«Metalmezzadri» prima, disoccupati poi: la parabola dei lavoratori di Taranto all’ombra dell’immenso opificio siderurgico

Le donne di Ferrandina, Salandra, Pomarico e Matera avrebbero dovuto sostituire gli scialli neri della miseria con i camici bianchi dell’industria chimica. Ventimila lavoratori, espulsi da edilizia e agricoltura, avrebbero trovato lavoro nel centro siderurgico più grande d’Europa. Non è andata così: neppure una parola sulle ricadute nocive per la salute umana e per l’ambiente in una città, alla fin fine, «industrializzata senza industrie»


Una storia accantonata di ARTURO GUASTELLA, da Taranto

In quegli anni ’60  e nei i primi due anni del decennio successivo, sembrava davvero che le province di Taranto e Brindisi, e la zona ionica della provincia di Matera, potessero diventare una sorta di  Silicon Valley nostrana. Con la prospettiva che il Polo Siderurgico di Taranto e il Polo Chimico di Brindisi e di Pisticci avrebbero potuto dare una significativa svolta industriale a questo lembo del Meridione. E una trasformazione epocale non solo economica, ma anche sociale, culturale e finanche urbanistica per le popolazioni e i centri interessati. 

Finalmente − si diceva − le donne di Ferrandina, di Salandra, di Pomarico e della stessa Matera, avrebbero potuto sostituire i loro scialli neri, con i camici bianchi dell’industria chimica di base, mentre i circa ventimila lavoratori espulsi, nella provincia ionica, dall’agricoltura e dall’edilizia, avrebbero potuto trovare collocazione, sia pure a livello di bassa manovalanza, nell’immenso opificio siderurgico. E, in realtà, la progettazione del IV Centro Siderurgico di Taranto, oltre a quella squisitamente industriale, aveva pianificato anche lo sviluppo urbanistico della città affidato a Giovanni Astengo, un vero maestro dell’urbanistica avanzata, e quello economico a Giorgio Fuà.

Nel progetto dell’urbanista piemontese, si prevedeva una «triangolazione dentro il territorio cittadino, che irrobustisse la Taranto esistente, senza congestionarla, e, contemporaneamente, irrobustisse i centri viciniori, come Grottaglie e Massafra». Il progetto economico di Giorgio Fuà prevedeva, a sua volta, che l’insediamento del siderurgico avrebbe potuto risolvere la «patologica dipendenza di Taranto dal settore militare, le cui vicende avevano determinato, in passato, la crescita disarmonica e a sbalzi dell’economia cittadina, con le sue crisi ricorrenti dovute agli appalti altalenanti all’interno dell’Arsenale Militare».

In tutte queste progettazioni, neanche un rigo per l’impatto ambientale e per le possibili ricadute nocive sulla salute pubblica e sul territorio dall’insediamento di così pesanti industrie di base. Così, sono stati spiantati centinaia di ettari di uliveto, abbattendo, in un colpo, la viticoltura in quella zona, che era fiorente. E non basta. Le idrovore dell’industria dell’acciaio hanno portato quasi all’estinzione l’ombroso Galeso, la cui foce è nel Mar piccolo. Un fiume, famoso nell’antichità romana, cantato da poeti come Orazio, Virgilio, Properzio e Marziale.

Come aveva avvertito uno dei progettisti − il tarantino Nicola Mignogna l’opificio lo avrebbe voluto lontano dalla città, nei pressi del fiume Tara −, un simile stabilimento avrebbe potuto essere costruito solo sulla luna. Questo è vero. Ed è altrettanto vero che la fabbrica dell’acciaio portò un certo benessere, sia pure soltanto sotto l’aspetto economico. Difatti, fece aumentare il reddito globale, nel decennio 1960-70, del ben 273,6%, che è quasi il doppio di quello dell’intero paese (+136,3%).

Tuttavia, già da allora, apparve chiaro che l’acciaieria avrebbe fatalmente portato ad una “diseconomia”. Nel senso, cioè, che i benefici economici più appariscenti, negli anni, avrebbero comportato danni ben più rilevanti al territorio tarantino nel suo complesso e, quindi, alla sua economia. Quasi del tutto fallito fu, poi, il progetto di un indotto. Per la mancanza di cultura industriale dell’imprenditoria locale, ma anche per l’oggettiva carenza di strutture viarie e ferroviarie. Destinando, così, il porto mercantile ad una esclusiva stazione carbonifera dell’opificio. Insomma, una Taranto industrializzata, senza aver mai potuto diventare industriale.

Il raddoppio del polo siderurgico (1972-74) ha fatto il resto, in termini di deturpazione ambientale e del paesaggio, ma, soprattutto, per la salute dei tarantini.  Un gruppo di magistrati, gli allora pretori Franco Sebastio, Franco Ippolito, Pasquale Maiorano e il barese, Gianfranco Amendola, cercarono di arginare, con qualche iniziativa giudiziaria, lo scempio ambientale e sanitario prevedibili. Furono sdegnosamente zittiti da una cultura operaistica che avrebbe barattato qualunque cosa per un posto di lavoro. La salute? Certo, anche la salute. Ai più, sembrava che il fumo delle ciminiere, le polveri dei parchi minerali e della Cementir, o i cattivi odori dei depositi dell’Agip, fossero segnali di prosperità e di progresso. C’è, poi, voluto tutto il coraggio di una giovane e tostissima giudice, Patrizia Todisco, per far scoppiare il bubbone. Del quale non si intravede, però, ancora un soddisfacente drenaggio.

Le donne di Salandra, di Ferrandina, di Pisticci, di Grottole o di Matera − dopo anni e anni di cassa integrazione dall’ormai defunto Polo Chimico, che hanno causato, per depressione, non pochi suicidi − ora sono tornate a coprirsi con gli scialli neri. E un’altra illusione pervade quella che il poeta Rocco Scotellaro, chiamava «la zona grigia del risveglio contadino», il sogno del petrolio in Basilicata. Un Centro Oli, sconfinato, che sta alterando profondamente la natura dei luoghi. Se qualcuno è interessato, è il momento di farsi avanti.

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Foto: sotto il titolo, operaio davanti nell’altoforno [credit Uliano Lucas]

About Author

Arturo Guastella

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.