Nel mare antico di Alicudi un medico affittacamere “isola” sull’isola

Mezzo secolo fa, ad Alicudi, la luce elettrica non c’era ed esisteva un solo telefono pubblico vicino al molo, nell’unica stretta fascia pianeggiante. Poi cominciava il ripido cono terrazzato, che sale per poco meno di 700 metri. Particolare non trascurabile, ad Alicudi non ci sono strade, ma solo mulattiere e terrazzamenti sui quali si sale per mezzo di gradini scavati nella roccia. Lì la ruota potrebbe non essere mai stata inventata.

Appena arrivati, la mia amica ed io scopriamo che nessuna delle poche stanze che i residenti cedono in affitto ai turisti è disponibile. Mentre ci informiamo sul prossimo mezzo galleggiante con cui lasciare l’isola, qualcuno ci dice che possiamo provare con Calogerino, il medico condotto, che, se vuole… Ma bisogna aspettare che torni dalla pesca.

Il dottore ha un paio di brache a metà polpaccio, una canottiera tutta macchie, un “cappiddazzu” di paglia sul capo ed è scalzo. Piedi così callosi e sformati non credo di averne mai più visti. Non molto meglio le mani e la dentatura, che ricorda quella di un’anziana murena. Calogerino sembra sollevato dal fatto che non è il medico che cerchiamo, ma un affittacamere. Con cortesia ci invita a seguirlo a casa sua e cercare una soluzione. Strada facendo scopre, con evidente soddisfazione, che veniamo da Roma, che io sono uno studente del liceo classico e, soprattutto, che la mia sodale si è da poco laureata in Lettere classiche. Mentre ci inerpichiamo, nella sua testa ha già deciso.

Nella veranda, di fronte a un bicchiere di vino passabilmente rinfrescato dal frigo a gas, indica una costruzione non lontana; è una delle varie case e masserie che possiede. Gli “arcudari” (così si chiamano gli isolani) sono emigrati quasi tutti e lui colleziona proprietà fatiscenti. “Potete stare quanto volete – dice con perentoria gentilezza – i serramenti funzionano, ci sono due lampade a petrolio e acqua in cisterna. Non la sprecate, perché sennò restate a secco sino alle prossime piogge, magari dopo i Morti”. Poi ci invita dentro, dove fa meno caldo.

Nel vasto soggiorno, che fa pensare a un mercato delle pulci parigino, cominciano le scoperte.

Contro la parete di fronte a noi, che strabiliati non smettiamo di ruotare gli occhi, si staglia un pianoforte Bechstein tre quarti di coda; in un angolo un telescopio astronomico; su una credenza, un impianto stereo hi-fi. Alle nostre domande, che probabilmente si aspettava, spiega che il piano è stato portato a dorso di due muli appaiati, che per poco non crepano, dice con una smorfia. Lo strumento era per qualcuno che non è più venuto. Il telescopio lo comprò anni prima, se mai gli venisse la voglia di guardare il cielo, che nelle notti serene e senza luna è di una luminosità incredibile. “Ma è difficile da usare, ha anche il motore per il puntamento elettrico, ma non ho mai messo in funzione il gruppo elettrogeno, che deve stare da qualche parte. Stessa cosa lo stereo”.

Raggiunta la “nostra” casa, le congetture su un tale personaggio occupano buona parte della notte. Un paio di giorni dopo, ci porta a fare un giro sul suo piccolo motoscafo, sacrificando buona parte della preziosa benzina che qui arriva col contagocce. “Io non lo uso mai. Preferisco la barca a remi”. Quando noto un paio di sci nautici mi spiega, a questo punto senza sorprese, che non ci sa andare e neanche gli è mai importato imparare. Mentre dipana il cavo degli sci per farmi fare un giro, rivolto alla mia amica comincia, con occhio traslucido, a declamare Asclepiade, ma nell’originale greco: “Amami tutta e non soffrire, se anche sarò di un altro”. Ma lei, quei versi sperati, non glieli ripeterà mai. Per lui un altro sogno evaporato, insieme con le “nebbie di mare” di Sicilia.

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Carlo Giacobbe

Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio