L’odissea dei 16 pescatori di Mazara, 107 giorni di vile sequestro politico. Il ritorno a casa tra gioia e umiliazione

Nessuno chiede conto a Khalifa Haftar del trattamento riservato ai nostri connazionali, senza colpe e senza processo. I carcerieri libici hanno inscenato perfino una finta esecuzione. Nella visita lampo a Bengasi di Conte e Di Maio la loro liberazione è stata accettata come un dono di cui essere infinitamente grati. E così perdiamo influenza e rilevanza in quel che era il mare nostrum


L’intervento di AMEDEO RICUCCI, inviato speciale del Tg1

La gioia – si sa – cancella tutte le amarezze, come un colpo di spugna. Cancella la paura, il dolore e le umiliazioni più terribili. Capisco quindi che nel racconto della liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo siano prevalse le note positive e che poco spazio sia stato dato invece agli elementi cupi di una vicenda che è stata − è inutile girarci attorno − una cocente umiliazione.

A ricordarcelo – per chi vuole ascoltarli − sono i racconti terribili dei nostri pescatori, che hanno descritto senza peli sulla lingua tutte le violenze subite. Sono stati picchiati più volte, umiliati come capita solo ai peggiori delinquenti, e i carcerieri libici hanno inscenato perfino una loro finta esecuzione. Come nei macabri rituali di morte a cui ci ha abituato l’Isis. Ma, in questo caso, a tenere prigionieri i nostri pescatori, per più di tre mesi, è stato non un gruppo terroristico ma un signore della guerra di nome Khalifa Haftar. Egli pretende di essere legittimato a livello internazionale, vorrebbe dire la sua sul futuro della Libia e viene ricevuto in pompa magna dalle cancellerie occidentali, la nostra inclusa, nonostante abbia le mani macchiate di sangue.

Nessuno ha chiesto conto ad Haftar del trattamento riservato ai nostri connazionali, che erano senza colpe e a cui non è stato fatto nessun processo. Nella visita lampo a Bengasi del nostro presidente del Consiglio e del nostro ministro degli Esteri non si è nemmeno parlato della loro vicenda. E la loro liberazione è stata accettata come un regalo, un dono di cui essere infinitamente grati, al punto da tributare ad Haftar tutti gli onori che si riservano a un capo di Stato o di governo. Fosse successo con il leader di un gruppo terroristico, la stampa unanime avrebbe gridato allo scandalo.

Ve lo immaginate, al tempo dei tanti sequestri di italiani ad opera dell’Isis, un nostro presidente del Consiglio camminare tutto impettito al fianco di Abu Bakr al Baghdadi, con tanto di tappeto rosso, tra due file di miliziani incappucciati? No, eh? Eppure è questo che è successo a Bengasi, qualche giorno fa: perché il sequestro dei 16 pescatori di Mazara del Vallo era solo un pretesto – come tutti hanno dovuto ammettere − e Haftar li ha usati come ostaggi per trattare la propria “rinascita” sul piano internazionale, dopo lo smacco subìto con il fallimento della presa di Tripoli, tentata ad aprile del 2019 e naufragata sei mesi fa. Un vile sequestro a scopo politico, dunque, che però le autorità italiane non hanno avuto la forza di denunciare e le cui conseguenze peseranno a lungo nella nostra capacità di incidere sugli sviluppi della crisi libica.

A freddo mi chiedo, infatti, se ci si è resi conto della valenza, anche simbolica, che rischia di avere quell’umiliante visita di Stato a Bengasi, con gli onori in pompa magna resi a un signore della guerra come Khalifa Haftar. Nella tradizione dei governi italiani, è vero, nei casi di sequestro si è sempre trattato, perché “la vita è sacra”. Ma lo si è sempre fatto sottobanco, negandolo in pubblico ed evitando accuratamente che la trattativa potesse rappresentare una qualsivoglia legittimazione di questa o quella organizzazione terroristica. Lo stesso è avvenuto ai tempi delle Brigate Rosse: alla stampa venne addirittura chiesto di non pubblicare i loro volantini, per non legittimarne l’operato, e il partito del rifiuto della trattativa ebbe drammaticamente la meglio durante il sequestro Moro.

Il fatto che il governo non abbia invece osato proferire verbo, in pubblico, per denunciare il sequestro dei nostri pescatori − e poi, a liberazione avvenuta, per denunciarne le scandalose condizioni di detenzione − la dice lunga sulla capacità che ha l’Italia nel difendere l’incolumità e i diritti dei nostri connazionali all’estero. Già c’era il caso Regeni, a pesare come un macigno sull’immagine della nostra sovranità: quel ragazzo è stato vittima di un sequestro e di un omicidio di Stato, ma l’Egitto continua da quattro anni a prenderci in giro, negando ogni responsabilità, nonostante le prove raccolte dalla Procura di Roma. Adesso c’è questa vicenda dei pescatori di Mazara del Vallo, usati come merce di scambio, a caro prezzo, sull’altare della politica. 

E allora gioiamo pure per la loro liberazione − meritatissima e commovente − ma cominciamo anche a riflettere sull’irrilevanza cui ormai è condannata la nostra politica estera e sulla nostra progressiva e irreversibile perdita d’influenza in uno scacchiere, come quello del Mediterraneo, che storicamente è stato il mare nostrum. ◆

___

Foto: sotto il titolo, il peschereccio sulla rotta di casa; in alto, gli ostaggi liberati sotto il ritratto di Khalifa Haftar; al centro, i 16 pescatori sul bus che li porta all’imbarco; in basso, sul peschereccio del ritorno a casa

About Author

Amedeo Ricucci

È inviato speciale del Tg1. Si occupa di Medio Oriente e Africa – dove ha vissuto a lungo − e, negli ultimi 25 anni, ha seguito per la Rai i più importanti conflitti e crisi internazionali in quelle regioni. Ha ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali – dal Premio Ilaria Alpi al Premio Carlo Azeglio Ciampi “La schiena dritta” – e ha scritto due libri: “La guerra in diretta” (Pendragon, 2004) e “Cronache dal Fronte” (Castelvecchi 2019).