“Nati non fummo a consumar la biada”: Ikkos e le dispute greco-romane sul “veganismo”

Il medico-atleta Ikkos premiato per la vittoria nella 77.ma olimpiade

Siamo ad Olimpia, sul lato destro dello stadio, immediatamente dopo il portico da cui transitavano gli atleti impegnati nella corsa, nei lanci del giavellotto, del disco, o nel “pancrazio”. Una dozzina di persone discute animatamente non sulle gesta del medico-atleta Ikkos ma sulla sua pretesa di insegnare agli altri cosa e come mangiare senza eccessi. Dalla parte del suo “Ikkos deipnon” c’è Platone, Pausania, Eustazio di Epifane. Contro inveisce Marco Gavio Apicio e Lucio Licinio Lucullo, a colpi di «vegano integralista». Ci prova il nostro onnipresente cronista a spiegare che “vegano” non è il patronimico di “Vega”…


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

Arco di entrata allo stadio di Olimpia

IL SITO È DAVVERO INUSUALE. Siamo ad Olimpia, in Grecia, sul lato destro dello stadio, immediatamente dopo il portico da cui transitavano gli atleti impegnati nella corsa, nei lanci del giavellotto, del disco, o nel “pancrazio”, che era una sorta di pugilato con le mani bendate. A qualche decina di metri dal tempio di Era e a non più di un paio di “plétroi” – una sessantina di metri, cioè –, dal millenario ulivo sacro del tempio di Zeus, c’era e c’è tuttora un piccolo promontorio, dove le póleis (le città) della Grecia continentale, di quella ionica e della Magna Grecia, che avevano avuto il privilegio di aver dato i natali ad un vincitore dei giochi olimpici, erigevano dei tempietti in antis. Con due sole piccole colonne sulla facciata, cioè, a delimitare il nàos, una celletta interna dove, invece dei simulacri degli Dei, come nei grandi templi, custodivano oggetti preziosi, o una piccola effige del loro atleta o, spesso, anche un oggetto usato da esso, come un disco, un giavellotto, o uno “strigile”, il piccolo strumento in bronzo o in ferro che era servito al loro campione per asciugarsi il sudore e la polvere dalle braccia e dalle gambe. 

Thesauroi li chiamavano questi minuscoli templi. E c’erano i tesori dei corinzi, dei crotoniati, degli euboici, degli ateniesi, degli spartani, dei focesi, dei lelanzi e così via. E anche uno dei tarantini. Thesauroi che non sempre servivano a celebrare un atleta straordinario, ma anche una vittoria particolarmente significativa per quella pólis. Accontentati gli storici antichi e i filologi che avrebbero potuto anche cavillare sulla “destinazione d’uso” di questi “tesori”, il vostro cronista si fa ora da presso per guardare da vicino l’atleta tarantino di maggior prestigio, il medico-atleta Ikkos (rampollo di Nicolaide), vincitore del pentathlon, nella settantasettesima olimpiade (472 avanti Cristo). Supponendo che questo tempietto lo avessero voluto dedicare proprio a lui. 

Un tempietto in antis, con due piccole colonne sulla facciata

A questo punto molti di voi, se non proprio tutti, vi starete chiedendo che intenzioni ha questo tizio (il vostro cronista), con queste improbabili acrobazie diacroniche nel tempo e se, per caso, non ha l’intenzione di confondere le acque tra mito e storia, facendovi sballottare tra le teorie di un Bernard de Fontenelle (nipote di Corneille), e quelle opposte del suo collega, anch’egli illuminista, Leopold von Ranke. Ed è perfettamente inutile che vi affanniate a lanciare lo sguardo alle righe successive per vedere se fornisco indicazioni più precise su questi due gentiluomini, perché non lo faccio. L’unica concessione è quella di citare il grande Giovanni Pugliese Carratelli, che, a questo proposito, affermava come «il mito spesso avvolge la più antica memoria storica del popolo greco, di noi tutti, cioè». Vi sia, dunque, concesso di chiamarmi “mitomane”. 

