Massacro in Myanmar. Centinaia di morti nel Tatmadaw day, il giorno delle forze armate

«Non abbiamo paura. Stiamo combattendo per la democrazia ed è meglio morire che ritornare sotto la dittatura militare»: sono sollevata nel ricevere notizie di F., la mia amica birmana, nel saperla sana e salva. La immagino avvolta in uno dei suoi eleganti longyi colorati, con i capelli lunghi e lisci appuntati con un fiore, come è solita portarli Aung San Suu Kyi: «Molte persone hanno lasciato le città per tornare ai villaggi oppure si rifugiano nei monasteri, ma le proteste continuano, altrimenti i militari arresterebbero gli attivisti del Civil Disobedience Movement (movimento di disobbedienza civile)» 


La testimonianza diretta dal Myanmar raccolta da SILVIA PIETRANGELI

¶¶¶ «Centosettanta morti» mi scrive F. verso l’ora di pranzo. «Sono centosettanta in un solo giorno e tra loro ci sono anche bambini». Sgrano gli occhi, resto senza fiato. Dopo due settimane F., un’amica birmana conosciuta durante un soggiorno in Myanmar alcuni anni fa, rompe il silenzio con brevi messaggi, scritti fitti, che dimostrano tutta l’urgenza di chi vuole raccontare e comunicare il più possibile, prima che i militari interrompano un’altra volta la connessione internet in tutto il paese, rimasto a lungo isolato. «È il bilancio delle proteste per il Tatmadaw day, il giorno che celebra le forze armate» aggiunge, e nel frattempo mi invia foto e video raccapriccianti di giovani trucidati e cadaveri abbandonati per le strade di varie città birmane.

È doloroso vedere queste immagini, doverle sostituire ai meravigliosi paesaggi conservati nel cuore, quelli di un Myanmar finalmente aperto al mondo esterno, accogliente, entusiasta, speranzoso, felice della libertà che aveva appena conquistato e per la quale si trova oggi a dover nuovamente lottare. Sono sollevata nel ricevere notizie di F., nel saperla sana e salva. La immagino avvolta in uno dei suoi eleganti longyi colorati, con i capelli lunghi e lisci appuntati con un fiore, proprio come è solita portarli Aung San Suu Kyi, la vincitrice delle ultime elezioni e il cui arresto da parte dei militari ha scatenato le proteste del popolo birmano.

Cerco di capire come F. stia vivendo durante queste settimane di terrore, e mentre leggo i suoi messaggi, mi sembra di sentire la sua voce risoluta e determinata. «Molte persone hanno lasciato le città per tornare ai villaggi oppure si rifugiano nei monasteri, ma le proteste continuano, altrimenti i militari arresterebbero gli attivisti del Civil Disobedience Movement (movimento di disobbedienza civile)» che attraverso scioperi e boicottaggi sta cercando di paralizzare le attività produttive in mano ai militari.

Le domando se secondo lei delle nuove elezioni potrebbero condurre a una composizione pacifica della crisi. «No − mi risponde senza tentennamenti − i militari non permetterebbero al partito di Aung San Suu Kyi di partecipare, quindi non le vogliamo. E non ci aspettiamo neppure un aiuto da parte della comunità internazionale, che parla sempre senza mai intervenire». E che anzi, aggiungo io, in questi anni ha colpevolmente isolato Aung San Suu Kyi, rea di non aver preso le distanze dal genocidio dei Rohingya perpetrato dai militari, senza forse rendersi pienamente conto della fragile e delicata convivenza tra la leader birmana e i militari.

Dalle parole di F. in questo breve ma intenso scambio di messaggi, emerge una società unita e coesa, dove le generazioni più anziane, che lei chiama X e Y, supportano attraverso donazioni e aiuti materiali quella più giovane, la generazione Z, schierata in prima fila nelle proteste; generazione i cui cellulari sono l’unica arma di cui dispone e che marcia compatta con il braccio alzato e il saluto delle tre dita, con pollice e indice piegati, ispirato al film Hunger Games.

Vorrei farle tante domande, ma capisco che F. non può trattenersi. Poco prima di lasciarci trovo il coraggio per chiederle se ha paura, se le persone sono spaventate dalla violenza della repressione. «No, – mi scrive – non abbiamo paura, siamo molto forti. Stiamo combattendo per la democrazia e pensiamo che sia meglio morire che ritornare sotto la dittatura dei militari».

Le sue parole, così definitive e risolute, mi commuovono e per un attimo le dita tremano sopra la tastiera. «Ti prego, sii prudente» riesco a scriverle prima di salutarci. F. si disconnette e non so quando riusciremo nuovamente a scriverci. Sono davvero colpita dal suo coraggio e da quello dei giovani birmani. E mi tornano alla mente le parole di Aung San Suu Kyi che avevo letto tempo fa in un suo libro: “L’unica vera prigione è la paura, e l’unica vera libertà è la libertà dalla paura”. Parole queste che continuano a risuonare non soltanto per il suo popolo, ma anche per tutti noi. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA 

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Foto: sotto il titolo, imponenti manifestazioni contro la dittatura militare, cerchiata in rosso la diciannovenne Kyal Sin “Angel della rivolta Birmana” poco prima di essere uccisa con un colpo alla testa nei giorni scorsi; in alto, Kyal Sin con la T-shirt nera e la scritta bianca “everything will be OK”; al centro, manifestazione di massa col ritratto di Aung San Suu Kyi; in basso, un passante cerca di sfuggire ai lacrimogeni della polizia

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Silvia Pietrangeli

È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.