Brilla (la gallina) e tanti altri. Dov’è che abbiamo cominciato a sbagliare? Forse (penso) da quando, ormai tanto tempo fa, Fido e Amelia sono diventati business . Mentre Genny, Ringo e Brilla non furono più identificati come tali ma, sulla stessa falsariga, sono diventati numeri. E penso pure che un sano animalismo – elaborazione di una élite culturale sensibile e consapevole, nonché tutore dei diritti degli animali – nasca più o meno da lì. Proverò ad entrare più nel merito, partendo dal mio mestiere di biologo-naturalista, nella seconda parte dell’articolo. Fra qualche giorno. − (1. Continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, martora; in basso, cucciolo di procione

About Author

Giorgio Boscagli

Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.