Fatto sta che, vicino al thesaurus dei tarantini, ad Olimpia (esiste ancora, ve l’assicuro, anche se stenta fra l’erbaccia), c’erano almeno una mezza dozzina di persone. Sette, con me. Naturalmente mi sono subito fatto sotto, anche se i miei jeans, al confronto dei loro eleganti chitoni, tuniche e, perfino, di una scarlatta toga pretesta − simbolo di un altissimo magistrato o di un console romano − sembravano proprio il look di un ilota (schiavo), o peggio, di uno di quei pirati che infestavano l’Egeo. L’accesa discussione fra loro (a quanto pare, parlavano tutti il greco) verteva non tanto sulla cifra dei giochi olimpici, sul valore degli atleti, o sulle cervellotiche ristrutturazioni del gymnnasium di Olimpia, che il governo regionale, quello dell’Elide, intendeva fare. No, l’animato confronto verteva sulla pretesa del medico Ikkos di insegnare a tutti loro cosa e come mangiare. 

Lucio Licinio Lucullo (Hermitage) e Pausania (Museo Capitolino)

A favore di questa sorta di menù, stilato dal medico e atleta tarantino, erano Platone, il geografo globetrotter Pausania (il Periegeta, lo chiamavano), Stefano Bizantino, Eustazio di Epifane e Claudio Eliano, mentre fieramente contrari erano due romani, un marcantonio rubizzo, che chiamavano Marco Gavio Apicio e che dicevano fosse un cuoco di gran classe autore del libro di gastronomia, De re coquinaria, e la toga pretesta, Lucio Licinio Lucullo, grande generale di Silla, console romano nel 74 avanti Cristo, insieme allo zio di Cesare, Marco Aurelio Cotta, e ora − a quanto dicevano − incorreggibile gaudente. 

Il maître Apicio cercava di controbattere alla dieta “spartana” di Ikkos (del resto questa era la sua e la nostra etnia), magnificando, ad esempio, il garum, la salsa di sua invenzione che veniva usata dai Romani in tutti e tre i loro pasti, il lentaculum, il prandium e la coena e le sue complicate e gustosissime ricette per triglie, pollo, aragoste e, perfino, ostriche. Più tranchant era Lucullo, che, pensando ancora di indossare la lorica hamata di generale, non esitò a lanciare al dietologo tarantino il sanguinoso insulto di essere soltanto un «vegano integralista e insopportabilmente settario». «Vegano, cosa?», chiesero ad una voce il Periegeta, Platone e il mite Stefano di Bisanzio, mentre il nostro Ikkos, per non far capire a Lucullo di ignorare il termine, si affrettò a specificare che il suo Ikkou deipnon − la sua dieta, insomma − non aveva proprio nulla a che fare con questa fantomatica pólis di “Vega”, che forse si trovava nella selvaggia Bitinia, dove Lucullo aveva a lungo combattuto. 

Alla tavola di Apicio

Non parve vero al vostro cronista di poter interloquire in cotanto uditorio, spiegando che vegano non era il patronimico di una città, quanto una sorta di dieta alimentare, che escludeva tassativamente dal desco − dal triclinio − carne, pesce, e tutti i derivati animali come uova, latticini, latte, burro, panna, e, perfino, il miele. «E cosa mangiano, allora?», si informò lo stesso Ikkos, grato al suo concittadino (che sarebbe il vostro cronista), di aver ribattuto alla tracotante pinguedine di Lucullo (una sineddoche, questa, giustamente apprezzata dagli interlocutori greci e romani), con una spiegazione molto appropriata. Tuttavia, quando Ikkos, Platone, Pausania, Apicio, Eustazio di Epifane, Eliano e, sospetto, lo stesso Lucullo, seppero che i vegani potevano mangiare solo farro, riso, avena, mais, kamut, nocciole, mandorle, cocco, semi di sesamo e di girasole e fichi, esclamarono, ad una voce, «verecundari neminem apud mensam decet, frugere consumere nati non sumus…»; come dire − con Orazio − che «nessuno deve vergognarsi a tavola e che non siamo assolutamente nati per consumare la biada…»© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.